Disabilità, sessualità e autonomia: intervista a Valentina Tomirotti

Valentina Tomirotti

Blogger, influencer, trend setter, travel guide. Tutte definizioni che potrebbero raccontarla ma a pensarci bene le vanno strette, perché Valentina Tomirotti, giornalista mantovana, è molto di più e non ama fermarsi dentro una categoria, ma spaziare attraverso i suoi interessi e le sue curiosità reinventandosi continuamente.

E sa farlo molto bene, se con il suo blog e le sue campagne di comunicazione raggiunge migliaia di persone lanciando messaggi di rottura. Dalla sua prospettiva, con “i piedi e le ruote ben salde a terra”, come racconta di sé senza pietismi o facili esaltazioni, riesce a lanciare una immagine di donna e persona con disabilità che squarcia veli e spinge alla riflessione. Con un linguaggio diretto e provocatorio affronta temi come la sessualità, il piacere, l’autodeterminazione delle donne con disabilità e il bisogno di libertà.

Conosco Valentina da circa trent’anni, per questo è stato un piacere intervistarla e chiederle di raccontarci qualcosa sui suoi progetti e i temi che le stanno a cuore.

Di recente hai lanciato una campagna di crowdfunding per l’acquisto di una macchina attrezzata per la guida delle persone con disabilità. Ci racconti qual è l’obiettivo del progetto “Pepitosa in carrozza”?

Siamo spesso abituati a declinare la persona con disabilità sempre al plurale, accompagnata da qualcuno che la assiste, nelle azioni fisiche e di riflesso nelle condizioni mentali. Con questo progetto una delle novità è questa: riuscire a viaggiare in autonomia per raccontare il nostro Paese, attraverso un turismo accessibile. Altra novità importante del progetto è la massima condivisione e diffusione anche live del racconto del viaggio. Parte dei viaggi saranno momenti di condivisione con chi vorrà raccontare la sua idea di accessibilità: fisica, mentale e sociale. La chiacchierata verrà vissuta live dal pubblico che potrà intervenire. La macchina sarà una postazione social itinerante, una cabina di regia di storytelling turistico.

Alcuni anni fa sei stata la promotrice e protagonista del progetto fotografico “Boudoir disability” della fotografa Micaela Zuliani, mirato all’abbattimento degli stereotipi su corpi non difformi e con disabilità. Hai posato per un calendario che ha in qualche modo dato scandalo ma anche animato il dibattito su corpo femminile e sensualità. Pensi che il messaggio sia arrivato a destinazione? Pensi che le donne con disabilità debbano fare ancora molta strada per essere riconosciute nella loro fisicità?

Ho visto qualche apertura sul mondo della sessualità associato alla disabilità, almeno se ne parla anche sul web che considero il termometro della società. C’è sempre da fare, sempre da migliorare. Quel progetto con le mie foto doveva essere una pugnalata a fin di bene per scuotere gli animi ed è stato così, da quel momento è iniziata una nuova comunicazione sul tema che va gestita con le pinze, ma alimentata quotidianamente per non far calare nuovamente il silenzio. La cosa principale è iniziare a lavorare su noi stesse, ad essere le prime a considerarci donne e ambire alla costruzione di nuovi rapporti sociali, siano essi duraturi o momentanei, sempre e comunque scelti da noi.

Sessualità, assistenza sessuale e relazioni per le persone con disabilità. Che rapporto vedi tra le tre cose?

L’assistenza sessuale va associata al mondo della disabilità senza vederne l’unica strada possibile per placare pulsioni o arrivare ad avere un rapporto. Posso essere d’accordo su tale “disciplina” a patto che non venga uniformata al mondo della disabilità in toto. Personalmente non trovo la soluzione. Vedo fondamentale la ricerca del piacere sessuale nel mondo della disabilità attraverso percorsi che accompagnino la conoscenza del corpo, dei limiti e del piacere più che con figure specializzate, con lavori di accettazione e mediazione famigliare. Affrontare, ad esempio, il tema dei sex toys non come macchine da guerra o generatori di peccato. Insomma, uscire dallo schema delle strutture, delle figure professionali, dell’aspetto sanitario in un’aerea che dovrebbe alimentare le emozioni, senza renderle sterili. Soprattutto smettere di indicare l’assistenza sessuale come unica via d’uscita per sperimentare il sesso, non fa bene a noi e alimenta nella società il tabù: se sei disabile non puoi ambire ad avere rapporti fisici.

Secondo te qual è l’ostacolo più grande per una persona con disabilità che desideri intraprendere una relazione? Tra donne e uomini con disabilità vedi problematiche differenti in questo senso?

La cosa principale è non pensare attraverso recinti, razze e limiti. Non ci sono limitazioni che possono essere certe come il bugiardino di una medicina, dipende dai soggetti, è questione di abitudini e di essere malleabili alle novità di gestione del proprio corpo e dei propri sentimenti. Se parliamo di rapporti attraverso il gioco del “ce l’ho/manca”, in un rapporto tra una persona disabile e un normodotato giocano un ruolo fondamentale gli attori sociali che ruotano attorno alla coppia: famiglia, amici e la parola accettazione diventa un mantra quotidiano. La limitazione in una relazione può essere di tipo fisico-logistico e non trovo differenze sostanziali tra uomo e donna, ma al massimo tra tipologia di disabilità.

Cosa pensi dell’abilismo?

L’abilismo [cioè la discriminazione delle persone disabili, di cui abbiamo parlato anche qui, ndr]è una grande fregatura da far capire al resto del mondo. La parola inganna, pare esaltare qualcosa di positivo, ma è il contrario, è il pietismo e l’utilizzare la propria condizione di limitazione fisica per arrivare da qualche parte, è sfruttare e sfruttarsi, è il bullizzare l’altro con un linguaggio che fa leva solo sull’aspetto sanitario della persona. Bisogna parlarne con le giuste parole e armeggiare con le pinze, perché pare una bomba pronta a scoppiare e a fare grossi danni. L’abilismo va raccontato per quello che è: un danno, è una sorta di “razzismo” benevolo.

Che programmi hai per il futuro? Come ti vedi tra dieci anni?

I miei programmi sono non farne, ma di vivere raccogliendo ciò che capita e facendomi venire sempre nuove idee per parlare di disabilità, anche in modo più frivolo. Viaggiare, spostarmi non perché con le ruote è più facile, ma per cibarmi con gli occhi del bello che l’Italia ci offre e raccontarlo. Tra 10 anni mi vedo indaffarata come e più di ora, un cervello sempre in moto che prende le parti anche delle gambe. Continuare a fare qualcosa per gli altri, per stare meglio io stessa. Potrei dirti con una famiglia tutta mia, ma non lo vedo un elemento indispensabile per stare bene a questo mondo.

Francesca Arcadu
Impiegata in un ente pubblico di giorno, attivista dei diritti delle persone con disabilità da sempre. Componente e fondatrice del Gruppo donne Uildm, mi interrogo sulle specificità dell’essere donna con disabilità e delle mille sfumature che questo percorso comporta

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