Serie tv, queer e femminismo rivoluzionano la critica televisiva

“Quality, Gender, Sex, TV” – Female e queer gaze nella critica della serialità televisiva contemporanea è un incontro che si terrà a Bologna nell’ambito del festival di cinema lesbico Some Prefer Cake. Ce lo racconta una delle sue protagoniste

Un’immagine promozionale della serie tv di Amazon “I love dick”

Quality, Gender, Sex, TV” è un progetto nato per caso, frutto di fortunate coincidenze e di una marea di conversazioni – online e dal vivo – sul potere, sull’intersezionalità, sulla critica televisiva.

Un progetto nato in un festival, Some Prefer Cake, che fa dello sguardo lesbico il proprio fulcro, ma è capace di aprirsi e dialogare con il femminile in senso più ampio, dunque il luogo ideale per un panel che esplori la critica televisiva in modo rivoluzionario.

Una rivoluzione che parte anche solo dalla composizione delle voci, tutte donne e (finalmente) non tutte etero – possiamo vantarcene, dato che è un’operazione senza precedenti in Italia – ma che si sostanzia anche in diversi approcci all’analisi: redazionale, semiotico, filosofico, critico, attivista, giornalistico.

Diverse formazioni e diversi modi di raccontare la serialità che mirano a confrontarsi, alimentandosi vicendevolmente con l’obiettivo di comporre un quadro di conoscenza variegato, intersezionale e intrinsecamente legato all’esperienza femminile in tutte le sue forme, che possa mettere in discussione lo status quo della critica e persino il concetto stesso di conoscenza, a partire dai concetti di normalità e qualità.

La conoscenza è potere, ma il potere influenza la conoscenza: chiunque abbia letto Foucault sa che la relazione tra potere intellettuale (la conoscenza) e potere sociale è strettissima, e chi questo potere lo esercita è in grado di influenzare in maniera irreversibile il modo in cui una società guarda al mondo. Volendo sintetizzare la questione in poche parole, sono coloro che comandano a definire non solo gli argomenti di cui si parla, ma anche il modo di giudicare i prodotti di quella società, in primo luogo i prodotti culturali.

Il dominio del maschio bianco eterosessuale cisgender dei mezzi di produzione sia materiale che culturale ha plasmato la forma del mondo così come lo conosciamo, le sue strutture e il suo funzionamento, fino a diventare così indissolubilmente legato alla nostra società da essere percepito come sguardo “neutro”: concetti di per sé privi di connotazione come normalità o qualità sono stati non solo influenzati ma addirittura direttamente prodotti da una percentuale non maggioritaria del mondo, che ha finito per essere identificata ed identificarsi non come mero punto di vista, ma come standard.

È anche per questo che la definizione “maschio bianco eterosessuale cisgender” non di rado urta così profondamente chi appartiene a questa categoria: non abituati a pensarsi come parte del mondo, ma come mondo in sé, i maschi bianchi eterosessuali rigettano l’idea di essere ridotti a una parte anziché alla norma. La loro esistenza come normatori e creatori delle categorie è talmente scontata da render loro tremendamente difficile pensarsi come portatori, invece, di un pensiero non assoluto e persino minoritario.

Quando guardiamo a un oggetto di consumo, che sia un assorbente o sia un prodotto televisivo e cinematografico, il metro secondo cui lo giudichiamo è quello che ci è stato fornito dal discorso del maschio bianco eterosessuale. Da libri scritti da uomini (compreso Foucault), da pubblicità create da uomini, da sistemi industriali creati da uomini, da teorie scritte da uomini, in pratica da secoli di esercizio di un potere intellettuale che ha continuato a perpetrare sé stesso grazie alla sua crescente invisibilità: non potevamo vedere che quello sguardo era maschile non soltanto perché era l’unico a nostra disposizione – o perlomeno, quello culturalmente dominante in modo sostanziale – ma perché era stato in grado di inscriversi così profondamente dei nostri meccanismi di pensiero da perdere ogni sua caratterizzazione.

Quando guardiamo a un film o a una serie tv, il nostro giudizio è influenzato dalla nostra formazione intellettuale che è avvenuta su libri di cinema che se non sono stati scritti da uomini, sono stati scritti da donne che sono state allieve di uomini che hanno studiato su libri scritti da uomini, in un meccanismo apparentemente impossibile da evitare per cui, nella lettura di una qualsiasi opera, soltanto una parte del nostro ragionamento può dirsi davvero libero dall’influenza pervasiva dello sguardo maschile.

Se parliamo di qualità di un prodotto cinematografico o televisivo quindi, come possiamo definirla senza rifarci a ciò che ci è stato insegnato dalla scuola o dall’esperienza rispetto alle caratteristiche che compongono un prodotto “di qualità”?

Non certo rimettendoci ciecamente al giudizio di una critica che – come hanno ribadito recentissimi studi statunitensi – è composta in USA al 68% da maschi (USC Annenberg Inclusion Initiative, 2018) e in Italia vive una situazione di minoranza femminile così imponente che non consente neppure l’esistenza di un censimento di questo tipo, anche se guardando semplicemente a Wikipedia il quadro è piuttosto chiaro: alla voce “critico televisivo” su 29 voci, soltanto 3 donne; alla voce “critico cinematografico” (portale cinema) su 193 voci, 13 donne.

Certo, molte di queste voci critiche (anche maschili) stanno lavorando attivamente per ampliare la propria visione e dare spazio alla diversity nello sguardo, ma si tratta nella maggior parte dei casi di un processo migliorativo che si scontra con l’enorme mole di produzione precedente che col tempo è diventata canone impossibile da scalfire.

Nel giudicare un film ad esempio, come prescindere dall’analizzarlo anche in base ai classici del suo genere di riferimento, classici che però sono stati definiti tali dallo sguardo del maschio bianco etero, che ha selezionato e categorizzato la produzione cinematografica in base al proprio modo di concepire il mondo, per poi imporlo al resto della società sotto forma di canone?

Nel giudicare la serialità televisiva, si sta iniziando solo ora a superare il concetto di prestige television che ha dettato legge (e continua a dettarla, nella stragrande maggioranza della critica italiana) sul concetto di qualità televisiva attribuendo agli show un’importanza basata sul nome di autori e registi, sull’accoglienza della critica mainstream, su storie drammatiche che girano principalmente intorno a un/una protagonista modellato sui canoni dell’antieroe maschile e su un’estetica “cinematografica” che si rifà agli stessi stessi canoni creati dal maschio bianco eterosessuale, derubricando comedy e melodrammi a sottogeneri inferiori anche quando sono, di fatto, la fucina dell’innovazione nella televisione contemporanea.

Il concetto di “qualità” persiste come standard inscritto nello sguardo dello spettatore, anche dello spettatore critico, e la crescente attenzione alla soggettività nel realizzare televisione e nel parlarne scalfisce solo superficialmente il canone.

Perché il canone è potente, è interiorizzato, è autorevole, sfuggirgli è difficile senza operare un ripensamento radicale che lasci spazio a un concetto di qualità nuovo, dettato anche dalle esigenze di rappresentazione di una parte del mondo che non si è mai sentita rappresentata e dalle necessità di rinnovamento di un’industria che, rifiutandosi di seguire i cambiamenti della società che la produce, finirebbe per appassire e morire.

La scelta di creare un panel come Quality, Gender, Sex, TV è un tentativo, timido e parziale, di rispondere a questa contemporaneità attraverso sguardi critici esclusivamente femminili che non siano soltanto eterosessuali.

Cinque sguardi per cinque donne che con un differente background professionale possono elaborare un quadro certamente non esaustivo, ma sicuramente rappresentativo del mestiere della critica televisiva in questi tempi di grande cambiamento culturale.

Un cambiamento che può partire anche dal punto di vista e non soltanto dal canone, e che anzi può guardare al canone in modo dissidente anche se non necessariamente distruttivo.

Perché per depotenziare il potere dello sguardo del maschio eterosessuale, l’unica strada possibile è un processo costruttivo, che invece di bruciare i ponti col passato e uccidere i propri padri cerchi di inserirli nella loro prospettiva: né standard né minaccia, solo un punto di vista a cui finalmente va attribuito la giusta importanza.

Riconoscendo alla prospettiva maschile il ruolo che le spetta: non di Storia e Cultura in senso assoluto, ma di occorrenza storica e di lettura discutibile, reinterpretabile, aggiornabile.

“Quality, Gender, Sex, TV”
Female e queer gaze nella critica della serialità televisiva contemporanea
Sabato 22 settembre ore 11
Sala Consiliare del Quartiere Porto-Saragozza, Bologna

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