Per noi uomini essere femministi non è naturale

Tempo fa è diventata virale l’immagine di un ragazzo che a una manifestazione femminista regge un cartello con su scritto “real men are feminists“, i veri uomini sono femministi. Non c’è dubbio che nella sua iconicità questa foto riesca a veicolare un messaggio, ma se lo si analizza non si fatica a comprendere quanto sia superficiale. Per un motivo molto semplice: i veri uomini non sono femministi.

È chiaro, ovviamente, l’intento paradossale del cartello, che cerca di far passare un messaggio forte con un rovesciamento del senso comune. La conseguenza, però, è stata quella di fornire un simbolo a un’adesione superficiale al femminismo da parte dei maschi.

Già il concetto di “adesione” suona malissimo e rende appunto l’idea di un meccanismo che non funziona molto bene: significa partecipare a qualcosa, non essere qualcosa.

Molti uomini si dichiarano femministi perché aderiscono all’idea che anche le donne siano esseri umani e che abbiano diritto a una parità di trattamento negli spazi decisionali, nelle politiche sanitarie e familiari, e a una sicurezza nelle strade e nelle case. Anche senza considerare che questi principi basilari sono, in realtà, più problematici e profondi di quanto sembri, quello che penso è che la frase “i veri uomini sono femministi” faccia appello a una presunta logicità o ragionevolezza del “trattare bene le donne” che non ha nulla di semplice, scontato e razionale e non è sufficiente a definirsi femministi.

Essere femminista (se così si può dire per un maschio) è una scelta che comporta un cambiamento radicale nel proprio agire quotidiano, a partire dal nostro stesso corpo.

Il mio primo incontro con il pensiero femminista è stato mentre studiavo per l’esame di Filosofia Politica. Si trattava di un capitolo relativamente piccolo, ma ripensandoci ora è stato lì che – con stupore – ho iniziato a concepire l’idea che il corpo potesse essere pensato come spazio politico.

Il mio stupore era dovuto in parte alla mia deformazione per la teoria più che per la pratica, ma soprattutto al fatto che ho sempre percepito il mio corpo come neutro, fondamentalmente inesistente, al massimo sgraziato, poco piacevole (un’idea che mi è rimasta dall’adolescenza). Per me la politica era evidentemente una guerra di idee nelle quali i corpi erano solo un accidente, un semplice strumento per la diffusione e la difesa delle idee stesse. Io avevo le mie, e pensavo che esse, alla fine, avrebbero vinto perché erano le più logiche, sensate, universali – quel determinismo derivato dal marxismo più banale.

Con il femminismo ho scoperto invece che la politica passa attraverso i corpi. Che l’esistenza stessa di alcuni corpi è di per sé un atto politico.

Penso a tutte le soggettività marginalizzate, soprattutto ai corpi delle persone trans. Ma da qui a estetizzare questi corpi, a cristallizzarli in figure mitiche da aggiungere alla propria collezione di disperat* da difendere, il passo è breve. Bisogna invece chiedersi: cosa ne è, in tutto questo, del corpo dei maschi?

Il nostro corpo esiste. Occupa spazi, nella maggior parte dei casi in modo fin troppo evidente, rumoroso, invadente. L’esempio del manspreading – l’abitudine maschile a stare a gambe aperte negli spazi pubblici, restringendo lo spazio altrui – è il più classico. Ma si potrebbe aggiungere la modalità invadente con la quale gli uomini si pongono nel traffico stradale, la gestualità e l’aggressività anche rumorosa quando occupano lo spazio fisico fuori o dentro ai locali.

Vignetta sul manspreading di Comicada

Eppure è come se non ci fosse: perché in fondo gli uomini sono uomini, fanno gli uomini, cioè concepiscono lo spazio come cosa loro, di cui disporre liberamente.

D’altra parte, invece, quando le donne si riuniscono per festeggiare qualcosa in inglese si usa spesso l’espressione hen party, che significa “festa di galline” (anche in certe zone della Sardegna si dice pitzinnos e puddas imbrutant su logu, bambini e galline sporcano il posto). L’idea che le donne, quando occupano chiassosamente lo spazio pubblico, siano paragonate a galline starnazzanti, rende bene l’idea di come il mondo sia fondamentalmente considerato di proprietà maschile.

Alle donne, e in generale a tutti i soggetti più o meno considerati marginali, viene mostrata molto chiaramente l’importanza del modo in cui occupano lo spazio e di conseguenza l’opportunità che si facciano da parte se non vogliono sembrare maleducati, fuori luogo, intrusi.

Viene da pensare, quindi, che il corpo maschile sia come di una trasparenza opaca, si nota – cioè: entra in scena – solo quando è oggettivamente bellissimo, o quando è, altrettanto oggettivamente, buffo o ridicolo, al punto che l’esibizionista trova il suo piacere nell’unire la sessualità al potere derivante dall’occupare con la stessa lo spazio pubblico.

In altre parole: il modello bellissimo di una pubblicità, o il buffone, o l’esibizionista, sono corpi che in qualche modo agiscono, lasciano consapevolmente il segno. In tutti gli altri casi, il corpo del maschio è come neutrale, spoliticizzato: semplicemente è.

E poi, nel senso comune il vero uomo è caratterizzato da valori come l’abnegazione, la razionalità, la capacità di ignorare le proprie emozioni o, viceversa, di esprimerle con prepotenza e aggressività. Questo si riflette nel modo in cui agli uomini viene insegnato come occupare lo spazio pubblico: con la libertà che si avrebbe in casa propria.

Questo atteggiamento di neutralizzazione fa da specchio alla condizione del maschio etero come soggetto centrale ma sfuggente, indefinibile, eppure onnipresente. Viviamo come se non ci fossimo, o meglio, come se fosse scontata, ovvia la nostra presenza, senza renderci conto che anche noi incarniamo, lasciamo segni nello spazio e nel tempo in cui passiamo, eccome se li lasciamo: e non parlo di allori e scoperte scientifiche, ma dell’ingombro derivante dalla nostra beata “ignoranza” su ciò che rappresentiamo e sul mondo in cui agiamo, che insistentemente marginalizza.

Questo, per la nostra cultura e il nostro sistema sociale, fa parte dell’essere “veri uomini” ed è per questo che il cartello da cui sono partito è fuorviante: sarebbe come dire che il vero fascista è pacifista.

Tempo fa Enrico Gullo ha scritto un pezzo su OperaViva, che periodicamente leggo. Ci rifletto e cerco ogni volta di guardarlo da nuove angolazioni, trovare nuovi significati soprattutto a una frase che mi è rimasta impressa, al limite dell’ossessione: essere marea“. Sperando di avere colto almeno in parte quello che voleva dire l’autore, penso che il significato di questo invito agli uomini a non essere più scogli, ma marea, sia quello di prendere coscienza del fatto che anche la nostra fisicità è politica.

Riflettere sul significato della nostra presenza fisica, riconoscere e agire consapevolmente – in senso liberatorio – i segni che in ogni momento portiamo nello spazio e nel tempo in cui siamo. Scalfire e lasciare che i segni delle altre e degli altri lo facciano con noi.

Essere soggetti centrali, avere ciò che oggi viene definito privilegio ma che si può anche definire tranquillamente il potere, è piacevole e questo basta a comprendere perché la stragrande maggioranza degli uomini non faccia semplicemente nulla per cambiare le cose. Per questo, nel passaggio (difficile e faticoso) dal vero uomo femminista all’essere marea non c’è niente di naturale o logico: si tratta di una scelta politica.

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