Libri: “L’estate delle ragazze”, quando l’intimità diventa politica

La copertina de “L’estate delle ragazze” di Lucrezia Lerro, edito da La nave di Teseo.

Ultimo romanzo della narratrice e poetessa Lucrezia Lerro, L’estate delle ragazze (La Nave di Teseo, 2018) racconta la storia di vita di Corinna, giovane donna che dal Sud Italia si trasferisce a Firenze per studiare lettere all’università e si fa adulta inseguendo l’ingombrante desiderio di diventare scrittrice.

Svogliatamente ma ossessivamente dedita alla ricerca della propria voce autoriale – chiaro equivalente simbolico della compattezza individuale necessaria al compimento della maturità – Corinna è la protagonista di un coming of age il cui esasperato intimismo contribuisce a tratteggiare le sfide del soggetto femminile contemporaneo, costretto a destreggiarsi tra vecchie necessità di indipendenza e sempre nuove insicurezze.

È in particolare la tricotillomania (disturbo del comportamento che induce chi ne è affetto a strapparsi i capelli) il tratto che fa della protagonista di Lerro un personaggio capace di condensare le frustrazioni tipiche del regime della visibilità, dimensione socio-culturale dell’epoca attuale in cui l’annosa volontà del genere femminile di costruirsi come soggetto attivo e osservante fa il paio con la sempre più pervasiva pratica passiva dell’essere osservata. Iniziando con lo sradicare progressivamente la folta chioma per liberarsi “da ogni punta sfibrata e biforcuta” e finendo per compromettere, in un atto di esplicito autolesionismo, la parte migliore del proprio corpo, Corinna vive il conflitto tra il dover essere e il voler essere, tra le regole dell’apparenza e quelle meno lineari della ricerca di una propria personalità. In altre parole, la malattia di Corinna è al contempo segno della sua subordinazione allo sguardo altrui e della necessità di contravvenire alla norma estetica per affermare la propria agency.

La doppia tensione intrinseca alla condizione di Corinna è confermata dalla capacità della protagonista di camuffare il proprio disagio esistenziale spostando ciocche di capelli a piacimento, in modo da coprire le parti glabre del proprio cranio e restituire un’immagine di sé radiosa e conforme ad alti standard di bellezza. È in questo modo che, in un infinito circolo vizioso, la giovane donna dilata lo spazio che divide la dimensione della realtà apparente da quella della propria realtà emotiva e sprofonda in uno stato di dolorosa solitudine interrotta solamente dalla benedizione della scrittura e dagli sporadici incontri con il fidanzato Jacopo. La scrittura e l’amore sono, quindi, i soli due ambiti a cui è dato, per Corinna, rinsaldare lo iato tra l’immagine che si proietta all’esterno e quella che si ha di se stesse, in cui è possibile emanciparsi dall’imbarazzo immobilizzante dello sguardo che oggettifica rendendo l’altro partecipe della propria visuale.

La scrittura è il luogo in cui, servendosi di un intreccio chiaramente metaletterario, Lerro concede alla sua protagonista la possibilità di autorappresentarsi e di inventare scenari possibili in cui trovare il conforto di un rispecchiamento reciproco – e quindi di una percezione di sé nata dall’incontro tra il proprio sguardo e quello altrui – con personaggi femminili che le assomiglino. È il caso delle tredici ragazze prostitute che popolano uno degli scritti di Corinna, con le quali la donna si identifica quando scopre che anche le loro ammirabili capigliature nascondono chiazze di alopecia, testimonianza di un’universalità al femminile della propria condizione. Come la scrittura riesce a tenere la ragazza lontana dai propri dissidi esistenziali, così l’amore con Jacopo, scrittore sulle cui orme Corinna intraprende il proprio percorso creativo e grazie al cui sostegno economico riesce a completare gli studi.

Il rapporto tra Corinna e Jacopo non manca di rievocare la mai destituita sussidiarietà del femminile al maschile per via del ruolo della prima come allieva e come mantenuta – aspetto, quest’ultimo, di cui il lavoro delle giovani prostitute è un ovvio equivalente simbolico. Eppure, tale sbilanciamento gerarchico è compensato dalla presenza, tra i due amanti, di una profonda affinità intellettuale che consente a Corinna di alleviare il proprio spaesamento prospettico per mezzo della costruzione di un ulteriore sguardo reciproco. È poi la discreta ma forte tensione della protagonista all’indipendenza a far sì che il dialogo e l’interscambio con la controparte maschile non si fissi mai in vera e propria subordinazione, ma si costituisca come scambio per mezzo del quale giungere a definire la propria vocalità posizionata al femminile.

Ecco quindi che L’estate delle ragazze è un romanzo intimista e insieme politicamente rilevante, in cui la delicatezza estetica di trama e stile smorza ogni conflittualità – compresa quella di genere – per lasciare spazio a un’armonia che riesce comunque a restituire le sfumature di disagio che insidiano una soggettività femminile ancora in costruzione.

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