“Oro Rosso”: le schiave dei campi dimenticate dal #MeToo

Foto di Stefania Prandi

Quando pensiamo al #metoo, il movimento di donne che ha portato all’attenzione globale il problema della violenza contro le donne sul lavoro, i primi volti che ci vengono in mente sono quelle delle attrici di Hollywood da cui tutto è iniziato. Donne che si sono esposte e hanno raccontato come, pur essendo ricche e famose, avessero subito molestie, abusi e ricatti. Donne che si sono messe in gioco per tutte, ricevendo spesso insulti e minacce.

Per metterci la faccia, però, è necessario avere la possibilità di farsi vedere, per alzare la voce è necessario avere l’opportunità di farsi sentire: gran parte delle donne abusate non ha questo privilegio.

Parlo di quelle lavoratrici invisibili trattate dai loro superiori come automi e oggetti sessuali di cui disporre a piacimento, sotto il ricatto del licenziamento e del rimpatrio. Donne che possiamo definire, senza timore di esagerare, schiave moderne di un sistema economico che fa arrivare sulla nostra tavola ciò che desideriamo in ogni stagione al prezzo di abusi e vessazioni fisiche e psicologiche.

Ce lo racconta con lucidità il libro “Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneoedito da Settenove e arrivato in pochi mesi alla seconda ristampa, un prezioso reportage giornalistico e fotografico di Stefania Prandi che ha incontrato le braccianti tra Sud Italia, Spagna e Marocco (tra i principali esportatori di verdura e frutta in Europa), mostrandoci, senza vie di scampo, l’inferno che si nasconde dietro molti prodotti che in un sabato mattina qualunque mettiamo nel carrello di un centro commerciale qualunque: orari di lavoro disumani senza alcun rispetto per la salute e la sicurezza, paghe da fame con cui mantenere intere famiglie, dormitori in capannoni e catapecchie insalubri, abusi sessuali continui a cui rimangono indifferenti anche molti centri antiviolenza e sindacati.

Stefania Prandi è una giornalista e fotografa freelance che si occupa di questioni di genere, lavoro, diritti umani e ambiente. La sua inchiesta “Oro Rosso” si è aggiudicata riconoscimenti internazionali (The Pollination Project Grant, Volkart Shiftung Grant, Otto Brenner Preis) ed è approdata anche al Parlamento Europeo su iniziativa dell’onorevole Elena Gentile.

Dovrebbe essere letta anche in tanti altri contesti istituzionali, sindacali e femministi, per ricordarci che esistono donne fuori dai contesti politici e dagli spazi che attraversiamo ogni giorno, spogliate di ogni diritto e senza gli strumenti che permettano loro, non solo di denunciare e sopravvivere alla violenza, ma anche di conservare e affermare la loro stessa identità.

Ne ho parlato con Stefania, per scoprire come ha portato avanti la sua inchiesta e capire da dove si può ripartire.

La copertina di Oro Rosso

Come nasce Oro Rosso? Come si è sviluppato il lavoro fino alla pubblicazione?

Ho deciso di indagare a inizio del 2016, partendo da una notizia che aveva fatto scalpore ma che poi era caduta nel vuoto e cioè che a Vittoria, in Sicilia, c’erano oltre 5mila donne romene che lavoravano alla raccolta dei pomodorini, una parte delle quali subiva violenza sul lavoro. Dalle prime ricerche, sembrava trattarsi di un vero e proprio fenomeno. Così ho deciso di andare sul posto, inizialmente per un lavoro fotografico, che ancora non era stato fatto da nessuno. Una volta portato a casa il materiale, l’ho pubblicato all’estero e ho deciso di verificare se lo stesso fenomeno esistesse in altre zone del Mediterraneo, tra altre donne che lavoravano come braccianti per produrre la frutta e la verdura che mangiamo ogni giorno. Ho fatto ricerche, trovato i fondi per pagare le spese, ho collaborato con una giornalista tedesca, Pascale Mueller, con il sito di giornalismo investigativo Correctiv e BuzzFeed e alla fine l’inchiesta è diventata internazionale ed è durata nel complesso oltre due anni.

 

Dal libro si capisce che spesso hai avuto grosse difficoltà a reperire informazioni: quali sono gli ostacoli principali che hai incontrato?

È stato difficile condurre l’inchiesta a causa della mancanza di consapevolezza e dell’omertà diffusa nei territori. Spesso mi è stato consigliato, o meglio intimato, di lasciare perdere. La violenza sul lavoro nei paesi del Mediterraneo sui quali mi sono concentrata è ancora tabù. È difficile da riconoscere e nominare per associazioni e sindacati, non viene considerata a dovere da chi ha il compito di esercitare la legge e quindi per le donne è difficilissimo sperare di avere giustizia. In certe zone in particolare si preferisce non parlarne proprio perché si teme che possa danneggiare il territorio.

Ci sono stati dei momenti di tensione durante le ricerche con minacce varie, anche di morte, in Spagna, nella zona di Huelva, un inseguimento in Marocco per cinquanta chilometri da parte dei guardiani di un’azienda e un altro intoppo che ha rischiato di fare saltare tutto il lavoro. In generale, comunque, ho cercato di correre un rischio calcolato e ho sempre fatto in modo di andare accompagnata da qualcuno che conoscesse il territorio, anche perché avrei messo a repentaglio le stesse braccianti se qualcosa fosse andato storto. Le lavoratrici vivono sotto scacco perenne: già essere viste in compagnia di una giornalista per loro significa correre il rischio di perdere il lavoro o peggio, di essere picchiate.

 

Uno degli aspetti più inquietanti delle realtà di sfruttamento che hai descritto è la totale (o quasi) impunità: chi infrange la legge non viene perseguito, si tengono nascoste le informazioni, si minimizzano le violenze, persino da parte dei sindacati e dei centri antiviolenza. Come credi si sia arrivati a questa situazione?

I datori di lavoro, i caporali, i supervisori che commettono gli abusi sanno di essere impuniti. Considerano le lavoratrici loro proprietà. Per le donne è difficile dire di no perché significa perdere il lavoro oppure non ottenerlo. Purtroppo la violenza può arrivare alla fine di un’escalation di fatti apparentemente tollerabili come inviti a bere un caffè oppure a cena. Inoltre, bisogna sapersi difendere e avere un’alternativa per salvarsi. Questa situazione è diffusa ed è il risultato della cultura sessista e del sistema penalizzante nei confronti delle donne e delle cosiddette “minoranze”: diversi paesi con culture differenti come Italia, Spagna e Marocco sono accomunati da meccanismi di impunità simili. Tra le cause di questa situazione ci sono fattori socioculturali e un mercato del lavoro deregolarizzato, dove non ci sono diritti per i più deboli, ma vige la legge del più forte. In Italia decenni di conquiste sul lavoro sono state spazzate via in pochi anni e a pagarne le conseguenze sono le donne.

Non credo che la soluzione sia un atteggiamento securitario o giustizialista, ma è un dato di fatto che quando una donna subisce violenza e denuncia non viene creduta perché c’è un atteggiamento di scetticismo generale che parte dalle forze dell’ordine e continua nei tribunali, passando dagli avvocati stessi, e perché è ritenuta colpevole di non essere in grado di produrre prove abbastanza solide.

 

Le donne di cui racconti sono le ultime, le invisibili. Quali responsabilità ha il femminismo nella mancata presa in carico di queste vicende di violenza?

Credo che certi femminismi italiani (ma il fenomeno riguarda anche altri Paesi) abbiano la colpa di essersi disinteressati della vita reale delle donne e di questioni controverse e difficili come quella della violenza nelle sue varie forme. Pur essendo profondamente grata alle molte lotte delle donne nel passato che hanno permesso a me, alle mie coetanee e alle donne più giovani di essere molto più libere di quanto non lo fossero loro, credo che a un certo punto ci sia stata una deviazione nel percorso o nei percorsi, un’impasse che nemmeno ora certe femministe “importanti” che hanno visibilità hanno voglia di affrontare. Questa impasse mi sembra stia continuando con altre femministe che mancano di un certo senso della realtà, imprigionate in impostazioni troppo accademiche, ideologiche ed elitarie. I femminismi hanno come vocazione originaria, che a volte si perde e si è persa, quella di rispondere a problemi concreti e scomodi.

Quello che succede alle braccianti è tragico perché sono donne che subiscono molestie, ricatti e abusi per un reddito di mera sopravvivenza, ma il meccanismo – non certo le condizioni – non è molto diverso da quello che riguarda donne che lavorano in altri settori. La dinamica della violenza sul lavoro c’è in diversi ambiti, anche nel giornalismo, è risaputo, si sanno anche i nomi, ma nessuno fa nulla. Ad avere accesso ai redditi e alle posizioni migliori nel lavoro in Italia sono quasi sempre uomini, le donne faticano, sono in costante difficoltà, anche quando non lo ammettono pubblicamente. Lamentarsi, infatti, viene mal visto. Il sistema prevede che si debba arrancare in silenzio per non turbare chi comanda.

Purtroppo parte dei femminismi italiani ha deciso che ci sono battaglie più importanti di quella del lavoro e questa secondo me è una colpa. Come possiamo prescindere dall’idea che l’indipendenza di una donna sia legata alla sua possibilità di procurarsi un reddito con il proprio lavoro? Dovrebbero esserci lotte per impedire che ci siano ostacoli verso questo livello base di autodeterminazione e non l’indifferenza. Come è accaduto quando è arrivato il #metoo, il problema viene sviato perché si confonde il reddito con il volere fare carriera (che pure non capisco come possa essere considerata una colpa) e allora alle donne viene detto che è una scelta, quella di accettare gli assalti o le “avances” del capo di turno, e non che si trovano davanti a un abuso di potere, a una violenza. La donna, così come altre cosiddette “minoranze”, dovrebbe avere il diritto di denunciare comportamenti discriminatori o di violenza sul lavoro ed essere credute.

Ma ci sono gruppi che stanno lavorando su questi temi, ci sono donne, anche di altre generazioni, che hanno portato avanti e stanno portando avanti battaglie importanti nelle istituzioni, magari senza avere visibilità perché i media, inquinati dal potere maschile, ovviamente non gliene danno. C’è una parte di società civile che lavora nel silenzio, che si batte per i diritti, resistendo e cercando di creare un sistema più equo. Purtroppo adesso siamo di fronte a un arretramento a livello politico, ad un backslash, che spero però porti a nuove forme di consapevolezza, visione e cambiamento.

La mostra fotografica di Oro Rosso a Bari

Infine, puoi raccontarci qualche esperienza positiva di riscatto?

In generale le braccianti vogliono parlare e vogliono avere giustizia. Molte sono consapevoli della loro condizione di subalternità e vorrebbero avere più diritti, ma non sanno come. C’è chi si è ribellata fisicamente, scacciando via gli aggressori, ferendo i capi violenti con delle cesoie, insultandoli, chi pur di non sottostare agli abusi ha cambiato lavoro, chi ha denunciato. Tra le donne che ho intervistato non ci sono però state esperienze di riscatto positivo: anche in seguito alla ribellione, le donne hanno comunque pagato un caro prezzo, e questo è quello che succede a tante, anche in altri settori.

La storia di riscatto è sembrata iniziare dopo la pubblicazione di Oro Rosso, che oltre ad essere un libro è anche un lavoro fotografico (con una mostra che sta girando l’Italia) e un’inchiesta in tedesco, inglese e spagnolo pubblicata in Germania con la giornalista Pascale Mueller. Proprio dopo la pubblicazione di questa inchiesta su Correctiv e BuzzFeed, in Spagna è scoppiato il caso. Politici e pubblici ministeri hanno chiesto che venissero aperte delle indagini per fare chiarezza sulla situazione delle braccianti di Huelva. Diverse braccianti della zona, straniere e spagnole, hanno sporto denuncia e 400 braccianti marocchine sono scese in piazza spontaneamente a manifestare appoggiate dal Sat, Sindicato andaluz de trabajadores.

Ci sono 10 braccianti marocchine che a maggio di quest’anno hanno fatto un esposto contro i datori di lavoro per le condizioni di vita e lavoro in cui le hanno tenute: erano state reclutate per raccogliere le fragole ma non messe nelle condizioni di nutrirsi e alloggiare adeguatamente, a volte punite per come avevano svolto il lavoro, in alcuni casi molestate sessualmente. All’inizio erano almeno un centinaio le donne che volevano denunciare, ma poi c’è stata la rappresaglia dei proprietari delle aziende agricole.

Per sostenere le lavoratrici, rimaste senza impiego e senza la paga stagionale che avrebbero dovuto ricevere, è stata avviata una raccolta fondi, che in oltre un mese ha superato i 21mila euro. Di questi ultimi giorni è la brutta notizia che non tutti i soldi sarebbero arrivati alle lavoratrici, sembra che qualcuno si stia approfittando della situazione. La questione è comunque troppo fresca e controversa per riuscire ad esprimere un parere al momento, anche se provoca non poco sgomento.

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