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Montanelli e il dovere di raccontare la Storia con le voci delle vittime

Rimuovere la statua di un colonialista stupratore non è censura, ma la presa di coscienza dei crimini coloniali italiani e della cultura dello stupro. Conoscere la Storia non basta, se non si ha un punto di vista intersezionale che renda giustizia alle voci di chi non ha mai avuto voce

colonialismo stupro
Il colonialismo è stupro | Immagine di Non Una di Meno Milano

L’esplosione di proteste antirazziste negli Stati Uniti, a seguito dell’omicidio di George Floyd si è manifestata anche con l’abbattimento di alcune statue di “eroi” confederati, personcine “perbene” che hanno difeso letteralmente con le armi l’istituzione della schiavitù di cui ancora pagano le conseguenze le persone afroamericane.

La notizia in Italia, accanto alle proteste di solidarietà e alle richieste di doverosa riflessione sul nostro italianissimo razzismo e sulle nostre responsabilità, ha riacceso le proteste sulla statua in onore del giornalista Indro Montanelli, eretta a Milano nel 2006. Statua che, a stretto giro, è stata di nuovo ricoperta da una secchiata politica di vernice, stavolta ad opera degl* attivist* di Lume e Rete Studenti Milano, che hanno rivendicato il loro gesto con un video e un comunicato. 

La prima volta la statua era diventata rosa l’8 marzo 2019 per mano delle attiviste di Non Una Di Meno, come denuncia della saldatura tra colonialismo italiano e cultura dello stupro, temi sui quali l’estabilishment si rifiuta di riflettere e ammettere le proprie colpe. Il colonialismo è stupro, hanno ripetuto in questi giorni le attiviste, e ancora una volta hanno richiesto l’inizio della decolonizzazione del tessuto urbano, a partire da una riflessione che dovrebbe maturare nella mentalità italiana.  

Le statue sono un simbolo

Non giriamoci intorno: la funzione delle statue è prettamente simbolica. Le statue vengono erette per celebrare individui e momenti ritenuti edificanti, da lasciare come monito positivo per chi verrà dopo, e sono esaltazioni di ciò che si ritiene sia il meglio della società.

Il monumento di bronzo in onore del giornalista è, per chi ne richiede da tempo la rimozione, un ricordo costante della grande stima di cui gode il defunto, e per estensione, dell’amore italiano per il potere coloniale razzista, bianco ed europeo.

È la celebrazione di un uomo che ha incarnato perfettamente il ruolo di conquistatore bianco di terre e popolazioni ritenute inferiori, arruolandosi volontario all’esercito colonizzatore fascista, affittando (tramite matrimonio temporaneo a pagamento) e stuprando Destà, una bambina etiope di 12 anni, senza mai smettere di rivendicarlo e giustificarlo, oltre ad aver negato per decenni l’utilizzo di gas nervini sulle popolazioni etiopi nel 1935-36.

Opera di street art di Ozmo dedicata a Destà | Immagine dalla pagina Facebook dell’artista

Errori storici e cultura dello stupro

La tesi principale dei difensori, che ignorano deliberatamente il significato politico del gesto e le voci di chi pretende la messa in discussione dei valori coloniali e di quel passato mitizzato, è l’affermazione errata che il madamato, il matrimonio provvisorio tra colonizzatori italiani e donne indigene che diede luogo a soprusi e a un popolo di prole non riconosciuta, fosse costume dell’epoca.

A quasi un secolo dalla “avventura coloniale”, l’elite del giornalismo italiano non è capace di fare una banale ricerca in rete per accertarsi del fatto che il matrimonio a tempo, già malvisto per motivazioni razziali nel 1935-36, venne reso illegale nel 1937 con pene di reclusione sino a 5 anni, per tutela della razza italiana.  E di scoprire che Montanelli andò ben oltre la consuetudine dei tre anni di differenza tra dominatore e donna indigena, intrattenendo un rapporto di dominazione su una bambina di 12 anni più giovane di lui. 

Il modo in cui il defunto giornalista parlava di Destà, definita “animaletto docile”, mostra la ancora persistente ipersessualizzazione riservata alle bambine, ragazzine e donne nere, disprezzate ma feticizzate.

Lo stupro è sempre stato una vera e propria arma di guerra, parte dell’antichissima strategia che rende le donne, al pari delle terre, oggetti di conquista ed esaltazione della virilità del maschio, espressa tramite la violenza in ogni sua forma.

Accettare oggi che una statua che celebra uno stupratore di una bambina resti dov’è pone una serie di problemi: l’esaltazione di valori deteriori, la perpetuazione di un racconto storico viziato e colonialista, la totale negazione della dignità della vittima. E quest’ultima si ripresenta per tutti i casi di permanenza delle statue di colonizzatori, confederati, schiavisti, sovrani. 

Le azioni del passato vanno contestualizzate, si è detto. Rettificata la convinzione del benestare sul madamato, possiamo dire serenamente che in ogni caso nulla giustifica i crimini, e nulla li rende compatibili con i valori odierni.

Dobbiamo invece raccontare la Storia di chi ha subito le loro violenze, anche con statue che ci parlino delle vittime. Un simbolo, la statua, che deve essere seguito da fatti e politiche che riconoscano le colpe italiane e cambino concretamente la vita delle persone afrodiscendenti italiane.

La storia delle vittime

Le voci e le fonti da ascoltare ci sono, e insistono da decenni sulle responsabilità del passato e sul nostro razzismo odierno. Ascoltarle significa non potere più accampare scuse sul passato e affrontare i suoi effetti sul nostro oggi. 

Una delle voci più note è quella della scrittrice Igiaba Scego, che ha parlato diffusamente anche di Montanelli, del rapporto italiano col passato e nel 2019 ha curato la raccolta di racconti Future, in cui undici donne afroitaliane espongono la propria prospettiva e realtà tra origini e presente profondamente intrecciati.

In favore della statua, tra le altre ma senza sorpresa, si sono levate subito le principali voci maschili del giornalismo italiano, quello stesso che ha un enorme culto del proprio ego e molto di rado riesce a mettersi in discussione: Marco Travaglio, Luca Telese,  Enrico Mentana, Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, Beppe Severgnini. Per loro la rimozione della statua sarebbe un’azione di censura dei meriti giornalistici di Montanelli, ma non vogliono rendersi conto che si tratta in realtà dell’ennesimo occultamento dei crimini coloniali italiani e della riduzione a crimine minore dello stupro.

L’intoccabile Montanelli, per intenderci, si riteneva un superiore uomo bianco e nel 1936 scriveva:

«Non occorre un intuito psicologico freudiano per avvedersi che un indigeno ama il bianco solo in quanto lo teme o in quanto lo tiene infinitamente superiore a sé. Niente indulgenze, niente amorazzi. (…) Il bianco comandi. Ogni languore che possa intiepidirci di dentro non deve trapelare al di fuori».

La difesa acritica di Montanelli da parte delle voci di punta del giornalismo è enormemente problematica perché, come dicevamo, dimostra che ancora oggi la mentalità italiana è affascinata dal mito del conquistatore bianco, ed è così intrisa di cultura dello stupro da essere incapace di prenderne le distanze.

Murales a Palermo di Mr. Cens, Betty Macaluso e Ulrike H. | Immagine dalla pagina Fb di Mr. Cens

Riconoscere il proprio privilegio

Ancora una volta, il nodo della questione è il privilegio, quello di chi fa parte della maggioranza culturale ed è erede diretto, per spirito perlomeno, di Montanelli.

Quella statua non offende e non mette in piazza la crudeltà, per chi oggi come allora non sarebbe stato mai vittima, ma al limite conquistatore. Il discorso delle minoranze non li tocca, non vedono il problema, e di conseguenza ogni discussione suona addirittura come un’offesa. Al privilegio dell’uomo bianco infallibile in patria, aggiungiamo la mancata defascistizzazione che ci ha impedito di allontanarci davvero dal fascismo e ad oggi, nel 2020, non è capace di vedere nelle proteste di questi giorni negli Stati Uniti il proprio razzismo.

Perché se è vero che Italia e Stati Uniti hanno una storia molto diversa, l’Italia non è per niente innocente, e la “grande impresa coloniale” è stata una dominazione col suo carico di violenza e, come ha raccontato lo psichiatra terzomondista Franz Fanon, ricadute psicologiche sulle popolazioni.

Il relativismo con cui lo storico Alessandro Barbero, in un recente video, parla della conquista dell’Australia che dal punto di vista delle popolazioni indigene fu un’occupazione, è una pallidissima e insufficiente riflessione sul problema che investe il racconto del colonialismo, il punto di vista dominante nella Storia che continua a rifiutarsi di dare voce alle popolazioni che hanno subito quelle che per gli europei sono grandi conquiste.

Infatti, nel moltiplicarsi di opinioni sulle statue che devono stare in piedi o forse no, in Italia e negli Stati Uniti, non c’è traccia di una riflessione su uno dei più grandi problemi della Storia intesa non come fondamentale raccolta di fonti, ma come racconto di un passato: ci si rifiuta di mettere in discussione non i fatti, ma di rivedere la propria posizione in relazione ai fatti.

Il racconto non deve e non può prescindere dalle fonti, che vanno sempre ricercate con attenzione e lette con onestà, ma è un racconto asettico se non ci fa riflettere sui valori attuali. La Storia non può essere asettica e, in un paese che la studia sempre di meno, deve insegnare molto di più di una lista di avvenimenti. 

Quando studiavo Storia all’università con la passione che si riserva solo a una cosa nella vita,  mi hanno ripetuto di continuo che il contesto è tutto (“contestualizza!” era un meme ante litteram), ed è paradossale che il contesto in cui stiamo vivendo e le cause della richiesta di una nuova lettura vengano ignorati per quelle che sembrano delle prese di posizione aprioristiche, che rispecchiano la presenza predominante di un punto di vista eurocentrico, bianco, maschile e ancora affascinato dalle azioni colonialiste.

I crimini sono crimini e basta

Alla “querelle statue” molti storici hanno risposto con un no netto, fatto paragoni con la storia dell’antica Roma per cui si potrebbe giungere alla richiesta della distruzione del Colosseo, e affermato che si tratti di rimozione del passato in toto. Fa loro da contraltare il medievista Franco Cardini, che dalle pagine dell’Avvenire afferma:

«Troppo comodo sarebbe, anche nelle scuole, continuar a condannare genericamente il colonialismo senza conoscerlo e senza studiarlo, fingendo di non sapere che esso fu parte della marcia verso il “progresso” e l’arricchimento dell’Europa liberista. Finché non faremo radicalmente e sistematicamente tutto ciò, il lavoro di ‘purificazione della memoria’ indirizzato a stigmatizzare i crimini nazisti e stalinisti sarà un esercizio ipocritamente lasciato a metà strada. Non esistono crimini “condannabili” e crimini “giustificabili”: i crimini sono crimini e basta.

Ed è fino dalla scuola che bisogna imparare a riconoscerli, anche con una diversa lettura del passato. E ciò, attenzione, non è “revisionismo”. È puramente e semplicemente revisione alla luce di criteri di approfondimento e di lucidità. Perché se la storia non è revisione – vale a dire esame e verifica continua del passato alla, luce del presente e in funzione del futuro –, allora non è nulla».

Altre voci con la loro opposizione hanno portato alla luce un problema che chi ha studiato Storia all’università conosce bene: il corpo docente non vuole rinunciare al proprio punto di vista privilegiato, e pretende di continuare a raccontare la Storia in modo eurocentrico, maschile, bianco.

Conoscere la Storia non basta, se non si ha un punto di vista intersezionale che renda giustizia alle voci altre, apra le porte e scenda dalla metaforica torre d’avorio in cui si dice gli storici stiano da sempre. Il contesto non può e non deve essere una giustificazione per un immobilismo che ci impedisce di riconoscerne le azioni terribili, e si ostina a consegnarci una Storia parziale

Aggiungere le voci di chi ha subito le grandi conquiste del passato e mettere in luce quanto simili ma anche quanto distanti per valori fossero da noi le persone che ci hanno preceduto non è revisionismo, non è censura, non è un bavaglio, ma soprattutto non è un tradimento e anzi, è un dovere e una redistribuzione, per quanto piccola, del potere.