Moda e femminismo sulla pelle delle lavoratrici


Una t-shirt e una scritta: #IWannaBeASpiceGirl. Emma, Geri, Mel C e Mel B, si fanno fotografare insieme per finanziare la campagna di raccolta fondi di Comic Relief, dedicata a progetti che favoriscono l’uguaglianza di genere in Gran Bretagna, focalizzando l’attenzione sul tema delle differenze di stipendio tra uomini e donne.

Lodevole iniziativa?

Non esattamente. C’è un problema, ed è molto grosso.

Le magliette sono state prodotte da donne come Salma, in una fabbrica in Bangladesh. Salma non ha mai sentito parlare delle Spice Girls, lavora 16 ore al giorno e il suo stipendio è di 40 centesimi di euro l’ora.

Per conoscere la storia di Salma, dobbiamo setacciare accuratamente la rete, mentre le facce senza pensieri delle Spice Girls e questo femminismo addomesticato che funziona benissimo per essere venduto, non fanno nessuna fatica a finire sui media.

Negli ultimi vent’anni il consumo di abbigliamento è aumentato del 500%. Il 63% di tutta la produzione di vestiario attualmente deriva dall’industria petrolchimica. Meno del 4% del costo di un capo è destinato al salario di chi lo produce.

Potremmo continuare a lungo elencando dati che contribuiscano a dare il quadro: quella della moda, così come concepita negli ultimi anni, è tra le industrie più insostenibili del pianeta e ha reso l’intera economia di molti stati asiatici quasi totalmente dipendenti dalla domanda incessante di marchi d’abbigliamento occidentali.

La definiamo con un termine globale: fast fashion, l’industria della moda veloce, della moda usa e getta.

La fast fashion è una tendenza basata sull’acquisto compulsivo di vestiario e sull’obsolescenza pianificata: i capi rispondono alle ultimissime tendenze, ma sono pensati e fatti per costare e durare poco. Economici, all’ultima moda, il concetto di stagione è sorpassato, gli articoli in commercio cambiano di continuo, tanto da invogliare chi compra a tornare spesso per le novità. Rubate dalla strada (o da giovani del settore), le tendenze sono in grado di passare da uno sketch a una vetrina nel giro di tre settimane.

Si tratta di un modello di sviluppo introdotto da Zara e seguito a ruota da molti altri marchi come H&M, Primark, Mango. Il nome Amancio Ortega vi dice qualcosa? Co-fondatore di Zara, oggi è tra gli uomini più ricchi del mondo.

Qual è l’impatto, il costo reale della moda a basso costo?  

Inquinamento delle acque, salari indegni, condizioni di sicurezza sul lavoro non garantite, insorgere di malattie dovute ai materiali tossici: ecco ciò che si nasconde dietro le etichette della maggior parte dei vestiti che indossiamo nel 2019.

Qualche altro dato: gli articoli di fast fashion corrispondono all’80% di tutta l’esportazione del Bangladesh, le 4.825 industrie presenti nel paese impiegano più di 3 milioni di persone, l’85% sono donne.

Immagine di Odile Brée (Instagram)

È il 2013 e per la prima volta si inizia a parlare in Occidente delle condizioni delle lavoratrici dell’industria della moda in seguito al crollo del Rana Plaza, a Dacca, in Bangladesh. Otto piani di un edificio commerciale si sbriciolarono, lasciando sotto le macerie 1.129 persone. L’edificio era stato dichiarato inagibile in seguito alla crepatura di muri e soffitti. Il primo piano, che ospitava banche e altre attività fu evacuato nei giorni precedenti, mentre a chi lavorava in fabbrica fu ordinato di tornare a lavoro. Il 24 aprile l’edificio collassò all’ora di punta.

Stiamo parlando del più grave incidente in una fabbrica tessile di tutti i tempi, ma da questa parte di mondo della notizia arrivò solo una debole eco.

Le sedi di marchi come Auchan, Benetton, C&A, El Corte Inglés e tanti altri, tremarono. Ci si affrettò a distanziarsi, per evitare di venire investiti dalle critiche, ma il tema della esternalizzazione dell’industria della moda nei
paesi del Sud asiatico cominciò a non essere più un dato gigantesco e cruciale, ma drammaticamente sommerso.

Se queste notizie avessero avuto la stessa risonanza delle Spice Girls impegnate sull’adeguamento salariale delle donne britanniche, forse ci sarebbe più consapevolezza del fatto che, dal Rana Plaza in poi e da almeno due anni in forma massiva, in Bangladesh e in altri luoghi dell’Asia del Sud, si scende in piazza continuamente: per un aumento di stipendio (parliamo di cifre minime), per l’applicazione delle garanzie sulla sicurezza nelle fabbriche, per il rispetto degli impegni presi in seguito al crollo.

Da due mesi siamo davanti a una nuova e forte ondata di proteste.

Si bloccano le strade e i porti, e il governo del Bangladesh risponde con idranti e lacrimogeni. La libertà di associazione è minata: chi segue un sindacato viene ormai perseguitato e finisce su una lista nera.

La campagna internazionale Abiti Puliti (Clean Clothes Campaign), che conta gruppi distaccati in 17 paesi europei e collabora con le organizzazioni di diritti del lavoro in Canada, Stati Uniti e Australia, è tra le poche entità a fornire aggiornamenti puntuali.

Dalle loro cronache si legge: «Le proteste contro l’implementazione della revisione del salario minimo sono scoppiate a dicembre. Si sono fermate il 30 dicembre per le elezioni e sono ripartite il 6 gennaio. La repressione delle forze governative è stata particolarmente violenta, causando 1 morto e circa 50 feriti. Il 13 gennaio è stato annunciato un aumento minimo per tutti i gradi salariali, tranne quelli più bassi, e i lavoratori sono stati invitati a tornare al loro posto di lavoro. Il giorno dopo sono iniziati i primi licenziamenti. Attualmente, secondo quanto riferito, almeno 5.948 lavoratori sono stati licenziati, 2.292 sono sulla “lista nera” e 45, inclusi alcuni sindacalisti, sono stati arrestati. Molte altre denunce sono state depositate contro i lavoratori, la maggior parte delle quali contro ignoti: questo significa che il tribunale potrà inserire qualsiasi lavoratore nella lista delle persone accusate» .

Abiti Puliti ha appena terminato una campagna della durata di una settimana di solidarietà terminata il 3 febbraio per diffondere notizie, coordinando il mondo dell’attivismo e delle organizzazioni sindacali.

La questione della sicurezza delle fabbriche è impellente: in seguito al Rana Plaza venne siglato un “accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh”, che da novembre, in seguito a successivi interventi della Corte Suprema, rischia di non essere più rispettato e non costituire una reale garanzia per chi lavora.

La gigantesca domanda di mercato soddisfatta dalle fabbriche del Sud asiatico ha permesso a molte donne di uscire dalla povertà e questo è l’argomento più usato dai reparti dedicati alla sostenibilità spuntati nelle sedi dei marchi di fast fashion negli ultimi anni. La dipendenza dai marchi occidentali fa sì che le iniziative di contrasto risultino in ogni caso controverse. Il boicottaggio organizzato e mirato, ad esempio, non viene visto di buon occhio dai sindacati bengalesi: il problema, sostengono, non è scappare via dal casino e spostare il problema altrove, ma occuparsene attivamente.

Il premio Nobel bengalese Muhammad Yanus, ideatore del microcredito, promuove l’idea di un salario minimo internazionale, misura che potrebbe arginare lo sfruttamento da parte del capitalismo occidentale.

C’è chi propone un ritorno alla slow fashion, ovvero la scelta di imprese che favoriscano un’etica lavorativa e che facciano attenzione all’impatto ambientale. I movimenti per la decrescita puntano ad evitare del tutto l’atto dell’acquisto: i capi già in circolo sono centinaia di migliaia, è impossibile smaltirli e non c’è nessuna reale necessità di possederne così tanti.

Questa situazione non può che interrogare insistentemente anche chi si dice femminista.

Se un femminismo che non si smarca dal neoliberismo può includere in se stesso la contraddizione di una t-shirt sporca di sangue realizzata per finanziare l’uguaglianza di genere, un approccio intersezionale dovrebbe invece essere in grado di fornire strumenti per scioglierla.

Fare a ritroso il percorso dei vestiti che portiamo addosso può trasformarsi in una scoperta che diventa a tratti molto scomoda, ma è anche occasione per dare un significato profondo alle nostre azioni.

Informarsi sulle lotte delle donne bengalesi e supportarle nelle loro scelte strategiche, può diventare importante sia per superare la loro oppressione che quella esistente in Occidente, se la intendiamo come dipendenza dal mercato espressa nella forma patinata delle riviste.

Se pure dobbiamo interrogarci su quale parte del nostro stile di vita diventi un problema globale, non possiamo ignorare che la scelta della moda a basso costo sia molto spesso una questione di precarietà. Si compra quella perché è l’unica abbordabile, l’unica alla nostra portata. Ma nello stordimento indotto dal capitalismo, si perdono sempre di vista tutte le altre forme di organizzazione della vita, per non parlare di tutta l’immaginazione che ci viene rubata.  

Il baratto, il dono, i mercatini di seconda mano, i gruppi d’acquisto, l’autoproduzione, sono solo alcune delle idee realizzabili per riportare l’organizzazione dei nostri consumi a un livello locale e sostenibile.

E per non cadere nella trappola mentale che l’acquisto compulsivo possa risolvere più problemi di quanti ne risolvano economie solidali e consapevoli, mantenendosi nel conflitto ed esercitando una solidarietà senza confini.

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