Mestruazioni e classismo: che cos’è la “period poverty”

Illustrazione di Alice Skinner

Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare della riduzione dell’Iva dal 10 al 5% di un bene di lusso, il tartufo, facendo notare come, invece, agli assorbenti femminili sia ancora applicata l’Iva al 22%.

Nemmeno l’attuale governo italiano, dunque, ha lavorato per inserire pannetti, tamponi e coppette tra i beni di prima necessità, nonostante, nei fatti, lo siano. Quale persona con un ciclo mestruale può vivere nel mondo di oggi senza comprare assorbenti?

In realtà questa non è affatto una problematica nuova: si è cominciato a discuterne a livello globale anni fa. Già nel 2015 quando le Nazioni Unite fissavano come quinto Obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 la parità di genere, avevano fatto presente quanto fosse importante smettere di considerare il ciclo fisiologico femminile un tabù e favorire l’accesso a prodotti sanitari di qualità e a basso costo, nell’ottica di rafforzare l’integrazione femminile.

In Italia il problema non ha ancora trovato soluzione, nonostante la petizione lanciata dall’attivista Chiara Capraro abbia ormai superato le 170mila firme e la questione sia approdata, senza successo, in parlamento.

Ma perchè è così importante agevolare l’accesso ai vari tipi di assorbenti?

Cosa significa “period poverty”

Il termine period poverty indica l’impossibilità economica di potersi garantire un’igiene adeguata durante tutto il periodo mestruale attraverso appositi dispositivi sanitari (assorbenti, tamponi o coppette) e in luoghi idonei (bagni puliti e attrezzati).

Questo problema, specialmente nelle più giovani, può comportare un serio ostacolo alla frequenza scolastica e quindi a una perdita in termini di accesso all’istruzione.

Si potrebbe pensare che sia una situazione che riguarda Paesi a basso reddito, ma non è affatto così: secondo un’indagine Unicef si stima che in tutto il mondo una scuola su tre non abbia servizi igienici adeguati (il rapporto sale a una su due nei Paesi a basso reddito).

Questo significa che studentesse e insegnanti troppo spesso si trovano a non avere luoghi idonei dove poter gestire le mestruazioni in modo igienicamente sicuro. La situazione viene aggravata da due fattori: quello culturale e quello economico.

Mestruazioni: lo stigma culturale

La donna mestruata è normalmente dipinta come una sorta di mostruosa creatura irosa e stressata e, nei casi peggiori, alle battute sessiste si aggiunge un vero e proprio tabù.

DA LEGGERE: MESTRUAZIONI, IL CICLO È ANCORA UN TABÚ ?

Se in Italia se ne parla bisbigliando in modo imbarazzato e risulta un argomento sgradevole, in certe parti del mondo le mestruazione rappresentano un impedimento sociale poiché, in alcune culture, la donna mestruata è percepita come contaminata, sporca, impura e da allontanare.

Non c’è da stupirsi se si pensa che nel Levitico 15:19-30  (terzo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana) è scritto: «Quando una donna avrà i suoi corsi e il sangue le fluirà dalla carne, la sua impurità durerà sette giorni; e chiunque la toccherà sarà impuro fino alla sera».

Si pensi, poi, al Nepal dove, fino al 2006, anno in cui fu dichiarata illegale, esisteva la pratica hindu chiamata “chaupadi” che costringeva le donne, fin dal menarca, a restare chiuse e isolate per giorni in apposite capanne ai confini dei villaggi, poiché considerate portatrici di sventura.

Insomma, generalmente il periodo mestruale viene percepito come qualcosa di cui vergognarsi e da tenere segreto, strettamente correlato “all’impuro universo femminile”.

Gloria Steinem, attivista femminista statunitense, negli anni settanta scrisse un saggio dal titolo If men could menstruate (“Se gli uomini potessero mestruare”) e si chiese: «Cosa accadrebbe, per esempio, se di colpo, magicamente, gli uomini avessero le mestruazioni e le donne no? La risposta è chiara: le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento mascolino di cui vantarsi».

Cosa c’entra tutto questo con la period poverty? C’entra perché è la base su cui si sviluppa la mancata percezione sociale di questo problema.

Mestruazioni: il costo dei dispositivi sanitari

Oltre alla già citata mancanza di servizi igienici, la period poverty si compone anche di un aspetto economico che deve essere considerato: il costo dei dispositivi sanitari e la tassazione applicata, chiamata internazionalmente tampon tax.

Anche in Paesi considerati insospettabili come la Gran Bretagna, le fasce più povere della popolazione non hanno i soldi per acquistare gli assorbenti a causa dei prezzi elevati e ricorrono ad abiti vecchi, stracci o altro esponendosi così al rischio di contrarre infezioni. I dati emergono da una ricerca condotta da Plan international UK su un campione di mille ragazze di età compresa tra i 14 e i 21 anni: il 15% delle intervistate ha riferito di non riuscire ad acquistare assorbenti, mentre il 14% ha dichiarato di averli chiesti alle amiche perché troppo cari.

In Bangladesh secondo un’indagine condotta nel 2013, il 41% delle ragazze tra gli 11 e i 17 anni perde almeno 2,8 giorni di scuola per ogni ciclo mestruale proprio per la mancanza dei dispositivi sanitari. In Etiopia, come riporta il sito del progetto Dignity Period, il 51% delle ragazze perde tra uno e quattro giorni di scuola al mese.

Come dicevamo, assorbenti, tamponi e coppette mestruali non sono considerati beni di prima necessità nemmeno in Italia dove la tassazione è al 22%, come quella applicata a beni di lusso, mentre i rasoi maschili hanno tassazione al 4%. Nel 2016 la formazione Possibile di Giuseppe Civati, depositò in Parlamento un provvedimento per abbattere quel muro del 22% ma la proposta cadde nel vuoto e venne derisa da più parti.

Tampon tax, le azioni positive

La sensibilizzazione alla tematica ha portato alcuni Stati a prendere dei provvedimenti sulle tasse applicate agli assorbenti:

  • Canada: nel 2015, grazie a 74 mila firme raccolte attraverso una petizione on-line (centomila in meno di quelle raccolte in Italia), la tampon tax è stata abolita;
  • Europa: le Canarie sono state le prime a annullare completamente la tampon tax, la Francia ha abbassato la tassazione dal 20 al 5%, in Scozia e Irlanda gli assorbenti vengono distribuiti gratuitamente alle studentesse grazie a movimenti nati all’interno delle scuole. La Spagna sta attualmente provvedendo a ridurre l’Iva dal 10 al 4%;
  • Australia: dal gennaio 2019 non si applica più  la tassa del 10% prevista poiché i dispositivi sanitari sono stati equiparati a beni di prima necessità, che ne sono esenti. L’esenzione si applica soltanto ai tamponi e agli assorbenti esterni, ma non ad altri prodotti come le coppette e la biancheria intima apposita;
  • India: una campagna popolare ha portato il governo a cancellare la tassa del 12% su questi prodotti e quindi renderli più accessibili al 43% delle ragazze dai 15 ai 24 anni che, secondo un’indagine, non li potevano usare. Il film indiano del 2018 Padman racconta l’impegno di un imprenditore a realizzare assorbenti a basso costo, mentre imprese sociali come la Boondh stanno offrendo a prezzi accessibili alle ragazze più svantaggiate le coppette mestruali;
  • Uganda: uno studio condotto nel Paese africano dalla School of oriental and african studies dell’Università di Londra mette in evidenza come la distribuzione gratuita di assorbenti lavabili e riutilizzabili sia positivo sulla frequenza scolastica delle ragazze. Nel corso di 24 mesi sono stati distribuiti assorbenti riutilizzabili a più di mille ragazze di otto scuole: nel periodo dell’indagine le ragazze hanno aumentato la frequenza scolastica di 3,4 giorni ogni 20.

Da questi esempi virtuosi, risulta evidente come rendere accessibili a tutte questi dispositivi di prima necessità significa muoversi verso una società cosciente, responsabile e attenta alle esigenze di tutte le persone.

Dovremmo iniziare a comprenderlo anche in Italia: le necessità sanitarie delle donne devono avere la stessa importanza di quelle di chiunque altro.

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