“Girl” e la retorica del dolore sull’esperienza trans

Si può racchiudere Girl – il primo lungometraggio del regista belga Lukas Dhont, uscito da poco nelle sale italiane – in tre elementi: piedi sanguinanti, ghiaccio e specchi.

Lara, la protagonista è un’adolescente trans e un’aspirante ballerina. Sembra che non ci possa essere un film sulla danza classica senza piedi sanguinanti, così come una protagonista trans che non si specchi per intere sequenze. Abnegazione e sofferenza. Corpi trans o adolescenti, corpi in trasformazione, specchi che li riflettono senza la pietà che le protagoniste vorrebbero.

Un film non è mai un discorso neutro e trasparente, soprattutto se, come Girl, vuole presentarsi come un film d’autore. Non a caso al festival di Cannes ha vinto il premio Un Certain Regard, che letteralmente – scopro – significa “un certo sguardo”. Già dal titolo Girl è questo “certo sguardo” autoriale ed è un sguardo sul mito feticista della fioritura di un femminile postpuberale. Ragazze che giocano sott’acqua per minuti interi, ragazze che ballano, fanno le stronze, si abbracciano, fanno twerking in una pausa tra un allenamento e l’altro.

Comportamenti volutamente in contrasto con la cupezza della protagonista che viene così implicitamente accusata dalla regia di non saper partecipare a questa primavera di corpi flessuosi e vitali, come se l’unica ad avere problemi fosse Lara.

Ad un certo punto il padre le dice una cosa importante: Lara non vuole essere una ragazza, vuole essere una donna. L’amorevole sottinteso è che sbaglia, perché vuole saltare i tempi, crescere in fretta, dimenticare il suo corpo ancora troppo maschile. Per accentuare la disforia corporea è stato scelto un attore maschio cisgender (cioè il cui genere coincide con quello che gli è stato attribuito alla nascita).

Lara sbaglia. Lara sbaglia sempre. Non è in sintonia con la percezione che hanno gli altri di lei, Lara sbaglia perché si ossessiona e non ha pazienza. Sbaglia perché ci viene mostrata come un personaggio che sbaglia e il padre, i medici, le compagne, tutti le fanno intendere che sbaglia, qualsiasi cosa faccia, che voglia adeguarsi, che non voglia adeguarsi, indecisa o determinata.

L’intera esperienza trans della protagonista, che dopo una fase di bloccanti del testosterone inizia una terapia a base di estrogeni, è totalmente schiacciata sull’accettazione o meno dei suoi genitali, come se tutto il resto – relazioni, progetti, emozioni – non contasse. I genitali di Lara ci vengono continuamente mostrati, discussi, nascosti, immaginati, più o meno come tutti i film con una protagonista trans.

Molto prosaicamente il film avrebbe potuto chiamarsi I genitali di Lara (o più creativamente Genitali danzanti). La regia ce li espone mentre Lara si guarda allo specchio ma non quando le sue compagne le chiedono di mostrarli. Ma non è forse la stessa cosa? Il regista non si è posto esattamente nella stessa posizione di voler vedere e poi voler far vedere? Nell’intimità struggente di una stanza è permesso, in uno scherzo crudele tra compagne no.

Per questo la regia è morbosa, perché si permette di usare due pesi e due misure nello sguardo (quello del regista, un uomo cis, seppur non eterosessuale) sui genitali. Alcune cose sono permesse, altre no e le regole della messa in scena sono ovviamente in mano a Dhont (ma anche dei produttori, e del montatore, ecc.).

Un fotogramma del film Girl

Non basta una camera a mano per ottenere un effettivo effetto di realtà. La messa in scena presuppone una scelta, una costruzione drammaturgica. Nonostante Girl racconti una specifica storia, diventa inevitabilmente un simbolo per tutte le storie trans. Ogni singola messa in scena, anche quella più documentaria, di un’esperienza trans di sofferenza e disagio è un tassello nella costruzione di narrazione pubblica dell’esperienza trans che ripropone sempre gli stessi concetti di dolore, del corpo sbagliato, di autopunizione. Non che non sia vero, ma non c’è solo questo.

Quello che si può provare verso la protagonista è il solito mix paternalista di pietà e fastidio, per un’adolescente che vuole tutto e subito. Lo vuole in quanto donna – con seno e vagina – e lo si capisce abbastanza chiaramente. Su cosa voglia come come ballerina rimane un grande mistero.

Quartetti d’archi strazianti, estenuanti allenamenti che conducono inevitabilmente ad un esaurimento e piedi sanguinanti non bastano a fare un buon film sulla danza classica. Come si può capire se Lara è davvero talentuosa come si dice e non solamente una fissata senza mai una gioia? Lara dice di non sudare durante gli allenamenti e nemmeno spettatori e spettatrici ardono di passione con lei (almeno non io).

Il suo progetto artistico e creativo rimane sempre piuttosto vago. Un personaggio trans prima di tutto è trans, il resto, ancora una volta, è secondarioLa danza classica è una metafora ma una metafora sterile perché non ha un obiettivo reale. È funzionale alla messa in scena di un’ossessione.

Girl da questo punto di vista è quello che dice di essere: un film nordeuropeo d’autore, con le sue camere a mano, le luci naturali, le atmosfere delicate, i dialoghi quotidiani, i silenzi. Che sia un film noioso non è un’ovvietà, è solo la conseguenza di una regia che sotto la forma spesso non ha molta sostanza (ma in fondo il regista ha solo ventisei anni, è giovane, vuole crescere in fretta).

Il ghiaccio invece è l’elemento anestetizzante che Lara usa – SPOILER – per autoevirarsi.

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