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La misura è colma. Sulla transfobia di Arcilesbica

Dopo l'omicidio di Maria Paola Gaglione, l'associazione Arcilesbica ha colto l'occasione per fare esternazioni transfobiche, insistendo a definire "una donna" il compagno trans Ciro Migliore. Ecco la riflessione di due attiviste femministe lesbiche e queer: "Questi muri li vogliamo vedere esplodere"

© Cloudy Moroni | Instagram: @cloudypics

In un intervento nel dicembre 1977, al convegno della Modern Language Association, Audre Lorde invita a “trasformare il silenzio in parole e azioni” perché “i miei silenzi non mi avevano protetta. I vostri silenzi non vi proteggeranno”.

Di fronte all’uccisione feroce di Maria Paola Gaglione, speronata in motorino e finita dal fratello per impedire il suo rapporto con un ragazzo trans, Ciro Migliore, che ha poi riempito di botte, ci siamo sentite prima di tutto attonite. E senza parole.

Intorno a noi però si è sollevato un rumore martellante di parole. Parole che misgenderano [cioè attribuiscono identità di genere scorrette, ad esempio chiamando al femminile un uomo trans, ndr], invisibilizzano, dismettono le vite, le scelte, le esperienze delle persone coinvolte.

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Parole che vengono dappertutto: dai quotidiani, dai telegiornali – anche quelli che si vorrebbero progressisti -, dalle agenzie di stampa e persino dal mondo dell’associazionismo. Sono delle ultime ore diversi post rilanciati da Arcilesbica nazionale che agisce una doppia negazione: da un lato dell’identità di genere del ragazzo (si faceva chiamare Ciro ma insistono a chiamarla Cira) e delle sue scelte in termini di desiderio (essendo, secondo loro, una donna avrebbe avuto una relazione lesbica). Apparentemente, solo medici e tribunali sanciscono la volontà di transizione e non la libera scelta delle persone.

Post pubblicato sulla pagina Fb di Arcilesbica Nazionale

Sentiamo il bisogno di uscire dal silenzio, se quel silenzio legittima o lascia spazio a un ordine del discorso che allora come oggi rende alcune vite non degne di essere vissute.

Sentiamo questo bisogno in quanto donne cis, queer, lesbiche, femministe. Non vogliamo parlare per altre/i/x, ma prendere parola a partire dal nostro posizionamento, convinte che in situazioni come queste il silenzio è complice.

La nostra presa di parola si dirige con rabbia contro chi – forte del suo privilegio – annienta, sminuisce, rende invisibili e delegittima le esistenze altrui usando come armi non solo le aggressioni fisiche – spesso mortali – ma anche la norma etero-cis-sessista, ricacciando vissuti non accettabili nelle categorie rassicuranti del binarismo di genere. E si rivolge con altrettanta rabbia contro chi – arroccata sulle sue oppressioni, in quanto donna e lesbica – agisce la stessa violenza, nel timore di vedersi sottrarre visibilità e legittimità da altre soggettività oppresse.

E dire che già negli anni ‘70-’80 il femminismo italiano venne sconquassato dalla spaccatura tra femministe lesbiche e femministe eterosessuali, accusate queste ultime di inivisibilizzare i corpi, le esistenze e i desideri lesbici per timore di spaccare il movimento femminista e di mettere in discussione la norma eterosessuale e, di conseguenza, le proprie vite intime e politiche.

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In virtù della nostra storia non crediamo possibile ora riproporre le stesse stanze di esclusione e silenziamento: abbiamo lottato perché ognuna/o/x potesse dire il proprio nome, fare della propria vita un campo politico, non per costruire ulteriori gabbie identitarie a svantaggio di nuovi e innominabili altre/i/x. Ma si sa che la storia la maggior parte delle volte non insegna niente a chi non vuole imparare.

La nostra rabbia va quindi contro chi – come Arcilesbica – erige muri fatti di odio transfobico, lì dove per altre di noi – donne cisgender lesbiche e queer – si creano ponti solidi e lucenti fatti di solidarietà, riconoscimento, amore.

Perché l’intersezionalità delle lotte implica il riconoscimento della stratificazione di privilegi e oppressioni: siamo donne sì, siamo lesbiche e queer e ce lo rivendichiamo. Ma così come i nostri corpi e i nostri vissuti sono messi quotidianamente sotto scacco dal patriarcato e dall’eteronorma, così incarnano anche spesso dei privilegi, in primis l’essere bianche, cisgender e abili.

Chiamare Ciro “Cira”, appiccicargli addosso l’identità femminile cisgender e lesbica, è una violenza transfobica, non molto dissimile da quello che ha fatto il giornalismo italiano da quattro soldi lanciando la notizia. È essere talmente arroganti e cieche di fronte al proprio privilegio cisgender da sentirsi autorizzate a negare il vissuto delle persone per renderlo più “accettabile”. È infliggere una violenza ulteriore.

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Pubblicato da NarrAzioni Differenti su Domenica 13 settembre 2020

 

Non si tratta di una mera questione nominale. Non si tratta neanche solo del fatto che il linguaggio produce il mondo, rendendo validi regimi di visibilità e possibilità. I discorsi che hanno accompagnato la notizia dei fatti di Acerra sono prodotto della stessa afasia sociale e politica del quale la violenza sessista e transfobica si nutre.

Matrici di odio, che segnano poche alternative al di fuori della famiglia eterosessuale, monogama, bianca, riproduttiva. Contesti nei quali è meglio una donna morta che legata a un uomo trans, nei quali un uomo trans è “Cira”, o una donna lesbica, nei quali una donna e un uomo trans sono una coppia lesbica o peggio “due amiche”, nei quali la prima reazione è quella di difendere e giustificare chi agisce violenza, che era in fondo “una brava persona” e “un onesto lavoratore”.

È troppo facile cadere fuori dal cerchio di ciò che è ammesso, di ciò che può essere vissuto, che può essere detto. Troppo violenti i confini. Basta assecondare il proprio desiderio. Basta scegliere la propria identificazione di genere. Basta pensare di essere libera. Basta l’abbigliamento sbagliato, a volte una minigonna, a volte un taglio di capelli. Basta non essere abbastanza bianca/o/x. Basta non sposarsi, o legarsi alla persona sbagliata, o non avere figli, o averli troppo tardi. Troppo soffocanti i muri del piccolo mondo dove non tolleriamo più di vivere. Da quel mondo scegliamo la sottrazione.

Quei muri, li vogliamo vedere esplodere.

Non basta una legge a modificare le radici incancrenite di un sistema che sulla violenza sessista e omo-lesbo-transfobica si regge. Non basta la formazione permanente, l’istruzione, i programmi di studio, i processi. Serve imparare ad ascoltare, a riconoscere e a camminare accanto. Serve scegliere da che parte stare. Serve prendere parola, ogni volta che è necessario. Serve decidersi finalmente a dire che il femminismo unico, monolitico, universale non esiste e non è mai esistito. Esistono i femminismi, le identità, vettori multipli di oppressione e privilegio.

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In un mondo che tuttora non ci riconosce, dove l’autodeterminazione va bene, ma solo finché lo decide un’altra/o, dove si muore per poco, o si vive nel silenzio, dove non è valida la parola che ognuna/o/x esprime su di sé, il proprio modo di viversi e definirsi, abbiamo bisogno di stringerci ancora più forte nelle nostre reti di rabbia, lotta e mutuo riconoscimento. Per coloro a cui non è permesso vivere, e per chi non può essere nominato col proprio nome, perché tuttora inaccettabile, allarghiamo le braccia, a costruire il perimetro di un altro mondo.

 

Due compagne femministe cisgender lesbiche/queer