Feminist news: rassegna stampa dal 3 al 9 giugno 2016

femminicidi

Femminicidio e violenza di genere: mobilitiamoci tutte e tutti!

Non si spengono le polemiche sull’iniziativa della campagna #saranonsarà e dei drappi rossi in ricordo di Sara di Pietrantonio, bruciata viva da Vincenzo Paduano. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ha puntato il dito contro gli uomini, che non mostrano abbastanza sdegno di fronte a questa forma di violenza. Le fa eco la senatrice del Partito Democratico Anna Finocchiaro, che parla di un problema soprattutto culturale: occorre educare alle relazioni e al rispetto.

La cronaca di questa settimana, purtroppo, conferma la necessità di un’azione educativa ugente, raccontandoci nuovi tremendi femminicidi accaduti a Spilimbergo (PN), Taranto e Verona. Sale così a 58 il numero delle donne uccise dall’inizio dell’anno, secondo i dati diffusi dal Telefono Rosa; la storica associazione lancia l’hashtag #quanteancora per richiamare l’attenzione delle istituzioni e dei cittadini tutti. Mobilitiamoci!pasionarialogo

Fendi: polemiche per i manifesti del gay pride romano

Polemica contro i manifesti del Roma Pride 2016 dopo che la casa d’alta moda Fendi ha denunciato l’uso improprio del Palazzo della Civiltà (noto anche come Colosseo quadrato), dove ha sede l’azienda, raffigurato nei manifesti della parata per i diritti Lgbti che si terrà sabato 11 giugno. Gli organizzatori e altre associazioni hanno protestato immediatamente a gran voce contro la richiesta di rimuovere i manifesti: il circolo Mario Mieli, tra i promotori dell’evento, ha dichiarato che non li avrebbe ritirati. La ditta, che possiede i diritti di rappresentazione del palazzo storico romano, ha però chiarito che c’è stato un equivoco e ha assicurato la possibilità di usarne l’immagine dichiarando che sostiene la parata e la lotta del movimento Lgbti.

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Transgender: passi avanti per i diritti nei paesi scandinavi

Le persone transgender norvegesi possono finalmente scegliere il proprio genere d’elezione senza doversi sottoporre all’intervento chirurgico di riassegnazione. La Norvegia è il quarto stato ad introdurre questa legge in nome del diritto all’autodeterminazione. I primi Stati sono stati infatti la Danimarca, Malta e l’Irlanda. La Danimarca è pioniera anche nella cancellazione della disforia di genere dall’elenco danese delle malattie mentali, votata dal Parlamento questo settimana. Il primato danese arriva ancora prima dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che la annovera ancora tra le malattie mentali.

Un’altra notizia positiva arriva dal mini-stato insulare della Micronesia Nauru, che ha decriminalizzato l’omosessualità ed il suicidio, cambiando una legge derivante dall’epoca coloniale tedesca, che prevedeva pene detentive fino a 14 anni.

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Proposta di legge per il “diritto di coscienza” ai farmacisti

Il diritto all’autodeterminazione delle donne italiane è nuovamente sotto attacco. Questa volta il tentativo arriva dalla proposta di legge d’iniziativa dei deputati Luigi Gigli e Mario Sberna (esponenti del gruppo parlamentare Democrazia Solidale – Centro Democratico) che, se votata come legge, consentirebbe il diritto ai farmacisti, di rifiutarsi per motivi di coscienza di vendere qualsiasi medicinale che possa produrre effetti potenzialmente abortivi, anche in presenza di una ricetta medica.

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Orrore in Iraq: 19 donne arse vive dall’Isis

A Mosul, nell’Iraq in mano all’Isis, 19 donne sono state bruciate vive in piazza dai terroristi per avere rifiutato di diventare loro schiave sessuali. Di etnia curda e religione yazida, le vittime erano state rapite nel 2014 dai terroristi dell’Isis e costrette a sposarli contro la propria volontà. Secondo l’agenzia kurda Ara che ha diffuso la notizia non sarebbe stato possibile impedire il rogo pubblico ma due donne sarebbero riuscite a riprenderlo di nascosto e a fare trapelare l’accaduto.

Attualmente sono più di 3000 le donne rapite dagli aguzzini dell’autoproclamato califfo Abu Bakr al Baghdadi, separate dai figli, vendute, torturate, stuprate e costrette a convertirsi all’Islam radicale e a sposare i loro rapitori nel tentativo di eliminare la minoranza religiosa yazida. Gli appelli dell’Humans Rights Watch per la liberazione di donne e bambine non sono stati mai accolti dal Califfato.

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