Feminist News: modelle ribelli, strategie no gender, dibattiti sul niqab in Canada

Rassegna stampa dal 17 al 22 ottobre 2015

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Ribelliamoci all’ “estetica dell’infelicità”

Questa settimana è tornato al centro del dibattito il corpo delle donne nel mondo della moda. Ad accendere la miccia è stata l’ultima copertina di Marie Claire, in cui compare una donna estremamente magra e dallo sguardo perso nel vuoto. Di fronte alle polemiche di molte lettrici, la direttrice ha commentato che si trattava di “una normale taglia 38”. La scrittrice Michela Murgia, però, ha fatto notare che il problema non era certo la magrezza della modella, ma il modo in cui era stata ritratta: la ragazza, infatti, appare emaciata, esausta, inerme. “Quell’idea di donna si fonda sull’estetica dell’infelicità“, ha spiegato la Murgia. E’ stato quindi infelice l’attacco che le ha rivolto la giornalista Alessandra Serra dalle pagine dell’Unità, bollando il commento della scrittrice come “tutta invidia“. Un’occasione mancata per un dibattito costruttivo, finito in caciara per il puro gusto di fare polemica, come ha ben sottolineato Silvia Vaccaro su NoiDonne.

Altrettanto sterile ci è apparso l’articolo con cui Deborah Dirani ha banalizzato lo sfogo della modella Charli Howard, colpevole di aver mandato a quel paese la sua agenzia che pretendeva da lei un ennesimo calo di peso. In pratica, secondo la giornalista dell’Huffington Post una “stragnocca” non avrebbe il diritto di lamentarsi, perché se decide di fare la modella se l’è cercata. Noi pensiamo, invece, che ogni donna abbia il diritto di decidere quando ritiene più opportuno come gestire il proprio corpo: per cui, gnocche, meno gnocche, magre, grasse, alte, basse, ribellatevi in tante. Ribellatevi tutte.
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Ennesima settimana di passione per le unioni civili

Una vignetta sessista e che di risate ne suscita poche all’indirizzo della ministra Boschi, apparsa su Il Mattinale, quotidiano di Forza Italia. Il motivo? Boschi si è schierata (nuovamente) a favore di una rapida approvazione della legge sulle unioni civili. È l’ennesima puntata di di un dibattito sempre più squallido e di basso livello, che vede protagonista da una parte premier e partito di maggioranza, dove le spinte progressiste vengono soffocate dalla necessità di tenere compatto partito e governo, dall’altra l’alleato governo NCD e tutte le forze di ispirazione cattolica (rincuorate anche da una presa di posizione netta del Vaticano), che continuano col loro secco “no” alle unioni civili, declinato in varie salse (ora scagliandosi contro le adozioni, ora paventando il pericolo utero in affitto). Intanto su qualcosa le parti più conservatrici del PD hanno già vinto: sul provvedimento ci sarà voto secondo “libertà di coscienza“, almeno sul controverso punto dell’adozione del figlio del partner, rischiando così uno svuotamento progressivo di una legge pessima, come mette in luce giustamente Elisabetta Ambrosi.

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Banchi vuoti per combattere il gender e letture contro l’oscurantismo

Uniti contro il gender, le Unioni Civili e la maternità surrogata. Circa 300 ultracattolici e rappresentanti dell’associazione francese nata per combattere il matrimonio omosessuale, La Manif Pour Tous, si sono incontrati sabato 17 a Roma per lanciare il più grande piano anti gender mai realizzato. In quest’occasione la sezione italiana dell’associazione si è ribattezzata Generazione Famiglia e ha annunciato che il 4 dicembre i genitori anti gender non manderanno i propri figli a scuola, per ribadire il diritto alla libertà educativa contro i provvedimenti della Buona Scuola che vorrebbero annullare le differenze fra maschi e femmine. La parte forse più preoccupante del convegno è stata la dichiarazione della fondatrice di Manif pour tours, Ludovine De La Rochere: “la battaglia si deve spostare a Bruxelles, nelle corti di Giustizia, noi possiamo fermare le leggi nazionali, ma è il ricorso alla Ue che vanifica il nostro lavoro”.

Il sindaco di Padova Massimo Bitonci ha negato l’utilizzo di una sala comunale per una lettura pubblica di libri per bambini che sosterrebbero la teoria gender, organizzata dalla libreria Pel di Carota. La giunta comunale aveva già approvato una mozione con cui si impegna a vigilare contro l’insegnamento della fantomatica teoria: studenti, associazioni Lgbt, politici e attivisti dei diritti umani hanno risposto con un sit-in. Gli stessi libri in programma per la lettura pubblica, che trattano i temi dell’accettazione della diversità e della parità di generi, sono stati letti in piazza dalla cittadinanza contraria alla serie di provvedimenti oscurantisti imposti dal sindaco e dalla sua giunta.

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 Canada: pro e contro niqab

La campagna elettorale canadese, conclusasi con la vittoria del liberale di sinistra Justin Trudeau il 19 ottobre, ha visto scontrarsi il premier uscente Stephen Harper, conservatore, e  il suo ormai successore, sul divieto di usare il niqab. Trudeau si è schierato a favore dei diritti delle minoranze e dell’uso del velo, Harper a favore dei diritti delle donne e si è detto contrario al niqab. Nel 2014 il divieto di indossare il niqab (il velo che lascia scoperti solo gli occhi) durante le cerimonie di conferimento della cittadinanza canadese, è stato annullato, dopo la causa portata avanti daIla pachistana Zunera Ishaq. Durante le elezioni l’opinione pubblica canadese si è divisa. Si tratta di diritti delle donne o di libertà di religione?  Le donne devono essere libere da imposizioni religiose, afferma Raheel Raza, scrittrice originaria del Pakistan, il niqab è un’imposizione delle teocrazie islamiche e andrebbe proibito. La democrazia ammette la libertà di religione, ricorda la liberale Arif Virani. L’islamofobia potrebbe avere avuto peso nell’orientare le scelte di Harper, la cui difesa dei diritti delle donne, nel senso della libertà da un’imposizione religiosa, suona funzionale all’elezione, come sostiene lo scrittore Adam Gopnik. A livello legislativo le decisioni di Trudeau chiuderanno la partita, ma il tema rimane aperto.

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In Gran Bretagna nasce il partito per l’Uguaglianza delle donne

Perché siamo ancora oggi così lontani dal raggiungere l’uguaglianza di genere? Perché i problemi delle donne non sono mai la priorità dell’agenda politica? Un gruppo di donne britanniche guidate dalla giornalista Sophie Walker, stanche di aspettare che i partiti tradizionali risolvano il problema della disuguaglianza tra i generi, hanno deciso di rispondere a queste domande, fondando il Women’s Equality Party (Il Partito per l’Uguaglianza delle donne). È il primo partito con un programma incentrato a rispondere ai problemi delle donne ed a raggiungere l’uguaglianza di genere in tutte le sfere della vita sociale.
Nel Manifesto si leggono proposte di soluzioni per la rappresentatività delle donne in politica tramite l’introduzione di un sistema di quote, e proposte per favorire la partecipazione alla vita lavorativa, garantendo l’accesso all’istruzione prescolare gratuita, e tante altre semplici soluzioni che potrebbero garantire la realizzazione di una società più giusta, come ad esempio l’equa divisione del congedo parentale.
Il nuovo gruppo, nonostante sia stato formalmente fondato a marzo, conta già 45.000 iscritte, pronte a combattere insieme per i diritti delle donne.

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