Feminist news: antiabortisti assassini e cultura dello stupro contro una pornostar

Rassegna stampa dal 27 novembre al 3 dicembre 2015

aborto
Foto Colectivo Harimaguada

Sparatorie nella clinica: aborto, un diritto a rischio

Sembra quasi la scena finale di Tre vite allo specchio, ma la sparatoria avvenuta a di Colorado Springs in una clinica di Planned Parenthood, l’associazione americana che si occupa della salute riproduttiva delle donne e dunque anche di aborto, è successa davvero. La violenza degli antiabortisti ha ucciso tre persone e ne ha ferito altre nove. Il colpevole è un membro del Ku Klux Klan, la famigerata organizzazione di estrema destra. Il centro era stato già ripetutamente attaccato dal movimento antiabortista: d’altronde non è una novità che una parte dei cittadini americani si opponga all’interruzione volontaria di gravidanza (compresi molti esponenti del Partito Repubblicano), anche in modo violento. È una vera e propria cultura che demonizza l’aborto, come spiega Jessica Valenti. È il segno che il diritto all’aborto, anche là dove esiste, non è mai scontato e grandi differenze possono sussistere anche all’interno dello stesso paese, come in Italia dove la 194 non è ugualmente applicata in tutte le regioni, o nel Regno Unito, in cui l’Irlanda del Nord non applica l’Abortion Act. È proprio di questi giorni la sentenza del tribunale di Belfast che dichiara l’attuale legislazione del paese in materia di interruzione di gravidanza una violazione dei diritti umani: speriamo che sia un passo avanti verso l’autodeterminazione di tutte le donne irlandesi.

Prostituzione e maternità surrogata dividono le femministe

Lo scorso luglio la giunta comunale di Milano ha approvato una proposta di zoning, ossia la creazione di un “quartiere a luci rosse” in cui relegare l’attività di prostituzione, e pochi giorni fa alcuni gruppi femministi “abolizionisti” (Salute Donna, Arcidonna Napoli e Donna di Napoli), hanno presentato una denuncia per istigamento alla prostituzione contro chiunque agisca a sostegno dello zoning, cioè l’Associazione Certi Diritti, il Comitato per la difesa dei diritti civili delle prostitute e gli altri firmatari della proposta. Si è così aggravata la divisione interna al movimento femminista italiano fra chi vorrebbe tutelare chi vende il proprio corpo per libera scelta e chi giudica la prostituzione un fenomeno da combattere. Molte, come Eretica e come noi di Pasionaria ad esempio, pensano che il proibizionismo implicherebbe un ulteriore passo indietro all’autodeterminazione delle donne. Un pericolo che si riscontra anche nella lotta contro la maternità surrogata, che ha portato altri gruppi femministi a posizioni da molti considerate omofobe. Secondo le femministe francesi guidate da Sylviane Agacinski la donna sarebbe ridotta a semplice incubatrice sfruttata dagli uomini gay, opinione condivisa dall’italiana Luisa Muraro.

La professoressa transgender e l’omotransfobia della politica

Un professore di fisica di un istituto di Agraria in provincia di Venezia, è entrato in classe vestito da donna annunciando il suo cambiamento di genere e chiedendo di essere chiamato Cloe. Secondo quanto riporta il Gazzettino di Venezia Mestre, la polemica è scattata quando un genitore ha scritto una lettera all’assessore regionale all’Istruzione Elena Donazzan (An) che ha subito alzato un polverone definendo l’accaduto con parole violente come “la summa delle degenerazioni e “l’esibizione di un desiderio”, addirittura denunciando il fatto come “choc provocatorio”. Per quanto Cloe possa aver commesso degli errori non avendo informato la scuola della sua scelta, per noi l’atto di violenza sta nella paura di informare i nostri figli sulla transessualità, non certo nel fatto di mostrare la propria identità di genere. Perché siamo così impauriti dalla diversità e dalla possibilità che i nostri figli imparino il rispetto degli altri?

Purtroppo è un fatto che la maggior parte della politica italiana non riesca a dare le giuste risposte alla necessità di informazione contro minacce violente ed ignoranti e contro lo spauracchio dell’inesistente teoria del gender. Lo dimostra anche il ritardo della pubblicazione online di un portale informativo dedicato alle discriminazioni LGBT. La denuncia è arrivata questa settimana dalla maggioranza delle associazioni italiane LGBT, che ha scritto al governo senza ricevere risposte, chiedendo perché il sito costato 60mila euro non sia ancora online, nonostante sia pronto, scrive l’Espresso, perché già presentato alla stampa.

James Deen: cultura dello stupro contro la pornostar Stoya

La pornostar americana Stoya ha accusato l’ex compagno e collega James Deen di stupro durante la loro relazione, dichiarazione a cui a ruota è seguita l’accusa analoga da parte di altre sei donne. Deen è probabilmente l’attore porno più famoso del momento e gode di una fama positiva per aver sempre sottolineato l’importanza del consenso dentro e fuori dal set. Il pubblico si è diviso fra chi sostiene Stoya con l’hashtag #SolidarityWithStoya e chi ritiene impossibile che una pornoattrice possa essere violentata, dimostrando quanto sia radicata la cultura dello stupro. Una cultura messa in mostra anche dal marchio d’abbigliamento Super Gurl, che ha promosso i propri sconti con la frase “stuprateci ora” sulla foto di una modella. La pubblicità è stata subissata da proteste e il direttore creativo dell’azienda Jordus Jim ha chiesto scusa su Facebook parlando di un mancato controllo del lavoro dei grafici.

Ancora più grave quanto accaduto alla scrittrice inglese femminista Caroline Ford, a cui sono arrivate minacce di morte e stupro, dopo aver segnalato che un dipendente di un albergo l’aveva chiamata “puttana”. La sua colpa? Aver messo a rischio l’impiego dell’uomo. Come ha affermato la giornalista, alle donne è stato detto troppo a lungo di tacere gli abusi per non danneggiare chi li compie, è tempo di prendersi le responsabilità delle proprie azioni.

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