Feminist News: ancora “gender”, insulti alle vittime di stupro e grandi sportive

Rassegna Stampa dall’11 al 17 settembre

Immagine da LezPop.it
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Se la campagna “anti-gender” sveglia la ministra Giannini

Settembre, tempo per insegnanti e studenti di tornare sui banchi, all’ombra della riforma della Buona (?) Scuola, che prevede, fra le altre novità, l’inserimento dell’educazione di genere e alle differenze, meglio conosciuto per i suoi fanatici detrattori come il fantomatico “gender” (noi ne abbiamo parlato qui). Il variegato fronte clerico-fascista ha organizzato una serie di iniziative davanti alle scuole (per esempio a Foggia, a Bologna e a Trento), facendo proseliti nelle amministrazioni (come ad Arezzo), mentre la disinformazione gioca con l’apprensione dei genitori, diffondendosi sui social e su Whatsapp. Il fenomeno è diventato talmente imponente da suscitare la (tardiva) reazione anche della ministra dell’Istruzione Giannini, che ha ribadito l’inesistenza della ideologia o teoria “gender”. La campagna più imbarazzante è stata quella di Fratelli d’Italia che ha stampato manifesti “no gender” utilizzando (senza permesso, com’era già accaduto) la foto della transgender Leelah Acorn, morta suicida per le discriminazioni subite. Le proteste sono state tante da costringere la leader del partito di estrema destra, Giorgia Meloni, a scusarsi.

Perché d’improvviso tanta attenzione dedicata a qualcosa di inesistente? Perché c’è una parte del paese restia al cambiamento, che si oppone all’uguaglianza di tutte e di tutti. Una parte del paese che vuole il naufragio della legge sulle unioni civili (che infatti langue in Commissione Giustizia) e che arriva anche ad azioni violente, come i due recenti casi di omofobia (a Ferrara e a Perugia). Sotto il vestito buono del “pensiamo ai bambini”, si nascondono forze che vogliono preservare la discriminazione, sia essa per identità di genere od orientamento sessuale.

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La colpevolizzazione delle vittime corre sui social

Stuprata e poi sbeffeggiata, sottoposta alla gogna mediatica di Facebook. È successo a una 15enne di Loreggio (Padova). La ragazza, dopo aver denunciato una presunta violenza carnale durante una serata in discoteca, è stata vittima di un atto di bullismo e diffamazione: l’accusato, un ventenne della stessa provincia, ha infatti diffuso il nome della ragazza attraverso il social network, augurandole di essere stuprata “per davvero”. “Spero che ti violentino veramente, così saprai cosa vuol dire“, avrebbe scritto, secondo quanto riporta Leggo. L’episodio, già di per sé spaventoso (una miscela esplosiva di cultura dello stupro, sessismo, violenza verbale e psicologica), ha innescato una dinamica a cui purtroppo siamo abituati: sotto allo status del giovane sono fioccati i commenti del “branco” a suo favore, conditi da insulti ai danni della ragazza. Se sulla violenza sarà dovere della magistratura accertare i fatti, occorre invece denunciare la violenza sessista che si manifesta attraverso insulti e colpevolizzazione delle vittime di stupro, anche con l’apparente leggerezza di due parole scritte dietro a una tastiera

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Campionesse, ma dilettanti per lo sport italiano

Questa settimana ha visto le atlete italiane collezionare una serie di vittorie eccellenti: Flavia Pennetta ha battuto la connazionale Roberta Vinci nella finale degli Us Open (momento storico dello sport nostrano), mentre la nazionale di ginnastica ritmica ha superato le agguerritissime russe ai Mondiali di Stoccarda, aggiudicandosi l’oro nella specialità dei 5 nastri e l’argento nella finale con 6 clavette e 2 cerchi. Risultati che hanno attirato l’attenzione mondiale e che rendono ancora più imbarazzante il fatto che per il regolamento italiano le campionesse siano delle sportive dilettanti. In base a una legge del 1981, le atlete non possono essere delle sportive professioniste, a prescindere dai risultati ottenuti e per questo sono private di una serie di convenzioni sanitarie e assicurative, nonché contributive. Il Coni non ha mai affrontato la questione e le associazioni l’hanno ignorata per 34 anni. Per riconoscere la dignità e la professionalità delle atlete l’Associazione Assist, che si occupa da 14 anni della difesa dei diritti delle donne nello sport, ha organizzato per il 26 settembre il primo Meeting italiano dello sport al femminile, cui parteciperanno tutti i sindacati del settore. Un confronto alla presenza di grandi atlete e delle fondatrici di Assist, fra cui figurano Luisa Rizzitelli e Patrizia Panico. Inoltre, è stata lanciata una petizione per richiedere pari diritti nello sport. Una richiesta che francamente suona assurda nel 2015.

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Convegno (maschile) sulle donne islamiche: blitz delle Femen

Nel corso del controverso “Salone delle donna musulmana” che si è tenuto a Pontoise, alla periferia di Parigi, due donne del gruppo femminista Femen hanno fatto irruzione sul palco in topless, con scritto sul corpo “nessuno può sottomettermi” e “sono la profeta di me stessa”. La coraggiosa protesta ha interrotto il panel “Valorizzazione della donna nell’Islam” condotto da due uomini, gli imam Mehdi Kebir e Nader Abou Anas, che – riporta il Fatto Quotidiano – discutevano se fosse il caso o meno di picchiare le mogli. Le due attiviste, una di origine tunisina e l’altra algerina, sono state subito portate via dalla sicurezza e malmenate. Inna Shevchenko, portavoce del gruppo di protesta femminista (scampata nel febbraio scorso alle pallottole di un terrorista islamico mentre partecipava a Copenhagen all’omaggio a Charlie Hebdo), ha raccontato che  alcuni uomini dalla platea hanno urlato insulti alle due Femen, incoraggiando alla violenza, e ha ringraziato la polizia per aver preso le due donne in custodia per proteggerle.

Le Femen non sono le uniche ad aver protestato. Nei giorni scorsi una petizione online contro l’evento di Pontoise, scrive La 27esima ora, ha raccolto oltre 7mila firme ed è intervenuta anche la viceministra per i Diritti delle donne, Pascale Boistard, dichiarando di avere allertato il prefetto perché “nessuna frase contraria alle leggi della Repubblica fosse tollerata”.

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Alienazione parentale: un video riaccende le polemiche

Alla mostra del cinema di Venezia è stato presentato un video, prodotto dalla presentatrice Michelle Hunziker e dall’avvocata Giulia Bongiorno dell’associazione Doppia Difesa, sul tema della presunta sindrome d’alienazione parentale (Pas), un disagio – o secondo alcuni una vera e propria sindrome – che colpirebbe i bambini i cui genitori, separandosi, parlerebbero l’uno male dell’altro minando la figura del padre o della madre agli occhi dei figli. Il cortometraggio vuole sensibilizzare l’opinione pubblica su questo problema, grazie ad attrici e attori noti che raccontano storie di coppie che si dividono e figli in difficoltà. Non sono mancate le critiche all’operazione – come in questo articolo del Ricciocorno Schiattoso  da parte di chi chiede un controllo sui dati diffusi nel video e ricorda che al momento attuale la Pas non è scientificamente riconosciuta come sindrome (e non compare nell’ultimo aggiornamento del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). Secondo molti, questa presunta sindrome viene usata come arma per zittire le donne che tentano di allontanarsi da relazioni abusive e proteggere i propri bambini.

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