Donne del Nepal a rischio, il Papa e il maschilismo e fondi antiviolenza irreperibili

Notizie Femministe dal 24 al 30 Aprile

Donne in Nepal
Donne in Nepal (foto di Stephan Bachenheimer)

Emergenza Nepal: dramma per le donne incinte

Apriamo la rassegna di questa settimana con la crisi umanitaria in Nepal causata dal violento terremoto dello scorso sabato. Come spesso accade durante i disastri naturali le donne incinte sono una delle categorie più vulnerabili. Anche prima del devastante terremoto di magnitudo 7.8 che ha scosso la capitale, la salute delle donne era a rischio, si legge sull’edizione statunitense dell’Huffington post. Ora però a causa della devastazione e del crollo degli ospedali, la situazione per decine di migliaia di donne incinte, è ancora più precaria. Molte sono costrette a partorire senza assistenza sdraiate a terra, all’aperto e in condizioni igieniche assenti, con l’aumento del rischio di morte da parto o a causa di infezioni. Come ricorda Priya Marwah dell’Unfpa (il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione), nelle crisi umanitarie causate dai disastri naturali aumentano le morti legate ai parti e anche la violenza di genere. Come possiamo essere d’aiuto?

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Il Papa apre all’emancipazione femminile?

Nelle nostre rassegne stampa siamo state più volte critiche con le istituzioni cattoliche e la loro considerazione delle donne. Questa volta però papa Francesco ci ha stupito positivamente: nel corso dell’ultima udienza generale per la prima volta un pontefice ha condannato la disparità di retribuzione tra uomini e donne, definendola “un puro scandalo”. Ha anche affermato come pensare che i giovani si sposino meno a causa dell’emancipazione femminile sia “maschilismo“. E giudicando maschilista “la brutta figura di Adamo, quando Dio gli chiese perché aveva mangiato la mela e lui rispose che gliela aveva data Eva: la colpa è sempre della donna, povera donna! Dobbiamo difendere le donne!”.

Parole sicuramente paternaliste, ma abbastanza rivoluzionarie se pronunciate da un pontefice. “Poche parole, ben assestate, e qualche millennio viene messo in discussione”, scrive Cinzia Guido su Femministerie. Secondo Laura Puppato hanno rotto un velo: “La speranza è che le parole del Papa servano a riportare al centro del discorso le tematiche della donna come componente fondamentale della società”, scrive sul Fatto Quotidiano. Critico, invece, il Manifesto, che giudica ipocrita il discorso di Bergoglio, visto che la Chiesa è ben lontana dal raggiungimento della parità dei diritti tra uomini e donne. Vero, ma noi Pasionarie siamo d’accordo con Cinzia Guido: “No, non è un papa femminista, l’abbiamo criticato e continueremo a farlo, per esempio, sulle dichiarazioni intorno all’autodeterminazione in materia di aborto, ma certamente con questa Chiesa sarà bello parlare”.

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Che fine hanno fatto i fondi antiviolenza?

Ricordate quando nel 2014 l’Italia ha stanziato 16,5 milioni di euro per sostenere le associazioni antiviolenza? Ci si adeguava così alla Convenzione Europea di Istanbul e si era parlato di un enorme passo avanti nella lotta contro gli abusi, in un paese in cui una donna su tre ne è vittima. Le Regioni italiane erano tenute a rendere conto dell’utilizzo dei fondi, ma solo 12 su 21 hanno pubblicato online i dati sulle assegnazioni. Lo spiega ActionAid col progetto Donne Che Contano, nato per monitorare l’utilizzo delle risorse antiviolenza e promuovere la trasparenza nella gestione.

Completo silenzio sulle delibere da parte di Sicilia, Molise, Calabria, Friuli Venezia Giulia, province di Trento e Bolzano, mentre la Sardegna ha il più alto indice di trasparenza: ha reso pubblico l’elenco completo delle associazioni che ricevono i finanziamenti. Altri esempi positivi sono quelli della Toscana e dell’Emilia Romagna, mentre aspettiamo di sapere da tutte le Regioni come vengono utilizzate risorse che potrebbero permettere a tante donne abusate di allontanarsi da casa, il luogo in cui avviene la maggior parte delle violenze.

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Violenza di genere: donne e uomini musulmani si mobilitano

Nell’immaginario comune associamo i paesi a maggioranza islamica con l’oppressione sistematica delle donne: anche nel raccontare le gesta delle combattenti e dei combattenti kurdi contro l’Is, grande rilievo è stato dato alle donne con le armi in pugno, un contrappasso rispetto al fondamentalismo del Califfato Islamico.

Eppure, qualcosa piano piano sta cambiando anche nei paesi a maggioranza musulmana. Negli ultimi mesi in Egitto l’uso di Internet e dei social network diventa sempre più un fenomeno di massa, prestandosi, come sempre a usi e abusi. La diffusione dei social, infatti, provoca anche l’aumento delle molestie cibernetiche ai danni delle donne, ma le egiziane hanno deciso di reagire proprio sfruttando le potenzialità della Rete. Nascono così le due iniziative Al-Araby al-Marid (“L’arabo malato”), una pagina facebook, dove le donne denunciano le molestie subite e la HarassMap Initiative, che partendo dalla mobilitazione digitale, si propone di combattere tutte le forme di molestie e violenza contro le donne, attraverso la sensibilizzazione e l’educazione della società.

Un’altra iniziativa contro la violenza sulle donne è stata invece lanciata in Libano: questa volta sono gli uomini, come già avevano fatto in Turchia, a marciare per il diritto all’integrità psico-fisica delle donne. Si è svolta a Beirut la marcia Walk a mile in her shoes, durante la quale centinaia di uomini hanno sfilato in tacchi rossi per protestare contro il maltrattamento delle donne.

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L’uguaglianza comincia dalla lingua

Chiudiamo la rassegna con una buona notizia: Torino è la seconda grande città italiana dopo Modena (ne parlavamo qui) ad adottare il rispetto delle differenze di genere nel linguaggio amministrativo. “A fronte di un’ascesa in ruoli, professioni e carriere delle donne – recita la mozione – non esiste un’adeguata trasformazione della lingua, che usa ancora il maschile attribuendogli una falsa neutralità; la società è profondamente cambiata ma il linguaggio, che è fondamentale al fine di una valorizzazione delle differenze di genere, si evolve più lentamente”.

E a chi risponde che è solo una perdita di tempo rispondiamo che un linguaggio che rispetta le differenze di genere è necessario, perché la lingua non è un semplice strumento di comunicazione, né un mero specchio della società, ma un motore di cambiamento culturale e contribuisce a creare la realtà. Quindi una lingua che rispetta le differenze di genere non può che contribuire a raggiungere la parità. La piccola vittoria segue la campagna lanciata dalla presidente della Camera Laura Boldrini (ne abbiamo parlato qui) che chiede l’uso di una lingua sensibile alle differenze di genere anche negli atti del parlamento.

Quanto tempo ci vorrà ancora per vedere il cambiamento del linguaggio in tutti gli atti dello stato italiano?

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