Non c’è femminismo senza lotta all’abilismo

Immagine dell’Equality Institute (si può comprare la cartolina qua)

Negli ambienti femministi è ormai piuttosto diffuso il concetto di intersezionalità: non si può combattere il razzismo se si è sessisti, non si può davvero contrastare l’omofobia se poi si escludono le persone trans. Le battaglie degli “altri” sono le nostre battaglie. L’inclusione, insomma, deve avvenire a 360 gradi.

Nei portali di giustizia sociale, però, non si parla ancora abbastanza di abilismo. E infatti forse molti di voi si staranno chiedendo che cosa sia.

L’abilismo (dall’inglese “ableism“) è la discriminazione verso le persone disabili: consiste nelle pratiche e negli atteggiamenti della società che le sottovalutano e ne limitano il potenziale.

È un’oppressione che si concretizza in vari modi, più o meno sottili.

L’abilismo, ad esempio, significa considerare la disabilità una tragedia, pensare che sia un difetto invece che un aspetto della diversità umana, vedere la vita di una persona disabile come sofferenza, una condizione peggiore della morte.

L’abilismo è usare “ritardato”, “handicappato”, “sei un down!” come insulti, ma è anche quel sistema che rende difficile da trovare i bagni accessibili in qualsiasi luogo che non siano le grandi catene di negozi o di fast food.

È abilista considerare coraggiosa e degna di ammirazione una persona disabile che fa cose normali o non particolarmente degne di nota, tipo andare all’università, fare la spesa da sola o partecipare a una sfilata di moda.

È abilista trattare le persone disabili come bambini e non considerarle partner sessuali validi.

L’abilismo è quel sistema di idee, giudizi e pregiudizi che spingono alcune persone disabili, soprattutto adolescenti, a cercare di minimizzare la propria disabilità, cercare di passare per “meno disabili” possibile, per evitare le conseguenze negative degli stereotipi.

È quello stesso sistema che fa sì che le donne disabili abbiano maggiori difficoltà ad accedere all’assistenza ostetrica/ginecologica, sia per i pregiudizi che ricadono su di loro per l’inaccessibilità delle prestazioni, degli ambulatori e delle apparecchiature mediche.

L’abilismo è presente anche in tutte quelle politiche che ignorano le necessità delle persone con un corpo o una mente atipici, l’abilismo è ciò che rende “normale” e accettata la loro segregazione e limitazione di movimento (come nelle strutture residenziali e nell’inaccessibilità del trasporto pubblico).

Abiliste sono le idee e gli stereotipi di quegli estranei che accostano le persone disabili per strada, toccandole e chiedendo loro informazioni personali, invadendo il loro tempo e violando il loro spazio personale.

In Italia si parla ancora poco di abilismo: spesso mancano proprio le conoscenze sull’argomento, e i diritti delle persone disabili non sono ancora considerati, o almeno non comunemente, diritti civili.

Un sintomo evidente di questa concezione lo si nota nei gruppi Facebook in cui si discute di giustizia sociale intersezionale: quando si fa notare l’abilismo insito in certe affermazioni, scarseggia il giusto atteggiamento di ascolto. Le persone tendono ad essere insomma più “permalose” quando vengono richiamate su questi temi rispetto a quando gli viene fatta un’accusa – ad esempio – di omofobia, che è un tipo di discriminazione attorno a cui ormai c’è più cultura e informazione. Il tone policing (cioè la richiesta di moderare i toni con espressioni come “calmati”, “stai esagerando”, e simili) è più diffuso verso chi fa notare una discriminazione contro le persone disabili.

Il discorso sulla disabilità in Italia è praticamente assente dal femminismo. Ma questo non deve stupirci, dato che anche nei circoli degli addetti ai lavori spesso manca un discorso politico (nel senso più ampio del termine)sulla disabilità.

“L’ingiustizia ovunque si verifichi è una minaccia alla giustizia in ogni parte del mondo” – MLK

Sui portali dove si parla di lotta alle varie discriminazioni spesso manca l’abilismo. Si ignora il fatto che i diritti delle persone disabili hanno una loro storia, che le persone disabili hanno le proprie lotte e movimenti, una vera e propria microcultura come ogni categoria marginalizzata, un proprio concetto di “pride”.

Si ignora l’esistenza di una disciplina specifica, i “disability studies” (di cui purtroppo è possibile trovare fonti quasi esclusivamente in inglese), che riflettono sulle pratiche di oppressione e sull’abilismo interiorizzato, proprio come nel femminismo si studia la misoginia interiorizzata.

Mancando un vero dibattito sul tema, l’abilismo, più di altre oppressioni, è accettato nella società e molte forme di discriminazione contro la comunità disabile non solo persistono, ma sono normalizzate.

È fondamentale rendersi conto che i nostri corpi e le nostre menti fanno esperienza del mondo in modi molto diversi tra loro, ed è ora di diffondere il concetto che l’abilità fisica o mentale nella nostra società sono condizioni di privilegio sociale così come l’essere bianchi, eterosessuali, cis, benestanti, eccetera: la disabilità equivale quasi ovunque a minori diritti e spesso a impoverimento.

Il femminismo intersezionale non può prescindere dunque dal parlare di disabilità, includerla nella narrativa sull’oppressione, ascoltarne gli attivisti e imparare da loro.

Un mondo più diversificato e inclusivo è un mondo che ha più potenziale.

2 COMMENTI

  1. 1) “L’abilismo, ad esempio, significa considerare la disabilità una tragedia, pensare che sia un difetto invece che un aspetto della diversità umana, vedere la vita di una persona disabile come sofferenza, una condizione peggiore della morte”.
    Ho letto questo articolo mentre i miei quotidiani dolori neuropatici si facevano sentire con più insistenza (cerca info sulla lesione del midollo spinale). Che ci crediate o no, le conseguenze “secondarie” di questa patologia possono essere più invalidanti della paralisi stessa… ah, mi riferisco a quella che coinvolge tutti e quattro gli arti.
    Cosa ti fa dire che ciò che per te è non è una tragedia, non lo sia per qualcun altro? Non tutti reagiscono allo stesso modo in una condizione di disabilità. E sicuramente non è una passeggiata.

    2)”È abilista considerare coraggiosa e degna di ammirazione una persona disabile che fa cose normali o non particolarmente degne di nota, tipo andare all’università, fare la spesa da sola o partecipare a una sfilata di moda”.

    Questo può valere per un Alex Zanardi o una Bebe Vio e le loro imprese giudicate spropositatamente straordinarie.
    Ma condizioni davvero gravi di disabilità comportano sforzi notevoli per riuscire a fare cose normali. Quindi altrochè se sono coraggiose e degne di ammirazione queste persone!

    3) “L’abilismo è quel sistema di idee, giudizi e pregiudizi che spingono alcune persone disabili, soprattutto adolescenti, a cercare di minimizzare la propria disabilità, cercare di passare per “meno disabili” possibile, per evitare le conseguenze negative degli stereotipi”.

    Non c’è niente di più naturale di un disabile adolescente che cerca di passare per meno disabile. Come è noto, durante l’adolescenza anche il più piccolo difetto o problema è come una montagna, figuriamoci una condizione di disabilità come viene vista!

    4)”[…] è ora di diffondere il concetto che l’abilità fisica o mentale nella nostra società sono condizioni di privilegio sociale così come l’essere bianchi, eterosessuali, cis, benestanti, eccetera”.

    Tu vedi che ora è un privilegio sociale essere sani, bianchi, etero, ecc… Bisogna avvertire questi privilegiati che probabilmente non andranno in paradiso!

    6) “L’abilismo è usare “ritardato”, “handicappato”, “sei un down!” come insulti, ma è anche quel sistema che rende difficile da trovare i bagni accessibili in qualsiasi luogo che non siano le grandi catene di negozi o di fast food”.

    Usare tali espressioni è da imbecilli, e gli imbecilli si annullano da soli.
    Invece non si può pretendere di avere bagni accessibili ovunque, e mi sembra ridicolo che si facciano ancora polemiche a riguardo, dato che la maggior parte dei locali pubblici ne sono dotati.

    7) “È abilista trattare le persone disabili come bambini e non considerarle partner sessuali validi”.

    Niente da ridire su questo punto, tranne che non è una “prerogativa” delle persone disabili non essere considerate partner sessuali validi, (e aggiungerei non essere corrisposti sentimentalmente)… capita anche ai non disabili.

  2. Da disabile vorrei affrontare alcuni punti messi in evidenza in questo articolo, che mi sembra interessante ma forse anche un po’ estremo, se non addirittura superficiale, in alcuni punti:
    “L’abilismo, ad esempio, significa considerare la disabilità una tragedia, pensare che sia un difetto invece che un aspetto della diversità umana, vedere la vita di una persona disabile come sofferenza, una condizione peggiore della morte.”-E questo chi lo dice? Davvero ci sono disabili che si sentono semplicemente diversi e non vittime di una tragedia? Facciamo i seri, questa proprio non riesco a concepirla come un’idea valida. Dentro di me ci sono tante diversità ma la mia disabilità non rientra certo tra queste, la mia diversità è semplicemente un enorme limite che non mi permette di fare quello che voglio, nella maniera più semplice? Su questo punto non sono assolutamente d’accordo, anzi mi sembra quasi offensiva.
    “L’abilismo è usare “ritardato”, “handicappato”, “sei un down!” come insulti, ma è anche quel sistema che rende difficile da trovare i bagni accessibili in qualsiasi luogo che non siano le grandi catene di negozi o di fast food.” Quelle parole sono proprio orribili, sono perfettamente d’accordo, anche quando non vengono usate come un’offesa, andrebbero proprio cancellate dai nostri vocabolari. Invece, per quanto riguarda i bagni accessibili, più che un’utopia questa la trovo una sciocchezza, una cosa che non guarda la realtà. Anzitutto non vedo perché ogni locale debba avere un bagno accessibile, se stiamo parlando di un piccolo locale, barbiere, una libreria, un piccolo negozio di abbigliamento, come posso pretendere che abbia un bagno accessibile degno di questo nome? È una richiesta completamente assurda, inoltre, vi assicuro che i disabili e le persone da cui vengono accompagnate, prima di muoversi, sanno perfettamente di dover rientrare dentro dei limiti che la loro condizione li obbliga. Vi sembrerà orribile, ma prima di uscire io so perfettamente tra quante ore avrò bisogno di andare in bagno, so perfettamente come provvedere ad un’eventuale, estremamente rara, esigenza improvvisa, come so perfettamente che qualunque bagno per disabili non ha le attrezzature di cui io avrei veramente bisogno. Quindi, secondo me è giusto avere dei bagni per disabili solo se sono all’interno di un grande locale, nel caso basta che mi guardo intorno.
    “È abilista considerare coraggiosa e degna di ammirazione una persona disabile che fa cose normali o non particolarmente degne di nota, tipo andare all’università, fare la spesa da sola o partecipare a una sfilata di moda.” Quindi, fammi capire, io sono tetraplegico, non muovo un singolo muscolo dal collo in giù, e non sono un fottuto eroe se riesco laurearmi? Ma state dicendo veramente? Cosa ne sapete voi di cosa è degno di ammirazione e di cosa è davvero coraggioso, per ogni singola persona? Potete immaginare quante fatiche, umiliazioni, quanti momenti amari possa passare una persona in quelle condizioni che voglia fare qualcosa di “normale” come completare un ciclo di studi? Avete completamente rovesciato una presunta oppressione in indifferenza!
    “È abilista trattare le persone disabili come bambini e non considerarle partner sessuali validi.” Perfettamente d’accordo, 100%!
    “L’abilismo è quel sistema di idee, giudizi e pregiudizi che spingono alcune persone disabili, soprattutto adolescenti, a cercare di minimizzare la propria disabilità, cercare di passare per “meno disabili” possibile, per evitare le conseguenze negative degli stereotipi.” In totale contrapposizione a quello che si sosteneva poco prima, quindi un disabile cosa deve fare, cercare di sentirsi normale o cercare di sentirsi disabile? Non comprendo…
    “È quello stesso sistema che fa sì che le donne disabili abbiano maggiori difficoltà ad accedere all’assistenza ostetrica/ginecologica, sia per i pregiudizi che ricadono su di loro per l’inaccessibilità delle prestazioni, degli ambulatori e delle apparecchiature mediche.” Stesso discorso dei bagni, se vado in un ospedale, voglio che quel servizio sia erogato anche per un disabile ma non posso pretendere che la piccola clinica vicino casa sia completamente accessibile. Sarebbe bello lo fosse, e con questo mi allaccio anche al punto successivo, che parla di limitazioni in altri ambiti, dobbiamo purtroppo renderci conto che l’abbattimento completo delle barriere architettoniche ha un costo che la nostra società in questo momento non può assolutamente permettersi dal punto di vista economico, tutte queste cose costano tantissimo, le aziende che li producono giustamente vogliono essere pagate, un sollevatore, un montacarichi o qualunque altro aggeggio che mi dovrebbe permettere di superare ostacoli, hanno un prezzo e non posso pretendere, soprattutto in questo momento, che tutto sia perfetto. Mi sembra cercare il superfluo quando manca completamente il necessario.

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