Collovati, Wanda Nara e un calcio per soli uomini

Una scena del film “Sognando Beckham” (2002)

Eh le donne, che bizzarre creature! Secoli di lotte per ottenere diritti, raggiungere obiettivi un tempo impensabili, emergere nonostante le evidenti disparità… eppure c’è una cosa che proprio non riusciamo a fare.

Abbiamo donne premier e presidenti (no, non in Italia, a noi piace prendercela comoda), sovrane tra le più longeve della storia, vincitrici di premi Nobel, scienziate alla guida del più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle e in orbita nello spazio per 200 giorni… eppure, eppure… c’è una cosa a cui non siamo in grado di aspirare. Manco ci dobbiamo azzardare! Possiamo anche impegnarci con tutte le nostre forze, mettercela tutta, ma no, non ce la faremo mai: noi donne la tattica calcistica non la possiamo capire. Facciamocene una ragione.

A dichiararlo di fronte a un parterre de rois che Accademia di Svezia levate proprio, è stato nientepopodimenoche Fulvio Collovati, ex calciatore, ex campione del mondo e attuale dirigente sportivo. Genetista e neuroscienziato ad honorem, evidentemente.

Durante la prestigiosa trasmissione “Quelli che il calcio” ha espresso il suo parere sul fatto che le donne no, di tattica calcistica non ne capiscono niente. Anzi, non v’azzardate a provarci a dire una mezza cosa su difesa a uomo, difesa a zona, VAR e compagnia calciante, che gli viene il voltastomaco (sì, ha detto proprio così) e si sa, la domenica soprattutto so’ problemi, che uno mangia pesante.

Lo studio reagisce con timide proteste subito sommerse dalle risatine del “no, io da queste dichiarazioni mi sto dissociAHAHAHAH”. Una moneta da 6 euro è meno falsa dell’enfasi con cui è stato contestato il Fulvione nazionale.

L’assoluta convinzione con la quale Collovati esprime quest’opinione, ricorda quella di Renga al Dopofestival di Sanremo. Lì si parlava di voci gradevoli maschili che – lo dice la scienza!11!! – sono nettamente superiori a quelle femminili. Hai capito, Mina? Vedi un po’.

Solo che vorrei capire bene e qui magari Collovati potrà illuminarmi: è più un fattore generico ormonale a renderci cretine di fronte alla conoscenza calcistica o è proprio il non avere un apparato genitale maschile a non darci quel quid tale da poter capire la differenza tra uno schema di gioco e un altro? Chiedo per un’amica.

E soprattutto, le calciatrici? Almeno quelle ne capiscono, dai Fù. No? Fino a un certo punto, dici? Non al 100%? Ah già, che scema! Scusa, so’ de coccio. Dimenticavo: hanno la vagina, non possono capire. Però qualcuna avrebbe qualcosa da ridire. Una certa Regina Baresi, immagino tu la conosca, come conosci suo padre Beppe e suo zio Franco. E niente, ti scrive questo su Twitter, vedi se ci puoi parlà.

Che poi immaginate me, a poche settimane da quella snervante parentesi sul patetico teatrino durante la cerimonia per l’assegnazione del pallone d’oro femminile… ma procediamo con ordine che qui davvero al sessismo da pallone non si riesce a stare dietro.

Ci sarà mai un momento nella mia vita in cui potrò vedere e commentare una partita in santa pace senza dovermi far venire IO il voltastomaco? Una volta che sia UNA?

Queste gradevoli considerazioni mi hanno riportata indietro nel tempo, a tutti quei bei momenti della mia vita in cui – in quanto donna – venivo derisa se osavo parlare di calcio. Così se da bambina mi azzardavo a giocare una partita con i maschi, la palla la vedevo con il binocolo perché NESSUNO la passa a una femmina. Se mi azzardavo ad andare a vedere una partita al bar, mi veniva chiesto “A chi hai accompagnato?”, non considerando minimamente il fatto che io ero lì per vederla la partita e non per fare da paralume. Se mi azzardavo a fare un commento di tattica – appunto! – e il popolo maschile intorno a me si rendeva conto che ero a conoscenza del significato di fuorigioco, bene che mi andava mi veniva detto “Ah dai, allora qualcosa di calcio ne capisci pure tu”. Eh beh, oh, per loro è un complimento.

Anni e anni di questa meraviglia che domenica Fulvio Collovati ha ritirato fuori, facendosi portabandiera di tutti quei maschi che si sentono sviliti nel loro ruolo di esperti di pallone solo in quanto dotati di apparato genitale maschile. E giù applausi e basta voi nazifemministe.

Perché se il mansplaining nella vita di tutti i giorni è pane quotidiano per ogni donna, nel gioco del pallone si raggiungono i massimi livelli. Usando una metafora calcistica (questa concedimela, Collova’), è un po’ come giocare la Champions League del mansplaining: la massima aspirazione per il maschio medio. Perché al maschio non gliela dovete levare ‘sta certezza: di calcio ne capirà sicuramente più di voi. In quanto maschio.

Sono giorni in cui l’ipocrisia del mondo del pallone made in Italy sta venendo a galla, facendo calare la maschera anche a chi appare sempre garbato e moderato. A scatenare il putiferio, manco a dirlo, ci ha pensato una donna: Wanda Nara, salita alle cronache per essere la moglie e l’agente di Mauro Icardi, attaccante dell’Inter.

Nara è stata accusata di aver gestito male gli interessi economici del marito, tirando troppo la corda con la dirigenza nerazzurra e con il già sufficientemente spazientito pubblico di fede interista, di cui anche chi vi scrive, ahimè, fa parte.

Ma al di là delle simpatie/antipatie nei confronti dell’agente argentina, al di là della critica oggettiva al suo comportamento professionale, Wanda Nara si porta dietro un astio che parte da molto prima. Da quando era moglie di Maxi López: dopo averlo lasciato per il suo ex compagno di squadra Icardi, si è attirata dietro una serie di epiteti facilmente intuibili. Questa vicenda che sarebbe da relegare come pessimo gossip, in realtà ha influito molto sul giudizio legato alla professionalità di Wanda Nara.

Da parte sua, da tempo riesce a strappare rinnovi di contratto con ritocchi di ingaggio sostanziosi, previa tattica di interviste varie dove viene sempre reso noto l’interesse di altri club sul numero 9 dell’Inter. Una tecnica collaudata ormai da tempo da altri procuratori, su tutti Mino Raiola, che riscuote simpatie come un ascesso dentale quando il dentista è in ferie.

Raiola è forse uno dei procuratori sportivi più odiati dalle tifoserie. Qualcuno ricorderà quanta tensione abbia causato nell’ambiente milanista con il caso Donnarumma, dove però è riuscito a strappare un notevole ingaggio per il giovane portiere rossonero. Il punto è che, nonostante l’odio che si porta dietro, nessuno lo accusa di incompetenza in quanto uomo. Perché Raiola fa ciò per cui è pagato: puntare al massimo ingaggio possibile per i suoi assistiti.

Ma Wanda Nara ha sforato la sottile linea della virilità negata: una donna, una moglie, non si può permettere di fare dichiarazioni che destabilizzino un ambiente. Neanche se quella donna è un’addetta ai lavori, neanche se fa le stesse cose che fanno i suoi colleghi maschi. E questo non solo perché è eticamente scorretto nei confronti di una società, non solo perché ciò che succede nello spogliatoio rimane nello spogliatoio manco fosse il Fight Club, ma proprio perché in quanto donna e moglie non si deve permettere.

Così Alessandro Costacurta detto Billy, ex difensore del Milan e attuale opinionista sportivo, ci ha tenuto a far presente che se fosse stata sua moglie, l’avrebbe cacciata di casa. Nientedimeno? Ma in teoria, Billy, sarebbe pure casa sua eh. Così, per dire.

E a dargli manforte c’ha pensato anche un altro ex calciatore Giancarlo Marocchi che le ha pure detto di cambiare mestiere, già che c’era, perché non può fare la soubrette e l’agente insieme. Ah sì?

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Per cui niente. Possiamo capire di fisica quantistica, andare nello spazio, a breve forse su Marte, fare qualsiasi cosa, ma di calcio no. Di calcio non ne dobbiamo parlare. Il nostro essere donne non ci permette di capirne, di sapere, di apprendere. Pure noi, che pretese. Loro si irritano, si offendono, gli si rivolta lo stomaco. Eh, sapeste a noi quanto ci urta sentire certi opinionisti alla tv, come dice Carolina Morace.

Così, mentre la Rai ha deciso di correre ai ripari sospendendo Collovati per due settimane; mentre alcuni uomini del mondo del calcio hanno preso le distanze, anche se timidamente, dalle sue parole (come Ancelotti); un giornale come il Corriere dello Sport ha pubblicato un articolo intitolato “Eppure è un omaggio alla donna”, in cui il giornalista Dotto, commentando la vicenda afferma: “una donna, ma diciamola femmina, che parla di calcio non mi rivolta lo stomaco, smette di esistere l’attimo stesso in cui lo fa” perché sta “sprofondando nell’aberrazione della citazione maschile”.

Perciò, delle scuse dopo il putiferio non sappiamo proprio che farcene. Se non sapete risparmiarvi il sessismo, risparmiateci almeno la vostra ipocrisia.

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