Un corpo col cancro è un corpo queer

Ottobre è il mese dedicato alla prevenzione del cancro al seno. Un* attivista non-binary ci ha regalato questa sua preziosa testimonianza

“A vederti crescere è stata una follia, ma chi lo avrebbe detto che lo sarebbe stata vederti andare via” (Marti)

Non ho mai amato le mie tette.

Anzi, adoravo il mio corpo liscio, in piscina, durante i tuffi. Per questo, per quanto avessi una prima scarsa, quando mi si sono presentate lì, appese, le tette, ho fatto finta di non essere in casa. Ho inventato scuse su scuse per non farle entrare.

Poi il giorno prima di cominciare le scuole medie mi è venuto il ciclo. Ho inventato un sacco di scuse pure per lui. Ma ho dovuto cedere ad un assorbente a forma di Millenium Falcon, che però di avventure nello spazio non aveva proprio niente, tranne quello che occupava nelle mie mutande.

Ho accolto il mio femminile, quindi, con felpe larghe, schiena curva e quegli assorbenti che, per usare un’altra metafora, erano più lunghi del campo di Mila Hazuki. Il ciclo emorragico a 11 anni non me lo levava nessuno.

Ho dis-accolto il mio femminile, negandomene anche qualunque possibilità di scoperta, di contatto, son stat* sulle mie, non mi andava neanche di fare conversazione.

Non ho mai amato le mie tette, quindi. Ho sempre preferito quelle delle altre.

Potete immaginare il mio disappunto quando, a 29 anni e mezzo, mi hanno comunicato la presenza di un nodulo nel seno sinistro. Io che la parola seno non l’avevo neanche mai pronunciata.

Ci sono tanti organi nel corpo. Proprio lì?

 

Soggetività non-binary e malattia femmina

La consapevolezza di me 29enne, mi portava a posizionarmi come una soggettività non binary (genere non binario), tendenzialmente recalcitrante alla parte femminile di sé (biologicamente intesa e di genere normata).

È in questa condizione psicofisica che mi sono trovat* catapultat* in una malattia femmina per eccellenza, grazie alla quale non ero più Marta e neanche Marti ma sono diventat*: neoplasia mammaria Q(uadrante)1-3-5 sinistra.

Il mio spazio prossemico fisico e mentale è stato improvvisamente invaso da parole che avevo accuratamente evitato per tutta la mia vita fino a quel momento: seno, mammella, mammario, mammografia, mammografico, donna, femmina, rosa ed altre.

La prima cosa che ho detto, quasi urlato nella stanza del dottore, dopo aver saputo di avere un cancro al seno è stata che, in caso di operazione, non avrei voluto la ricostruzione. Ho combattuto per la mia cicatrice, per il mio petto asimettrico, che chiamo petto apposta e non seno.

Un corpo androgino e non binary che si muove tra i corridoi dei reparti di oncologia è un corpo che viene scambiato per il marito di una paziente, che riceve sorrisi increduli da parte di infermiere che pensano di aver visto un corpo biologicamente maschio affetto da cancro al seno, che si porta sulle spalle un uomo con la faccia da ragazzino, un corpo che è circondato da campagne che gli dicono quanto sarà bello tornare femminile come prima, anzi più femminile di prima. Che gli dicono quanto è importante non perdere la propria femminilità.

E quel corpo si chiede che ci sta a fare lì e che posto può avere, lì.

Quel corpo che è felice della tragedia di poter fare una mastectomia semplice monolaterale. Che se avesse potuto, avrebbe reso simmetrica l’assenza. Da quel momento, il corpo che io già percepivo estraneo alle norme di genere, di fatto è diventato tale, grazie ad un’operazione femmina che levando un pezzo, ha offerto la possibilità di qualcos’altro: un’asimmetrica composizione queer di corpo estraneo al femminile indotto, ma grazie al femminile malato, guarito in parte.

 

Il cancro rende i corpi queer

Quando ho cominciato a ragionare di corpo, corpo queer e cancro, mi sono chiest* se e quanto l’esperienza cancro potesse contribuire a plasmare un corpo che potesse non solo essere percepito come queer, ma percepirsi anche come tale.

Una prima riflessione è che il corpo di una donna malato di cancro, mette necessariamente in crisi, sia a livello personale, sia a livello collettivo, quella che è l’immagine normata di ciò che si ritiene sia un corpo femminile e quindi di ciò che un corpo femminile dovrebbe essere.

Ci tengo a precisare qui che il mio discorso non vuole criticare l’esperienza personale di una donna che senta l’esigenza di intervenire sul proprio corpo malato per ritrovare e/o ricostruire un femminile che sente perso o mancante. Ciò che provo a criticare in modo costruttivo è che il sistema cancro sembra dare per scontato che la ricerca della vecchia o della nuova femminilità sia la priorità per tutte le donne (biologiche) che si ammalano di cancro.

Una seconda riflessione e lettura della relazione tra corpo queer e cancro è infatti che il cancro al seno non è prerogativa delle donne biologiche. Oltre a colpire infatti anche gli uomini biologici, anche se in percentuali decisamente minori, il cancro al seno può colpire anche uomini FtM o donne MtF o soggettività che si definiscono non binary in qualche modo, un po’ come è successo a me. Corpi che già vivono di per sé una dimensione e una consapevolezza queer, nel mettere confusione tra i generi normati e che hanno una relazione con la propria femminilità/maschilità (di genere e biologica) necessariamente differente.

Per riprendere il discorso dall’inizio, quindi, un corpo segnato dal cancro è dal mio punto di vista di per sé queer, se si considera il significato primo della parola, ossia “strano”, “bizzarro”.

Il corpo di una donna malata di cancro è pieno di cicatrici, buchi, buchi tra i capelli, vomito, nausea, pustole, è pieno di stanchezza e pieno di altro da ciò che è spesso richiesto dai femminili imposti. Ed è in questo suo stare fuori dalla norma del corpo perfetto che questo corpo può anche diventare un corpo politico in senso queer, nel momento in cui quell’essere fuori norma diventa a sua volta un atto politico consapevole nel porre le evidenze della malattia come un manifesto vivente di cosa vuol dire ribellarsi all’etichetta dei generi e delle loro rappresentazioni.

Un terzo livello di ragionamento e azione si enuclea infine nel passaggio dalla percezione esterna del corpo malato come corpo queer, alla autopercezione di sé come un corpo portatore di una veridicità a se stante, un corpo a parte, un corpo nuovo, un corpo queer: un corpo amazzone con una cicatrice obliqua sul petto e una sotto l’ascella sinistra, un tubo che esce dalla vena periferica dell’avambraccio destro, un tubo che percorre le vene da dentro per arrivare fino al cuore, un corpo variatamente radioattivo e a tratti riempito di contenuti tossici con obiettivi ossimorici (la chemio ti uccide per salvarti la vita).

Un corpo potente in tre sensi: nel senso che può nonostante e grazie tutto questo, nel senso che è ogni giorno in potenza di vita o di morte, nel senso che è forte perché resiste a tutto questo, con resilienza e alternanza.

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