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Perché Arcilesbica non mi rappresenta: ripensarsi come lesbiche

La sfida culturale e politica, oltre le polemiche, tra tansfemminismo e femminismo della differenza

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Manifestazione Verona Transfemminista, marzo 2019 | Foto dalla pagina Facebook di Non Una di Meno

Quando ho visto il post Facebook di Arcilesbica che, attraverso delle grafiche, promuoveva un evento centrato sulla “Dichiarazione dei diritti delle donne basati sul sesso”, il primo istinto è stato di rabbia pura.

Sono lesbica, ma il pensiero di questa Arcilesbica non mi può rappresentare: un pensiero ancora oggi basato sulla differenza sessuale, sul fatto che sei donna (dunque potenzialmente lesbica, potenzialmente madre) solo se hai una vagina, un seno e la coppia di cromosomi giusti. Altrimenti, se sei una persona trans mtf (male to female, da maschio a femmina), se ti identifichi come donna ma per la genetica non lo sei, allora sei un agente del patriarcato che si infiltra per minare, con bombe e piccozze, la faticosa lotta per i diritti delle donne “vere” (e pazienza se, sotto copertura, ti prendi anche tutta l’oppressione che viene con l’essere donna, quelli sono danni collaterali).

Poi ho pensato che io, però, non sono così.

Non sono schematica, non sono violenta (perché in quella comunicazione e in quella di ben note attiviste che si autodefiniscono “femministe radicali” c’è tantissima violenza verbale). E soprattutto non voglio che lo sia il mio femminismo (uso l’aggettivo possessivo perché questo per me è il modo di essere femminista, al giochino “tu sei femminista e tu no” non voglio giocare).

Allora mi sono messa a leggere e a cercare di capire, perché al netto di chi assume posizioni manichee o di chi va dietro alla convenienza politica, credo che lo scontro fra femministe che escludono le donne trans (le cosiddette “terf“, trans-exclusionary radical feminists) e transfemministe nasconda uno squarcio sulla realtà molto più profondo e che come tale valga la pena di essere considerato.

Chi è una donna?

La questione, che può sembrare un gioco filosofico, nasconde in realtà due problemi di tipo politico, uno, a mio avviso, inconsistente, l’altro, invece, molto più importante.

Nella “Dichiarazione dei diritti delle donne in base al sesso” di Arcilesbica si sostiene esplicitamente che l’utilizzo dell’identità di genere al posto del sesso (quindi l’inclusione delle donne che non hanno la famosa doppia X) minerebbe il faticoso processo di conquista dei diritti delle donne. Francamente faccio fatica a capire come una persona che, a fronte di un percorso reso molto spesso doloroso dalla società, riesce finalmente a esprimere il suo essere donna, a essere riconosciuta anche dagli altri come tale, con tutto quello che comporta in termini di oppressioni e discriminazioni, possa essere una minaccia per le altre donne.

Si parla di donne mtf che pretendono di stare nelle carceri femminili (e perché dovrebbero stare in quelle maschili, dato che sono donne?), che hanno accesso alle case rifugio (come se essere vittime della violenza patriarcale fosse un privilegio!) o che, addirittura, toglierebbero alle “biologicamente” donne posto nelle competizioni sportive perché fisicamente avvantaggiate (ma anche questa obiezione è priva di senso: per gareggiare nelle categorie maschili e femminili si usa il dosaggio ormonale).

Molte di queste argomentazioni contengono una fallacia logica, cioè partono da un caso isolato per generalizzare, sottintendo che chi ha (o ha avuto) un pene, chi ha una coppia di cromosomi XY, è, per forza, nemic* delle biologicamente donne.

Essere donna è bellissimo, ma nella nostra società non è certo facile, non lo è per nessuna. Il patriarcato non perdona e di certo non è più tenero con le donne mtf, che spesso vengono ancora più discriminate, specie quando non sono conformi alle aspettative di genere.

La questione politica, vera, però, è un’altra.

Tutta la storia del femminismo e della nostra presa di coscienza si è sempre basata sulla donna come categoria politica compatta, definita in opposizione all’uomo. La politica per funzionare, per essere comunicabile, ha bisogno di categorie chiare e semplici da capire. Identità di genere e sesso sono due modi di rendere la categoria politica “donna” comprensibile non solo a chi vi si identifica e ne fa oggetto di riflessione, ma a tutt*, di definirla e darle, per così dire, corpo, opponendola alla categoria “uomo”.

Lo scontro attorno a questi due modi di definire l’identità non è nuovo: sono i due assunti base di due tipi di femminismo diversi, quello intersezionale e quello della differenza, nato negli anni Settanta.

Ma nessuno dei due modi è privo di problematicità.

La definizione di sesso (femminile e maschile), che all’esperienza appare tanto incontrovertibile, è anch’essa il risultato di una costruzione, perché la scienza ha dimostrato che XX e XY non sono le uniche configurazioni possibili dei cromosomi sessuali (senza considerare l’esclusione da questo ragionamento delle persone intersessuali).

D’altra parte l’identità di genere, deprivata da stereotipi e ruoli imposti dalla società, diventa qualcosa di difficilmente comunicabile, perché è innata.

La realtà è, insomma, infinitamente più complessa di quello che da secoli siamo abituat* a pensare e questo ci costringe, politicamente, a riconsiderare le categorie che ci sembravano chiare.

È difficile e anche, per certi versi, spaventoso. Ci costringe a chiederci nuovamente chi siamo e a metterci in discussione.

Allora facciamo quello che come femminist* abbiamo imparato, cioè partiamo da noi stesse.

Sono una donna cisgender, quindi il problema di definirmi da questo punto di vista non l’ho davvero mai avuto. Il mio sesso e la mia identità di genere coincidono, la società mi ha sempre considerato una donna, non ho dovuto mai chiedermi il perché. Quello che so è che non mi sento donna per via del seno, che odio, del ciclo, che preferirei non avere. Né per via di una potenziale maternità, che francamente non mi interessa. Ma forse è la domanda posta al soggetto sbagliato.

Io non ho mai dovuto dimostrare il mio essere donna, è qualcosa di scontato. Credo che forse le voci che davvero potrebbero aiutarci a definire chi è una donna sono proprio le persone che hanno dovuto lottare per vedere la loro identità di genere riconosciuta.

Mettiamoci in ascolto, anche se questo può voler dire mettere in discussione ciò che diamo per scontato.

Foto d’archivio di una manifestazione femminista degli anni Settanta

La fine del lesbismo?

C’è un’altra preoccupazione che questa “crisi” del termine donna si porta dietro, la definizione di lesbismo.

Per quanto identità di genere e orientamento sessuale siano due cose separate, allo stesso tempo è anche vero che l’orientamento sessuale ha bisogno, per essere definito, di catalogare le persone oggetto di desiderio. Se forse potrebbe essere sufficiente dire che l’eterosessuale è chi ama il diverso da sé, l’omosessuale chi ama l’uguale a sé, il bisessuale chi ama sia il diverso che l’uguale (anche se poi la nostra comprensione passa sempre da un sistema binario uomo-donna), il lesbismo ha bisogno della categoria donna.

Il termine lesbica è forse, fra tutti i termini che definiscono l’orientamento, quello che ha la maggior carica politica.

Perché il lesbismo non è solo un orientamento che sovverte l’eterosessualità è anche il reclamare, da parte delle donne, una visibilità, una storia, una cultura che è solo interamente nostra. Non è un caso che la storia del movimento lesbico e del femminismo siano profondamente intrecciate e a tratti quasi indistinguibili.

Allo stesso tempo è anche innegabile che trattandosi di un orientamento sessuale, le pratiche sessuali sono una parte integrante della cultura lesbica. Se una lesbica è una donna che ama un’altra donna, è anche vero che tanta parte della cultura lesbica è incentrata sulla simbologia degli organi sessuali biologicamente femminili.

Il rifiuto dell’identità di genere per identificare la categoria donna cela, secondo me, la paura di dover ripensare anche il linguaggio e la definizione stessa del movimento lesbico. Che accogliere nei nostri spazi donne senza una vagina possa avere un effetto deflagrante sulla categoria “lesbica”.

Io non penso che sia la fine del lesbismo, ma che sicuramente il movimento lesbico si trovi di fronte alla sfida di stabilire nuove definizioni e nuovi confini. Perché se è vero che una donna che desidera altre donne è lesbica a prescindere dai genitali, è anche vero che per una buona parte di noi il desiderio passa anche da una certa conformazione fisica. E per la storia del lesbismo non è solo, banalmente, una privata “questione di gusti”.

E allora dove bisogna tracciare il confine tra il personale e il politico?

La desacralizzazione dei genitali

Nel dibattito tra identità di genere e sesso c’è anche un’altra questione, vitale tanto per il lesbismo che per il movimento femminista tutto, la questione dei nostri simboli.

La simbologia politica, chiara ed efficace, su cui si è basata la costruzione dell’identità politica (e dunque il riconoscimento da parte dell’altro da sé) ha utilizzato e continua a usare spesso i genitali biologicamente maschili e femminili. La vagina (stilizzata, realistica, colorata, trasformata…) è parte intrinseca del modo con cui comunichiamo la nostra identità e il nostro movimento.

E questi simboli, ovviamente, sono importanti sia a livello politico che a livello identitario perché hanno fatto la storia di quello che siamo e del modo in cui ci definiamo.

Ma, allo stesso, tempo ripensare le categorie che davamo per scontate, rende evidente come certe simbologie non rappresentino più completamente la realtà delle nostre idee e dei nostri corpi.

Se la vagina non è ciò che qualifica univocamente l’essere donna, come posso eleggerla a simbolo? E in che modo posso, come movimento e comunità politica, comunicare al mondo in maniera univoca e chiara la mia identità? Questa crisi del simbolico riguarda il movimento femminista, ma riguarda ancora più da vicino il lesbismo. Se è vero che non dovrebbe essere compito della persona oppressa educare chi detiene un privilegio, è vero però che è la comunità oppressa, politicamente, a doversi rendere visibile.

Dire che una lesbica è una donna che sessualmente rifiuta il pene è un modo semplice, efficace e sovversivo (o almeno lo è stato per molto tempo) tanto che spesso anche all’interno della comunità si usa proprio il rapporto – o la negazione del rapporto – con l’organo biologicamente maschile per produrre dinamiche gerarchiche al suo interno.

Mettere in crisi tutto questo sistema, ci costringe dunque a ripensare il modo in cui parliamo e ci percepiamo, significa che a quei simboli che abbiamo utilizzato fino ad adesso bisogna accostarne di nuovi, che rappresentino una realtà più composita e più difficile.

Uso il termine non a caso, perché non credo che qui si tratti di costruire, avendo distrutto quello che c’era prima, ma piuttosto di innescare un processo di accostamento, nel rispetto di un’eredità storica che ci ha permesso di arrivare fin qui, che tanto ci può ancora insegnare in termine di pratiche quotidiane e di spunti di riflessione e che fa comunque parte del percorso di molte di noi.

Siamo, credo, di fronte a una svolta dei movimenti delle donne, che potrebbe essere l’occasione di creare, come in parte sta già avvenendo, nuove forme, nuovi linguaggi  e nuove definizioni. Ma creare qualcosa di nuovo è un’impresa tanto bella quanto spaventosa, perché significa, almeno per il mio modo di intendere e praticare il femminismo, rimettersi in discussione, analizzare il propri privilegi e mettersi in ascolto.