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I limiti dell’antirazzismo bianco: stai in silenzio e ascolta

Quanto si mettono in discussione le persone bianche quando parlano di razzismo? Conoscono davvero le conseguenze delle loro condivisioni sui social o del modo in cui parlano delle proteste delle persone razzializzate? Uno spunto di riflessione da cui partire per sostenere le lotte di Black Lives Matter e non solo

“Uso il mio privilegio bianco per smantellare il privilegio bianco”

Quali sono state le reazioni davanti al video della morte di George Floyd?

Come afferma l’ex campione di basket Kareem Abdul-Jabbar, dipende. Se sei una persona bianca, probabilmente la reazione è stata: “Oh, mio Dio”, seguita da una profonda compassione; se sei una persona afroamericana, è più probabile che sia stata: “No, non di nuovo”.

La scena è ormai nota: il 25 maggio un poliziotto bianco di nome Derek Chauvin arresta un uomo afroamericano di nome George Floyd davanti a un supermercato di Minneapolis (Minnesota, Stati Uniti). Lo ammanetta e, insieme ad altri tre colleghi, lo immobilizza a terra. Mentre è con il volto sull’asfalto, Chauvin preme un ginocchio sul suo collo finché Floyd, dopo aver supplicato di poter respirare, non muore sotto di lui. La scena è stata ripresa da telecamere di sicurezza e passanti ed è diventata virale quando almeno due persone hanno iniziato a filmare quello che stava succedendo su Facebook Live.

Di Breonna Taylor, invece, crivellata di colpi da agenti della polizia di Louisville mentre dormiva nel suo letto, così come di Dominique Clayton, uccisa allo stesso modo da un poliziotto nel Mississippi, sappiamo molto poco. Non sappiamo forse nulla di Eric Reason, Atatiana Jefferson, Botham Jean, Philando Castile, Bettie Jones, andando così a ritroso fino a Eric Garner, assassinato anche lui dalle forze dell’ordine mentre pronunciava le parole “I can’t breathe” (“non riesco a respirare”) e Trayvon Martin nel 2012, dopo il quale Black Lives Matter (“le vite nere contano”) è diventato lo slogan necessario da urlare nelle grandi proteste antirazziste che hanno dato inizio al movimento omonimo. Un inizio relativo, data l’eredità di dolore di generazioni e generazioni vittime di razzismo e impegnate a combatterlo.

Di alcune persone non sappiamo nulla probabilmente perché non esiste un video completo dei loro ultimi istanti. Pare proprio che l’opinione pubblica si renda conto di cosa sia la quotidiana brutalità della polizia sulle persone razzializzate solo davanti a un supporto visuale che sia integrale, incontrovertibile, non fraintendibile.

La soglia dell’indignazione è molto alta, prima che si decida a sfociare in una mobilitazione che vada oltre le sole comunità coinvolte. C’è una differenza di sensibilità delle persone bianche davanti a immagini di violenza: tutto dipende dalla loro nitidezza, dalla distanza, ovviamente, da quanto “remissiva” sia la vittima, dalle colpe presunte o percepite.

Solo poche settimane fa, la giornalista e attivista Sihame Assbague mi spiegava la natura del razzismo incancrenito nella nostra Europa, in particolare in Francia, dove l’elemento colonialista ha una grande importanza. Assbague è impegnata nella denuncia della violenza delle forze dell’ordine nelle banlieues parigine, che durante la quarantena ha visto una inesorabile impennata.

«La probabilità che al giorno d’oggi episodi di brutalità della polizia vengano alla luce e i loro esiti dipendono totalmente dalla visibilità mediatica che riescono ad ottenere», afferma Assbague. Per le attiviste, tra cui molte parenti delle vittime, la questione è così spinosa che hanno perfino messo a punto una app per trasferire i video su un server esterno, così da non poter essere distrutti dalla polizia quando qualcuno li gira durante i fermi. Questi materiali sono fondamentali per le azioni legali su cui hanno deciso di puntare per far emergere il problema. Reperire e avere il controllo di queste immagini è parte integrante del loro lavoro.

L’uso del linguaggio e del materiale usato nelle rivendicazioni, che cambia le sue forme in base al territorio in cui si produce, dovrebbe sempre essere in controllo di chi subisce razzismo. Questo concetto è importante per decostruire il senso di onnipotenza dell’antirazzismo bianco.

Pensiamo ad esempio all’uso dei social network.

Le persone bianche hanno mai pensato davvero alle implicazioni della condivisione delle immagini di vittime di violenza? Si sono mai domandate quale sia l’effetto di tale ridondanza di scene di morti violente all’interno di una comunità e sulla salute mentale della popolazione giovanile? Si sono mai domandate cosa pensino i parenti delle vittime e i loro gruppi di appartenenza della diffusione virale di queste immagini?

Se ci interessassimo più attivamente di queste elaborazioni, scopriremmo che la risposta alle domande è molto complessa.

La scrittrice Kemi Alemoru lo spiega benissimo: «Siamo nel 2020, le persone nere sanno già cosa siano la brutalità e l’oppressione. È questa consapevolezza a farci chiedere se creare spettacolo della morte di una persona nera sia fatto per le persone nere, che hanno già familiarità con il male e con il razzismo, o se serva a mostrare alle persone bianche la supremazia bianca che ancora ignorano».

E ancora: «C’è anche la questione dell’effetto che ha sulle persone bianche vedere continuamente i corpi neri brutalizzati, come se fosse una cosa normale, e condividere questi video in maniera virale, soprattutto sapendo che trauma questo ci comporta. Una persona bianca potrà dispiacersi abbastanza per il razzismo da ritwittare un video dei nostri ultimi momenti, ma non nella misura in cui significherà diventare attiva, per non dire appassionatamente antirazzista o particolarmente solerte nell’usare il proprio privilegio in modo costruttivo. Ripostare pigramente un video e un hashtag è una parte piccolissima del lavoro che bisognerebbe fare e se in seguito si continueranno a postare meme senza apportare nessun cambiamento, allora è necessario interrogarsi sulla differenza che ha fatto condividere quel video, dato che conosciamo il trauma che avrà causato alle persone nere».

Perpetuare un trauma non dovrebbe per forza essere parte dell’attivismo, aggiunge in sostanza Kemi Alemoru. Servono nuovi modi di esprimere indignazione che non comprenda la riproduzione ossessiva delle scene di corpi vandalizzati, sempre e solo dei soggetti vittime di violenza, perché è come normalizzarla.

Del poliziotto Chauvin e del suo arresto, non a caso, abbiamo soltanto una foto segnaletica, rilasciata a stento dalle autorità.

In questi giorni alcuni obiettivi materiali delle proteste che si sono scatenate negli Stati Uniti dopo la morte di Floyd, sono stati la stazione di polizia di Minneapolis o grandi catene di supermercati, edifici commerciali, tra cui molti simboli dello sfruttamento capitalista nelle comunità. L’esaltazione che si è registrata a proposito, l’affannarsi a evocare l’adrenalina di quanto stava accadendo, anche questo può diventare un limite dell’antirazzismo bianco davanti alle richieste dello stesso movimento.

Il problema di linguaggio in Black Lives Matter è molto sentito, per questo non è raro, ad esempio, notare più di una voce levarsi contro l’uso del termine “riot”, che significa “sommossa, tumulto”.

Così lo spiega l’antropologo Marc Lamont Hill: «Questi non sono riot. Queste sono ribellioni, le ribellioni sono atti di resistenza organizzata contro un sistema ingiusto. Siamo in un momento in cui non possiamo accendere la tv o andare sui social senza vedere qualcuno di noi  messo a terra come un cane, ucciso dallo Stato, ucciso da cittadini bianchi, solo per avere commesso il crimine di essere neri e di stare fuori casa. (…) Siamo stanchi. E il problema è che non ascoltate finché non facciamo qualcosa. (…) L’unica maniera per farci sentire è danneggiare la proprietà e farvi sentire insicuri come noi ci sentiamo ogni giorno. Noi dobbiamo far conoscere il nostro dolore. E talvolta questo significa bloccare un ingranaggio nella ruota del capitalismo».

Evitare di dare altri significati alle azioni serve anche a non lasciare le persone troppo esposte all’ira del suprematismo bianco, diventandone facili target. Darnell Hunt, professore di sociologia e studi afroamericani alla UCLA di Los Angeles, a questo proposito si sofferma sul termine looting, “saccheggiare”, usato da molti per definire le proteste di questi giorni: «C’è una enorme popolazione di persone immigrate che riusciva a malapena a sopravvivere, e la gente è andata nei negozi a “saccheggiare i pannolini”, oggetti che possano servire materialmente alle famiglie per farle andare avanti. Minimizzare questo dicendo: “Oh, la gente sta solo saccheggiando”, ha completamente privato le azioni del loro contenuto politico e delle possibilità politiche che la gente sta cercando di comunicare prendendosi un rischio e coinvolgendosi nelle lotte».

Parlare di violenza irrazionale e prescindere dalle condizioni materiali di chi agisce, distrae dal percorso fatto negli ultimi anni. La persecuzione delle comunità non bianche negli Stati Uniti viene da molto lontano, come possiamo immaginare e ha preso forme subdole come quella dell’incarcerazione di massa in sistemi che traggono ingenti profitti dalla sua pervasività. Il lavoro di Ava DuVernay sta lì a dimostrarlo, con pellicole come 13th, testimonianza vibrante della storia della criminalizzazione degli afroamericani.

Intervistato alla Cnn, il professore di Harvard Cornel West afferma: «In questo momento nelle strade ci sono persone di tutti i colori, generi, orientamenti sessuali, ecc. che stanno dicendo: non sopporteremo più tutto questo! E cosa significa questo in un senso più profondo? Che il sistema non può riformare se stesso. Ci abbiamo provato: “Black faces in high places” (mettere facce nere in luoghi di potere), ma troppo spesso i nostri politici neri, professionisti di classe media si sono adattati all’economia capitalista, si sono adattati a uno stato-nazione militarizzato, a una cultura guidata dal mercato, la celebrità, lo status, il potere, la fama e tutta quella roba superficiale che significa così tanto per tanti concittadini. E ciò che è successo è che ora abbiamo un gangster neofascista alla Casa Bianca a cui non importa assolutamente nulla».

E’ molto chiaro: la classe lavoratrice statunitense, quella non sfociata nel fanatismo trumpiano, e le sue condizioni di vita sono lontane anni luce da quelle dei pochi personaggi neri in posti di potere, per questo si ribella.  West conclude: «Provare ancora, fallire ancora, fallire meglio, ma la questione è che dobbiamo combattere».

In Italia, sul piano culturale, siamo ancora al punto in cui le persone afrodiscendenti fanno fatica a spiegare concetti basici a chi li dovrebbe già conoscere. Tra espressioni come “non esistono colori, bianchi e neri siamo tutti uguali” e un colonialismo interiorizzato che impedisce  di riconoscere l’uso discriminante del linguaggio e delle immagini, sentire la specificità di un’oppressione sembra ancora l’ostacolo più grande a costruire solidarietà tra le lotte.

La tensione dovrebbe essere questa, ma è un obiettivo difficile quando l’antirazzismo bianco si percepisce sempre come bravo e buono, e mai come una serie di tentativi, talvolta maldestri, di avvicinarsi al problema, comprendendo di sicuro tra questi anche l’articolo che state leggendo.

Inconfutabilmente giusto, sempre nella posizione di privilegio di poter parlare per altri, l’antirazzismo delle persone bianche spesso rimane solo uno slogan vuoto e dovrà muoversi in territori scomodi se vorrà davvero apportare un cambiamento reale.

Non esistono patentini e distintivi, né punti di arrivo, esiste “provare ancora, fallire ancora, fallire meglio”, e l’autocritica profonda riassumibile in shut up and listen: stai in silenzio e ascolta chi vive il problema in prima persona. Necessario per essere efficaci nell’azione ed evitare che il tutto si esaurisca nell’ennesimo retweet inconcludente.