Alaa Salah, oltre l’icona: chi sono le giovani donne che stanno facendo la rivoluzione

Le pallottole non uccidono. Quello che uccide è il silenzio delle persone.

Rivoluzione!

Mia nonna è una Kandaka.

Rivoluzione!

La religione dice che se gli uomini vedono qualcosa che va male, non possono restare in silenzio.

Rivoluzione!

Così recita il canto tradizionale di protesta intonato da una giovane donna vestita di bianco che, dal tetto di un’auto, infiamma una folla di manifestanti. All’unisono inneggiano alla rivoluzione (thowra) come una potente preghiera collettiva.

Il gesto di questa ragazza, tanto spontaneo quanto rivoluzionario, ha fatto il giro del mondo, diventando l’immagine simbolo della rivolta popolare anti-governativa in Sudan della primavera 2019.

Lei si chiama Alaa Salah, ha solo 22 anni, studia architettura all’International University di Khartoum, ed è ormai l’icona indiscussa delle proteste che hanno portato alle dimissioni del presidente sudanese Omar al-Bashir, al potere da 30 anni, avvenute l’11 aprile, appena tre giorni dopo il sit-in che ha dato notorietà ad Alaa.

Il suo ruolo è stato emblematico in questo scenario. Ogni dettaglio si è incastrato perfettamente in un caleidoscopio di simboli.

La veste bianca, indossata da Alaa e dalle studentesse che hanno animato le proteste di marzo, è un abito tradizionale (thobe) ormai caduto in disuso ma con una valenza carica di significato: era l’indumento che le madri, le nonne, le zie delle giovani sudanesi indossavano per lavorare negli uffici pubblici cittadini e nel settore agricolo delle aree rurali, utilizzato durante gli scioperi tra gli anni ’60 e ’80 e nelle marce contro le dittature militari precedenti. Il thobe bianco, inoltre, è di cotone, tessuto che, non a caso, rappresenta una delle maggiori esportazioni del Sudan.

I grandi orecchini dorati, che sembrano ricordare delle lune piene, sono gli ornamenti tradizionali delle spose, simbolo delle donne.

Alah Salah nella la foto simbolo, diventata virale, scattata dalla fotografa Lana H. Haroun

Niente è casuale e tutto assume un senso profondo. È un chiaro omaggio alle donne che lavorano, che combattono per i propri diritti e per un cambiamento radicale del paese; è il racconto – la storia antica – delle donne sudanesi, chiamate Kandaka in memoria delle coraggiose rivoluzionarie del Sudan.

L’appellativo Kandake, in lingua kushitica, è assegnato alle donne forti, alle manifestanti, usato per rievocare le grandi regine del regno di Kush nell’antico Sudan. E Alaa stessa, per tutto il mondo, ora, è la giovane regina vestita di bianco, la Kandaka che innalza il dito al cielo come monito e canta un poema rivoluzionario.

Rappresenta, con fierezza, tutte le donne che vogliono istruirsi, che non si piegano alla repressione, al governo, e che non accettano più di sottomettersi. E Kandake sono le studentesse universitarie, con il thobe bianco, che manifestano da marzo e che hanno creato l’hashtag diffuso su tutto il web, che sta, appunto, ad indicare la veste bianca: التوب_الابيض#.

Studentesse che indossano il thobe bianco per la protesta iniziata a marzo.
(Foto dal profilo Twitter di Alaa Salah)

Nonostante l’oppressione, la discriminazione e la violenza di genere -perpetuata sia in ambito pubblico, dal regime, che in ambito privato, all’interno della famiglia – le donne hanno sempre svolto un ruolo centrale nella tumultuosa storia del Sudan, scendendo coraggiosamente in prima linea durante le proteste, odierne e passate, portando avanti azioni di disobbedienza civile e virtuale sotto l’hashtag social #SudanUprising, subendo arresti di massa, stupri come armi di guerra e intimidazione, pestaggi e lesioni gravi.

Le contestazioni innescatesi a partire da dicembre, in seguito al rincaro del pane e di altri beni primari, spesso sono state introdotte e guidate dal zagrouda, l’ululato di gioia caratteristico delle donne arabe, diventato nei mesi una sorta di richiamo in codice che incita, esorta i manifestanti con canti rivoluzionari e slogan. Quando si innalza il grido femminile è arrivato il momento di mettersi in marcia e di fare la rivoluzione.

Questi scioperi, intrapresi inizialmente per il pane e la libertà, sono proseguiti, oltrepassando le differenze sociali, politiche e regionali su cui il potere ha sempre fatto affidamento per dividere, indebolire e ammansire il popolo. Folle pacifiche in marcia, composte dal 70% di donne, si oppongono soprattutto alla discriminazione e alla violenza di genere radicata nel Paese, intraprendendo una vera e propria battaglia non solo
contro un’inflazione che ha innescato una profonda crisi economica e che ha messo in ginocchio un Sudan già devastato da decenni di dittatura militare, ma anche per la libertà di parola e per i diritti umani fondamentali.

Alaa e alcune manifestanti durante uno dei sit-in.
(Foto dal profilo Twitter di Alaa Salah)

Dal 1983, infatti, è in vigore la restrittiva interpretazione sudanese della sharia, legge sacra ulteriormente inasprita da al-Bashir, che prevede l’ablazione della clitoride come norma (e conosciamo bene le drammatiche conseguenze delle mutilazioni genitali sulle bambine), la pena di morte per l’omosessualità, la flagellazione arbitraria di donne e ragazze a causa dell’abbigliamento considerato non idoneo, nonché la pena capitale per lapidazione o crocefissione.

Per quanto riguarda le donne, le leggi sulla moralità impediscono loro di riunirsi in pubblico, per loro vige il principio dell’obbedienza nei confronti dei mariti, sono sottoposte a severissime leggi di ordine pubblico finalizzate, fin dagli anni ’80, al controllo e all’intimidazione attraverso un’infinità di reati, tra cui non indossare il velo e guidare. Questa repressione costante le lascia totalmente in balia degli umori della polizia dell’ordine pubblico o di chi potrebbe abusare della legge a proprio piacimento.

Oltre alla discriminazione imposta dal governo e alla mancanza di sicurezza legale (non esiste una legge contro lo stupro coniugale né contro il matrimonio forzato), il Sudan è anche uno dei pochissimi paesi che non hanno firmato la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), che stabilisce standard di base per promuovere l’uguaglianza di genere.

Per comprendere quanto la società sudanese non rispetti le donne e le svilisca con ogni mezzo, basti pensare che la parola “donna” viene comunemente (e tristemente) considerata sinonimo di “codardia”.

Le donne, però, non hanno mai smesso di fare rete e reagire all’oppressione.

Nonostante il governo abbia vietato l’utilizzo dei social network, le sudanesi hanno creato numerosi gruppi privati su facebook banditi agli uomini, tra cui il temutissimo gruppo Minbar-Shat, che conta migliaia di iscrizioni: nato per identificare i mariti violenti e abusanti e per denunciare le repressioni quotidiane subite, in seguito è stato utile per identificare gli agenti di sicurezza statali che attaccano i manifestanti e reprimono le dimostrazioni.

Nonostante la leadership femminile abbia indubbiamente giocato un ruolo fondamentale nella rivolta sudanese, è stata ignorata per mesi dai media locali e solo dopo la diffusione virale del video di Alaa Salah, ha ottenuto la visibilità mondiale che merita e che cercava.

Il perpetuo silenzio sulle conquiste delle donne nel corso della storia e il continuo sminuire il loro coinvolgimento, ha portato un gruppo di femministe a lanciare una campagna chiamata Waqto wa naso (“È giunto il momento”), che rivendica l’esistenza e la forza delle donne sudanesi, promuove l’eliminazione del linguaggio sessista, degli atteggiamenti remissivi e delle gerarchie patriarcali su cui si basa la società sudanese.

Omar al-Bashir è stato rovesciato grazie soprattutto al prezioso contributo che le donne sudanesi hanno apportato alle insurrezioni popolari di questi mesi, sollevamenti nati più per la fame causata dal rialzo esasperato dei prezzi – si dice – che per un mero sentimento democratico. Il golpe che lo ha spodestato non ha cambiato la situazione già instabile del paese, la Costituzione è stata abrogata ma la dittatura militare continua a esistere e nessun cambiamento politico, e culturale, è in corso.

Le Kandake sanno di aver rischiato il carcere, le torture, le violenze sessuali, la vita stessa come in passato le proprie antenate. Hanno osato per poter (un giorno) vivere  e tramandare un Paese diverso, migliore, un Paese che (per ora) non è ancora mutato, e forse, non muterà in breve tempo.

Hanno la consapevolezza di essere delle rivoluzionarie, la loro storia è una lunga storia di dissenso e coraggio, e sappiamo per certo che continueranno a ribellarsi, per loro stesse e per le nuove generazioni, continuando a mostrare la propria forza, dal tetto di un’auto, dalle strade calpestate all’unisono, dai canti rivoluzionari potenti e vibranti più di un qualsiasi esercito armato.

Mia nonna è una Kandaka. Rivoluzione!

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