Ada Hegerberg, quando una battuta sessista fa più notizia del pallone d’oro

Ti chiami Ada Hegerberg, sei una calciatrice, un’attaccante per la precisione e hai appena vinto il primo pallone d’oro della storia del calcio femminile. Sei quella che viene chiamata ‘macchina da gol’, segni di destro, di sinistro, di testa, al volo, sei un falco nell’area di rigore, sei sempre al posto giusto nel momento giusto, hai già vinto molto, collezioni gol e record, tanto che il tuo primo pallone d’oro lo ricevi a soli 23 anni.

Su di te si potrebbero scrivere fiumi di articoli e storie di sport, si potrebbe parlare per ore di te come esempio per tante ragazzine, speranza concreta che le cose stanno cambiando anche nel mondo del calcio. Arrivi a Parigi, alla storica premiazione, gli occhi puntati addosso… e per cosa verrai ricordata? Per il fatto che un dj ti abbia chiesto di festeggiare questa vittoria con un ballo in cui, essenzialmente, si scuotono velocemente le natiche. Non è meraviglioso?

Ma facciamo un passo indietro e partiamo dai fatti.

Ada Hegerberg, attaccante norvegese dell’Olympique Lyonnais, il 3 dicembre 2018 sale sul palco parigino degli “oscar del calcio” per ricevere il pallone d’oro, il massimo riconoscimento calcistico individuale. Da quando il premio è stato istituito nel 1956, è la prima volta che viene esteso anche alle donne. Della serie, è stata dura ma ce l’abbiamo fatta.

Lungi pensare che questo evento storico e simbolico potesse minimamente spostare di mezzo millimetro l’attenzione sul vincitore maschile Luka Modrić che, tra l’altro, segna la fine del lungo duopolio Messi-Ronaldo. Non avevamo queste grandi pretese, ma è innegabile che si trattasse di un evento senza precedenti che meritava i riflettori accesi. E invece i riflettori e le decine e decine di articoli che sono seguiti si sono fermati all’ennesima uscita sessista.

Ada sale sul palco, alza il trofeo raggiante e fa un discorso in cui, emozionata, ringrazia tutte le persone che le hanno permesso di raggiungere questo importante traguardo, chiudendo il suo intervento con un messaggio di incoraggiamento rivolto alle giovani donne: credete in voi stesse.

Solito copione da cerimonia, forse per molti noioso ma per chi, come me, ha sempre amato questo sport e avrebbe voluto praticarlo senza subire le angherie solo perché donna, è stato bello, emozionante. Fino a quando non arriva il ‘momento simpatia’ ad opera del dj Martin Solveig, chiamato a dare un po’ di brio alla noia che una cerimonia di premiazione può trasmettere.

E cosa fa Martin? Essendo un dj, le chiederà di ballare come aveva fatto poco prima con il campione del mondo Kylian Mbappé? Che musica partirà? Disco music? ‘Na roba tradizionale norvegese? No. Le chiede se sa twerkare. Avete presente? No? Beh, detto banalmente, è quel tipo di movimento dei fianchi che porta a muovere velocemente le natiche. Per capirci, allego gif.

Lei, visibilmente imbarazzata, risponde “No”. Et voilà, mesdames et messieurs: IL GELO. E mentre la Hegerberg glissa l’invito tra il disagio generale e lo sdegno che inizia a diffondersi sui social, si chiude la parentesi femminile sul palcoscenico internazionale del calcio. Come di consueto, a tarallucci e vino. Bene, Ada, puoi andare, mo’ torniamo a parlare di maschi. Sipario. Les jeux sont faits, rien ne va plus.

Il nervosismo è palpabile in rete e in me. Un momento importante destinato a essere ricordato per un’uscita del genere? Per una volta che alle donne viene dato un giusto riconoscimento nel mondo del calcio, finisce così? Sui social e sulle testate giornalistiche fioccano centinaia di articoli e commenti sulla vicenda. Tra chi fa notare il sessismo della trovata di Solveig e chi riduce tutto a uno scherzo e ai soliti isterismi di ‘certe femministe’. Sta di fatto che dal polverone si alza anche la voce del celebre tennista, Andy Murray, che commenta l’accaduto definendolo di un “sessismo surreale” e facendo notare come la cosa sia ancora molto diffusa nello sport.

Il fatto è che credo pure nella buona fede di Solveig, il quale probabilmente si sarà stupito delle reazioni indignate. Non pensavo, non immaginavo, chiedo scusa se ho offeso qualcuno, sono stato frainteso.

Le avete già sentite queste cose, vero? Il problema è un altro: che uscite del genere vengano considerate normali. Si scherza, che vuoi che sia? Ma è così difficile notare la differenza di ballo richiesto a Mbappé e quello richiesto a Hegerberg? Ed è così difficile comprendere quanto sia stato inopportuno e sessista?

Uscite del genere sono l’ennesima spina nel fianco di un movimento che merita un’attenzione maggiore. Dai tempi di Sognando Beckman a oggi, il calcio femminile è cresciuto persino in Italia, complice anche l’interesse dei grandi club come Inter, Juventus, Roma, Fiorentina e Milan. Certo, resta ancora enorme l’abisso tra donne e uomini non solo in termini economici ma anche di considerazione e rispetto, soprattutto a causa di una mentalità sessista dura a morire.

Del resto, il nostro calcio è pieno di momenti eleganti e rispettosi nei confronti delle donne. Solo per citarne alcuni provenienti dagli alti vertici: “la porta è come una donna, va penetrata” (Massimo Ferrero, presidente Sampdoria), “basta dare soldi a queste quattro lesbiche” (Felice Belloli, ex presidente Lega Nazionale Dilettanti, che, dopo la bufera seguita per questa frase, nega di averla detta), al “sei una donna, sei carina e non ti mando a fare in culo per questi due motivi” (Maurizio Sarri, ex allenatore del Napoli, rivolto a una giornalista, con il coro di risate al seguito), al gentleman dall’ineguagliabile proprietà di linguaggio, raffinatezza squisita e proverbiale eleganza, Carlo Tavecchio, ex presidente della FIGC, il quale ne ha collezionate una dietro l’altra sulle donne e non solo. Con personaggi del genere, dove vogliamo andare?

La strada da fare è ancora tanta e, a onor di cronaca, riguardo alla vicenda Solveig-Hegerberg c’è da dire che a fine cerimonia lei ha sminuito la cosa, mentre lui ha chiesto scusa. Fine della questione? Manco per niente. O meglio, lei ha tagliato corto perché voleva concentrarsi sulla gioia per la vittoria, raccontare le sue emozioni, godersele pienamente, riportando la discussione e le domande del mondo giornalistico a quello per cui era lì: il pallone d’oro. E non perché la cosa non l’abbia infastidita, come si può vedere dalla reazione subito dopo la domanda, ma perché probabilmente non voleva farsi rovinare la meritata festa. Una questione di stile, ça va sans dire.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.