L’aborto non è sempre un trauma: oltre la retorica dei sensi di colpa

“Nessuna donna ha piacere di abortire. Se lo fa è perché costretta da tante ragioni dolorose”. A sostenerlo è la scrittrice Dacia Maraini in una accorata lettera a Papa Francesco, che poco tempo fa paragonò la decisione di interrompere la gravidanza ad “affittare un sicario”.

Le parole di Bergoglio confermano la posizione da sempre anti-abortista della Chiesa cattolica e, anche se possono indignare, non stupiscono. Colpisce di più che una intellettuale che ci ha raccontato la vita di donne straordinarie e si è battuta per l’emancipazione femminile alimenti la retorica del dolore associata all’aborto.

“Ho sempre pensato – scrive ancora Maraini al pontefice – che la libertà di aborto sia una libertà dolorosa e autolesionista. Non è una cosa buona interrompere un progetto di vita e nello stesso tempo ferire il corpo di una donna”.

Quanto è d’aiuto alle donne continuare a parlare della scelta di interrompere una gravidanza come di un momento necessariamente straziante e addirittura “autolesionista” che le dipinge ancora una volta vittime?

Senza dubbio l’aborto è per alcune una scelta che può lasciare ferite profonde, ma non è così per tutte: in tante rivendicano di aver deciso di non mettere al mondo un figlio senza che questo rappresentasse per loro un trauma. Eppure la narrazione su questo tema (ben esemplificata dall’intervento di Maraini) si concentra quasi sempre sul dolore e i sensi di colpa, in un messaggio che si può riassumere con: “Poverina, le circostanze l’hanno costretta ad abortire, non critichiamola, sta già soffrendo abbastanza”. Nessuno spazio viene lasciato all’autodeterminazione e alla consapevolezza delle donne.

Lo spiegano bene le firmatarie e i firmatari della replica alla lettera di Maraini: “Per moltissime donne – scrivono – l’aborto volontario è parte di un percorso di vita, vissuto in maniera positiva, senza lasciare ferite laceranti o un ricordo indelebile. Questo però non si può dire, perché andrebbe a rompere una narrazione consolidata, che come una nenia si ripete da anni e che ancora culturalmente ci legittima ad abortire, a patto di essere condannate a un ‘fine pena mai’ che ci marchi a fuoco, ci faccia sentire sbagliate, e ci riconduca sulla retta via dell’assetto familiare classicamente inteso”.

Per approfondire questo punto di vista che scardina lo stereotipo della sofferente madre mancata, ho intervistato la psicologa Federica di Martino, anima del collettivo Autodeterminiamoci Salerno e promotrice con la ginecologa Elisabetta Canitano del progetto Ivg, ho abortito e sto benissimo.

Federica di Martino, psicologa e fondatrice del progetto “IVG, ho abortito e sto benissimo”

Federica, ci racconti in cosa consiste “Ivg, ho abortito e sto benissimo”?

Si tratta di un blog che riprende il format francese “IVG, je vais bien, merci” (ringraziamo le compagne francesi per averci permesso di mutuare la loro idea offrendoci pieno sostegno fin dall’inizio del progetto). L’idea è molto semplice, ovvero raccogliere testimonianze di donne che hanno abortito e che non lo hanno percepito come un evento traumatico, ma che possono avere uno spazio di parola in cui poter dire liberamente “sto bene” oppure “ho fatto la scelta migliore e non me ne pento”. Inoltre, all’interno del blog sarà possibile reperire informazioni su contraccezione e IVG, nonché trovare articoli che vadano a smontare i luoghi comuni sull’aborto o le informazioni errate che si diffondono con grande facilità, soprattutto da siti e gruppi pro life [cioè che si battono contro l’aborto, ndr].

Da dove nasce la necessità di un progetto simile?

Questo progetto nasce dalla necessità di voler fuoriuscire dalle narrazioni classiche e stereotipate sull’aborto, caratterizzate dalla retorica della decisione sofferta, del senso di colpa nonché dalla vergogna per non aver saputo scegliere altro. Abortisce chi non può avere un figlio e mai viene attribuita la volontà autonoma della scelta, così come la sicurezza relativa a questa decisione. Una delle frasi che ricorre maggiormente, anche tra chi difende strenuamente la legge 194 e il diritto all’aborto, è che per la donna è sempre un dolore. Ci siamo domandate in più occasioni se questo fosse un discorso universalmente riconosciuto, e dai racconti emergeva una realtà ben diversa, fatta in moltissimi casi di una volontà libera, autonoma, scevra di sensi colpa, in altre più sofferta, in altre ancora il racconto era fortemente legato alla difficoltà di accedere ai servizi di IVG. In ogni caso, quello che abbiamo visto è una realtà molto più complessa ed eterogenea di quell’unica narrazione possibile, che da anni come donne ci portiamo dietro.

Quali sono state le reazioni al progetto? Che tipo di riscontro avete avuto?

Come per tutti i progetti che riguardano il corpo delle donne, le pratiche di autodeterminazione e la 194, le reazioni sono sempre molto ambivalenti. In questo caso, provando a introdurre una narrazione altra che si discosta in maniera così forte da una codificazione totalmente condivisa, il tutto è stato chiaramente amplificato. In dieci giorni abbiamo avuto migliaia visualizzazioni, episodi di hate speech da parte di gruppi pro life, ma anche tantissimi commenti positivi che sottolineavano l’importanza di proporre un nuovo punto di vista, o della necessità di decostruire una retorica del dolore così consolidata.

In molti hanno parlato di provocazione, altri di atteggiamento irrispettoso e superficiale. Verso chi? Continuiamo a chiederci. Crediamo, anzi, che la massificazione di un sentire soggettivo, che riconduca scelte autonome alla passività di una donna assoggettata, vincolata a scelte forzate, sia la vera grave mancanza di rispetto per la libertà di scelta.

In molte ci commentano raccontandoci che hanno abortito e stanno bene, hanno vissuto la loro scelta con serenità, soprattutto se sostenute dal proprio compagno e con un accesso libero e serio ai servizi di IVG. Il tutto diventa più complicato quando c’è da scrivere una testimonianza. Ci si sente giudicate, è ancora un tabù parlare di aborto e quando lo si fa è soprattutto per giustificarsi del non aver dato seguito alla gravidanza. È questo che ci hanno insegnato, svincolarsi da questa traduzione a volte risulta complesso, ma noi cerchiamo di aprire una strada a nuovi racconti, così come a informazioni da tutto il mondo e dalla comunità scientifica che finalmente rispondano in maniera adeguata alla cattiva informazione.

Ricordiamo alle donne che possono lasciare sull’apposito form una testimonianza anche anonima, scriverci alle email o su Facebook e raccontarci la propria esperienza, siamo certe che potranno aiutare e sostenere altre donne che magari vivono la solitudine o si sentono in colpa per una scelta libera, che non per forza deve lasciare strascichi irreparabili di dolore.

Perché credi che si sia sviluppata negli anni una “retorica del dolore” sull’aborto, portata avanti con compiacimento anche da tante donne e a volte persino da femministe?

Voglio riprendere la grandissima Lea Melandri, che nel libro “L’infamia originaria” indaga tra le cause della violenza patriarcale, riconducendo la donna al grande “rimosso” della storia, identificata unicamente come madre, dunque al di fuori della polis urbana. La relegazione al ruolo di madre, come destino unico della storia, ha rappresentato per secoli l’unica chiave di lettura, da cui abbiamo imparato a distaccarci attraverso le lotte e le rivendicazioni, che ci hanno permesso di entrare a far parte e riscrivere la nostra storia.

La legge 194 e il passaggio storico per passare dall’aborto clandestino alla regolamentazione istituzionale, ha statalizzato il nostro diritto a fuoriuscire dalla pratica di generatività. Avevamo come donne non solo il potere di dare la vita, ma anche quella di non produrla (che è ben diversa dal toglierla, la logica significante è sempre necessaria in questa contingenza storica). L’aborto, attraverso la legge 194 è stata istituzionalizzata attraverso molte forme di compromesso, che oggi continuiamo purtroppo a pagare tutte, in primis l’obiezione di coscienza; socialmente abbiamo vissuto la stessa compromissione. A una donna è permesso di “sopravvivere” socialmente a un aborto a patto che non ne parli, che provi vergogna per non aver generato, che lo sconti a vita, che magari possa riparare al danno arrecato alla società patriarcale generando in un futuro prossimo altri figli.

Inutile dire che questo è un tipo di traduzione che si intreccia fortemente con una visione veterocattolica, che è quella da cui abbiamo maggiori informazioni errate e mendaci, finalizzate unicamente a scoraggiare la donna oppure a punirla per aver anteposto se stessa all’abnegazione familiare a cui la Chiesa ci rimanda.

Per quanto riguarda l’ambito femminista, anche lì è necessario continuare a parlare e decostruire un tipo di narrazione consolidata, è un processo e come tutti quanti i processi ha bisogno di un tempo e di luoghi di parola per decostruire e ricostruire insieme. Alcune persone hanno accolto con diffidenza l’idea che sottende al blog, ma credo sia normale. La nostra fortuna in ambito transfemminista è non esserci mai arrese, lavorando sempre su un processo di ricerca, stimoli e confronti continui. Questo delle narrazioni tossiche ha già investito numerosi ambiti di riflessione, e sono certa che continuerà ad aprirsi anche sulla narrazione che investe l’esperienza legata all’aborto.

Quali pensi che siano i danni maggiori sulle donne di questo tipo di narrazione?

I danni sono moltissimi e si intrecciano sia sul piano dell’esperienza soggettiva che su quello della narrazione collettiva. Come abbiamo segnalato in un articolo, in Francia le informazioni errate e tendenziose sull’aborto possono essere punite fino a 2 anni di carcere e 30mila euro di multa, una posizione netta a tutela del diritto di scelta sulle pratiche autodeterminative. In Italia continuiamo a sentir parlare di sindrome post abortiva, non avvalorata dalla comunità scientifica, né supportata da ricerche scientifiche valide; continuiamo a vedere immagini false di embrioni abortiti dalle fattezze di un feto già formato; leggiamo che la contraccezione di emergenza è abortiva, senza che nessuno prenda provvedimenti per queste pratiche di terrorismo psicologico e mediatico ai danni delle donne e della propria libertà di scelta.

Lo scopo unico di queste forme di comunicazione è quello di dissuadere le donne ad abortire, farle sentire in colpa per la vita non generata, premendo spesso sul fatto che ci siano molte donne che non possono avere figli, oppure che possono sempre darlo in adozione. La scelta non è più soggettiva ma dialettizzata, la gravidanza di una diviene il terreno di conquista di tutti, il nostro corpo non ci appartiene ma attraverso queste pratiche viene restituito secondo la traduzione unica di incubatrici.

Molte donne vengono costrette da questo tipo di pressione a vivere l’aborto come ci è sempre stato insegnato, perché non è possibile pensarsi in maniera diversa, in poche parole non è possibile esserci. La maternità è una scelta, non è un destino a cui rispondere o un compito a cui dover ottemperare. Scegliere di abortire è una scelta legittima e libera che non solo vogliamo rivendicare, ma vogliamo anche ribadire il fatto che nessuno ha il diritto di interferire in questa scelta, né di esprimere giudizi o intralcio di sorta. Laddove ciò avvenga vi invitiamo personalmente a contattarci, così come per avere informazioni corrette su quanto capita di leggere sul web.

Qual è secondo te la narrazione dell’aborto che aiuterebbe maggiormente le donne? Come credi che si possa costruire?

Innanzitutto bisogna tornare a parlare con le donne, e sottolineo con le donne. Se Dacia Maraini sente il bisogno di rivolgersi a Papa Francesco c’è qualcosa che non va. Così come l’Ordine dei Medici di Torino, che ricordandoci dell’aborto come scelta dolorosa, chiedono al Santo Padre di rispettare i medici che operano per garantire un diritto. Perché il Papa diventa l’interlocutore primario? Cosa ha da dire Papa Francesco di più interessante di una donna che parla dei suoi diritti e delle sue scelte? Non ci è dato di saperlo, ma quello che è a tutti piace parlare delle scelte delle donne, senza sapere cosa ne pensino le donne di quello che accade.

Una donna che abortisce negli ospedali diventa una pratica da sbrigare, una seccatura da rifilare al primo medico non obiettore a disposizione (sempre che ne sia uno a disposizione), ma fuori tutti si sentono legittimati a parlare del dolore lacerante che proviamo, della ferita che non si rimarginerà mai. Cominciassero prima a garantirci l’efficacia di un sistema pubblico, la possibilità di abortire in day hospital con la RU846 [la pillola abortiva, ndr], l’assenza di obiettori di coscienza, e poi magari vedrebbero delle donne diverse da quelle che cercano di raccontarsi e raccontarci.

L’unica narrazione possibile è quella autentica, soggettiva, personale, condivisa con il proprio compagno e con una comunità solida e accogliente, una narrazione libera da stigmi e forzature. Apriamoci alla possibilità di condividere una storia diversa, apriamoci alla possibilità di accogliere forme nuove di narrazione che possano restituirci alla nostra soggettività e sottrarci sempre di più ad un assetto patriarcale in cui sia l’altro a decidere finanche il nostro sentire. La parola è una pratica necessaria e potente, è importante riappropriarcene e continuare a esistere attraverso l’autenticità del nostro dire.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.