Women’s march: la lotta per i diritti civili sarà femminista o non sarà

Striscioni con su scritto: "Women rights are human rights", "Weak men fear strong women", "Questa donna americana dice no"
Women’s March: foto di Laura de Bonfils a Londra, Martina Guandalini a New york e Chiara Laganà a Roma per Pasionaria.it. Tutti i diritti riservati

Sabato 21 gennaio ho partecipato con delle amiche alla Women’s March di Londra, “marcia sorella” di quella di Washington, che ha visto sfilare centinaia di migliaia di persone nella capitale degli Stati Uniti, la stessa dove il giorno prima aveva giurato Donald Trump come 45esimo presidente.

Le organizzatrici avevano previsto la partecipazione di circa 500mila persone, ma l’affluenza è stata molto più numerosa del previsto, rendendola una delle proteste più grandi della storia americana e del femminismo.

Anche perché, in solidarietà con le attiviste di Washington, sono state organizzate marce delle donne in oltre 160 città del mondo, con l’obiettivo di contrastare la politica sessista, omofoba e razzista portata avanti dall’esponente repubblicano durante la sua campagna elettorale. Ce ne sono state anche in Italia, le principali a Roma e Milano, e in quasi tutte le capitali europee. In tutto sono scese in piazza oltre due milioni di persone.

La Women’s March di Londra

A Londra sono scese in piazza circa 100mila persone: una folla colorata si è radunata davanti all’ambasciata americana per poi camminare tra le strade del centro fino a raggiungere Trafalgar Square, dove le attiviste si sono alternate per lanciare messaggi di protesta, solidarietà e richiesta di uguaglianza.

La mia bacheca di Facebook era inondata da giorni dai post di amiche che, da ogni angolo del globo, dichiaravano che sarebbero scese in piazza, ma non sapevo bene cosa aspettarmi. Fortunatamente Londra ci ha regalato una giornata soleggiata, perfetta per prendere il proprio striscione e scendere in strada.

Fin dal primo autobus per andare alla stazione della metro che mi ha portato al punto d’incontro, sono stata circondata da donne e uomini di tutte le età che andavano a marciare. La gente era tanta che fin dalla stazione della metro, strapiena, abbiamo dovuto camminare in fila fino a Grosvenor square, trovandola gremita di persone.

Women's March: nei cartelli si legge "Women of the world unite" e "Black lives matter"
Women’s March: eccomi con lo striscione di Pasionaria!

La marea era composta principalmente da donne di tutte le età, ma anche da persone di tutti i generi, pronte a protestare contro Trump e la cultura della violenza patriarcale, che colpisce tutta la società. Alla marcia si sono uniti anche il sindaco di Londra Sadiq Khan e le parlamentari laburiste Stella Creasy, Harriet Harman e Yvette Cooper.

Women’s March: un punto di partenza

Vedere così tante donne e uomini in piazza in così tante città del mondo, in nome della solidarietà, della sorellanza, dell’equità e del femminismo, ci dà la conferma che sta davvero nascendo un movimento femminista transnazionale, come già dimostrato in altre occasioni nell’ultimo anno (ad esempio la solidarietà internazionale con “la protesta nera” delle donne polacche).

Ma perché le donne di mezzo mondo sono scese in piazza per un presidente degli Stati Uniti?

Benché la scintilla sia stata l’elezione del populista Trump – che ha annunciato la volontà di adottare numerose politiche destinate a minare i diritti delle donne, delle minoranze e dei migranti in America – la Women’s March è diventata una manifestazione in difesa dei diritti umani, con un’attenzione particolare ai gruppi oppressi.

Si legge nel manifesto della protesta:

“La Marcia delle Donne su Washington manderà il messaggio forte al nostro nuovo governo nel suo primo giorno di insediamento, e al mondo, che i diritti delle donne sono diritti umani. Resistiamo insieme, riconoscendo che difendere i più marginalizzati tra noi significa difendere tutti noi”.

Una dimostrazione nei fatti, è stata che, a fianco di chi marciava in strada, attivisti per i diritti delle persone disabili hanno creato la Marcia della disabilità, un movimento online per permettere di partecipare all’evento anche chi era impossibilitato ad andarci fisicamente.

Sul palco principale di Washington, sono intervenute sì tante celebrità, da Scarlett Johansson a Madonna – che hanno avuto molto risalto sui media, specialmente italiani – ma anche attiviste per i diritti più diversi – da quelli dei rifugiati a quelli per l’aborto e delle persone lgbti – e in rappresentanza di ogni minoranza. Tra loro ci sono state femministe note – come la grande Angela Davis che ha tenuto un discorso esemplare sull’importanza del femminismo intersezionale – e altre meno note, ma che lottano ogni giorno.

Questa protesta è stata chiamata “marcia delle donne” perché organizzata e guidate dalle femministe, ma è stata partecipata da persone di tutti i generi, le quali, dalle strade di tutto il mondo, ci hanno restituito la speranza che nonostante i difficili tempi che stiamo attraversando, si sia finalmente risvegliato un nuovo movimento internazionalista per i diritti civili.

Se ne sono accorti i grandi giornali internazionali come il New York times e il Guardian, che hanno seguito in diretta le marce, con live sui propri siti e sui social, a differenza di molte testate giornalistiche italiane: in tante hanno snobbato e sottovalutato l’evento, così come avevano fatto con Non una di meno.

Le imagini delle Women’s march intorno al mondo ci trasmettono forza e coraggio per la nostra lotta. Grazie a tutte le persone che sono scese in piazza: continuiamo a lottare insieme in solidarietà. Perché come disse la poetessa attivista Audre Lorde:

“Non sono libera finché ogni donna non è libera”

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