Violenza contro le donne: 5 spunti per una narrazione diversa

Violenza contro le donne: volto di donna al buio

Il 25 Novembre si celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Pasionaria.it ha aderito alla manifestazione #Nonunadimeno, che si terrà a Roma sabato 26 Novembre. Marceremo in corteo e parteciperemo all’assemblea plenaria, perché ci sembra essenziale esserci.

Sono convinta che una giornata di questo tipo sia necessaria, ma ciò non vuol dire che approvi come il tema viene spesso affrontato.

In particolare penso che un certo tipo di narrazione mainstream, usata dai media e dalle istituzioni, vada cambiata, perché non rispecchia la complessità del problema e perché rinforza alcuni stereotipi di genere che sono alla radice del problema. La manifestazione del 26 serve a riappropriarci anche di questo.

Ecco alcuni spunti su cosa vorrei veder cambiato. Sono curiosa di conoscere i vostri.

1. Donne sempre e solo vittime da salvare

L’abbiamo in mente tutte: la tipica campagna contro la violenza di genere mostra il volto di una donna, di solito giovane, tumefatto e coperto di tagli, oppure con la bocca tappata da una mano… insomma un’immagine di sottomissione e dolore, che manda un messaggio forte e chiaro: la donna è una vittima, la donna va protetta.

Certo, è il modo più facile di rappresentare e raccontare la violenza, ma non mette bene a fuoco il problema: ovviamente le donne che sono vittime di violenza vanno aiutate e protette, ma dovremmo pensare ad agire per la prevenzione.

Vorrei una comunicazione che non si concentrasse sul concetto di vittima, di debolezza, di protezione, ma piuttosto che stigmatizzasse chi compie la violenza. O che insegnasse a riconoscerla anche nelle sue forme meno eclatanti.

Inoltre l’immagine di vittima rafforza l’idea che a subire violenza siano soprattutto le donne più ingenue, deboli e indifese, incapaci di emanciparsi: un concetto del tutto fuorviante rispetto alla realtà dei fatti.

La violenza di genere, infatti, è un fenomeno assolutamente trasversale, che coinvolge donne di ogni grado di istruzione, età, nazionalità e ceto sociale. Eppure, ad esempio, non ho in mente molte campagne dove compaiono volti di donne anziane.

2. Stereotipi sugli uomini violenti

Proprio perché le statistiche dimostrano che la violenza di genere non è questione di classe, di cultura, di disagio sociale, ma è un fenomeno generale, non esiste l’identikit del “perfetto abusatore”.

Eppure nella narrazione mediatica e nel sentire comune è difficile veder rappresentato un uomo violento come un ricco professionista borghese, di media o alta cultura, magari incensurato.

3. E le donne trans o gender non conforming?

Un’altra cosa che mi dà spesso sui nervi è che le donne transessuali o che non rispondono alle nostre aspettative sociali in merito ai generi non vengono mai prese in considerazione nel discorso sulla violenza di genere.

Mi pare invece che molte violenze a sfondo transfobico (quelle che riguardano le donne mtf, cioè passate dal genere maschile a quello femminile) rientrino a pieno titolo nel fenomeno della violenza contro le donne e della violenza di genere.

Troppo spesso, invece, queste persone vengono cancellate dall’orizzonte della discussione (magari poi giustificandosi dietro un timido “ma era ovvio che fossero incluse”).

4. Solo una forma di violenza?

Avevamo cercato di raccontarlo con la nostra campagna “Anche questa è violenza“: molto spesso la narrazione attorno alla violenza contro le donne si concentra sui fenomeni più eclatanti: il femminicidio, lo stupro, lo stalking.

Ma la violenza contro le donne si manifesta anche con atteggiamenti meno eclatanti, ma più frequenti: dagli atteggiamenti possessivi nelle relazioni, alle battute sessiste in ambiente lavorativo, alle molestie sui mezzi pubblici…

La violenza contro le donne è un sistema ampio di atteggiamenti e modi di relazionarsi squilibrati profondamente radicati nella nostra cultura. Sono quelli i primi a dover essere combattuti se si vogliono impedire le forme di violenza più gravi e drammatiche.

5. La certezza della pena non basta

Un altro problema della narrazione mediatica e istituzionale è che per fermare la violenza contro le donne bastino pene più severe e magari un sistema che obblighi la donna a denunciare.

Certo, sapere che chi compie violenza sconterà davvero la propria pena è necessario, ma non basta per affrontare il problema. Perché una donna possa denunciare, bisogna potenziare i centri antiviolenza, bisogna garantirle che abbia le condizioni per poter denunciare (un posto sicuro dove stare, per esempio, di che vivere).

Bisogna poi lavorare per scardinare la cultura sessista che è alla radice del fenomeno (vedi il punto 4), lavorare per davvero non solo sulle giovani generazioni (e le proposte per ora sono piuttosto fumose), ma anche sugli adulti (anche perché siamo proprio noi adulti a educare i più giovani).

Anche per questi motivi, per queste cinque cose che vorremo vedere cambiate, scenderemo in piazza!

3 COMMENTI

  1. Cara Beatrice,
    condivido pianamente i tuoi 5 punti che sono parte integrante delle motivazioni che mi spingono domani a scendere in piazza con te. Aggiungo:
    – Come hai descritto nel punto 4: “La violenza contro le donne è un sistema ampio di atteggiamenti e modi di relazionarsi squilibrati profondamente radicati nella nostra cultura.” Io penso che alla base dello squilibrio esista la dipendenza economica, per questo secondo me il primo passo da fare è quello di garantire a tutte le donne una forma di indipendenza economica che le liberi dalle ingerenze della famiglia o, peggio, del marito/compagno. Cito Virginia Wolf: “Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene.” per sottolineare che non si può pensare a una rivoluzione culturale che liberi le donne dalla violenza se non si garantisce la loro sussistenza e l’evenienza che a un abbandono del maltrattante non segua una condizione di indigenza per sé ed eventualmente per i propri figli;
    -Adeguata educazione sessuale ed emotiva improntata sul consenso da inserire nel percorso scolastico fin dalla prima infanzia. Ci sono molti giochi ad esempio che possono essere proposti ai bambini/e che insegnano a dire e a ricevere un NO non come rifiuto alla persona ma a un’azione;
    -Educare le donne alla forza.

    • Ciao Melania,
      peccato non esserci incontrate sabato o domenica!
      Certamente, il fattore economico è forse quello che più di tutti influenza le condizioni non solo della donna, ma dell’essere umano in generale. Credo però che questo sia un problema che debba davvero essere affrontato in prospettiva intersezionale e non solo ‘tradizionalmente’ femminista e che in un certo senso esula dalla questione immediata della violenza di genere (che infatti è trasversale e colpisce tanto donne del proletariato quanto le donne della borghesia).
      Nell’immediato certamente è urgente e necessario permettere alle donne che hanno subito violenza di essere indipendenti economicamente, così da potersi liberare dalla morsa di relazioni abusanti, ma a parer mio è proprio tutto quanto il sistema neocapitalista a dover essere abbattuto (perché è esso stesso violento nei confronti degli individui).

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