Unioni civili: storia infinita di una legge scomoda (e già vecchia)

In vista di metà ottobre, quando il disegno di legge sulle unioni civili dovrebbe finalmente arrivare in Senato, abbiamo deciso di condividere una serie di riflessioni sul tema, per denunciare il ritardo della nostra legislazione. Dopo la testimonianza di Beatrice sul matrimonio ugualitario, Caterina Coppola – ex direttrice di Gay.it – ci racconta il “pasticciaccio” del parlamento, tra promesse e continui rinvii

Tutti i rinvii della legge sulle unioni civili
Immagine dalla pagina Facebook dell’Arcigay

Unioni civili entro 100 giorni“.

Comincia così la storia più recente delle promesse su una legge che, sebbene non sancisca l’agognata uguaglianza, riconosce il minimo sindacale dei diritti alle coppie dello stesso sesso in un’Italia che somiglia sempre meno all’Unione Europea che ha contribuito a fondare.

Era il 2012 e Matteo Renzi, che pronunciava quelle parole, era candidato alle primarie del centrosinistra. Renzi vince le primarie solo a dicembre del 2013 e diventa premier a febbraio del 2014, scalzando Enrico Letta. Chiedendo la fiducia alle Camere per il suo governo, nato con l’appoggio del Nuovo Centro Destra di Alfano e Giovanardi, il premier dice che sui diritti civili bisogna “ascoltarsi” e “trovare un compromesso”.

Prima scadenza non rispettata: settembre 2014

All’assemblea del PD di giugno 2014, Renzi dà la prima scadenza: “A settembre, dopo la riforma della legge elettorale, realizzeremo un impegno preso durante le primarie, un impegno vincolante e lo faremo d’accordo con esponenti della maggioranza e Parlamento: quello sui diritti civili”.

Il riferimento è alle cosiddette unioni civili “alla tedesca”, una proposta che le associazioni avevano già criticato, giudicandola inadeguata e perfino ghettizzante, non essendo il matrimonio.

La proposta del Pd arriva qualche giorno dopo: dalla fusione di diversi disegni di legge presentati in Commissione Giustizia al Senato, nasce il DDL Cirinnà (dal nome della sua relatrice): i diritti previsti sono quasi tutti quelli di cui godono le coppie sposate, ma senza le adozioni (tranne che per il figlio del partner, le cosiddette stepchild adoption). Il PD trova l’appoggio del M5S e di Sel, a patto che non scenda sotto quello che viene considerato il minimo accettabile.

Si accende il dibattito nel governo e il ministro dell’Interno Angelino Alfano pone i suoi paletti: niente reversibilità della pensione, niente adozioni e nessuna equiparazione al matrimonio.

A luglio, un’intervista rilasciata ad Avvenire gela tutti. Renzi dichiara che sulle coppie gay ci sarà una proposta del governo che soppianterà il DDL Cirinnà. Il timore di molti è che si vada verso una trattativa al ribasso date le posizioni dell’alleato NCD. La proposta del governo non arriverà mai. Ma le opposizioni arrivano anche dall’ala cattolica del PD che mette in discussione sia la reversibilità della pensione sia le stepchild adoption.

Seconda promessa: entro 1000 giorni

Inizia settembre, ma le unioni civili sono ancora in Commissione. A metà mese, in un discorso tenuto alla Camera, Renzi tradisce la promessa e definisce la nuova scadenza entro “1000 giorni”. Il rinvio provoca le reazioni indignate della comunità e delle associazioni, ma è solo l’inizio di un una lunga serie.

Terza promessa: marzo 2015

A dicembre 2014 la Commissione Giustizia conclude la discussione sul testo Cirinnà e la presidenza decide di dare il via ad una serie di audizioni di giuristi, psicologi, e associazioni sia LGBT che contrarie alla legge. La relatrice annuncia che “salvo azioni ostruzionistiche” la legge arriverà in aula a marzo 2015.

Il punto critico appare da subito l’art. 3 che, allora, recitava: “1. Ad ogni effetto, all’unione civile si applicano tutte le disposizioni di legge previste per il matrimonio, ad esclusione della disciplina di cui all’articolo 6 della legge 4 maggio 1983, n. 184. (quello sulle adozioni, ndr). 2. La parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso è familiare dell’altra parte ed è equiparata al coniuge per ogni effetto. 3. Le parole «coniuge», «marito» e «moglie», ovunque ricorrano nelle leggi, decreti e regolamenti, si intendono riferite anche alla «parte della unione civile tra persone dello stesso sesso»”. È su questo che le destre e i cattolici annunciano battaglia. Posizioni a cui si avvicinano anche i cattolici del Pd.

Il dibattito si fa sempre più acceso e sebbene dal Pd tentino di rassicurare sulla volontà di arrivare ad una legge, di fatto la situazione non si sblocca.

Il fiume di emendamenti ostruzionistici

Salta, così, anche la promessa di marzo 2015. Il testo base, infatti, viene approvato in commissione solo a fine mese con una grossa modifica: sparisce il riferimento al matrimonio nell’art. 3 sostituito dagli articoli del codice civile corrispondenti, una mossa che appare pericolosa perché rende più attaccabile il testo.

Vengono presentati quasi 4000 emendamenti e a fare la parte del leone sono il senatore Giovanardi, che ne firma 700, e il collega di Forza Italia Lucio Malan. Una simile quantità di proposte di modifiche non può che allungare i tempi ulteriormente.

Ancora una promessa: testo in aula entro l’estate

La discussione continua tra voci di accelerazione volute dal premier (ma mai espresse direttamente) e timori che la legge venga snaturata per trovare un accordo con l’alleato di governo e la componente cattolica del Pd.

La nuova promessa è “in aula entro l’estate”. Ma il voto degli emendamenti non può iniziare senza la relazione del ministero dell’Economia e della Finanza sulle coperture economiche (la famosa questione della reversibilità della pensione, ma non solo). La relazione tarda ad arrivare. È un piccolo giallo: il 23 luglio un tweet del ministero svela la cifra (20 milioni a pieno regime nel 2027, smentendo i 40 miliardi paventati da Alfano), ma il documento non arriva.

Per giorni è un susseguirsi di “è pronto”, “è sul tavolo del ministro”, “è stato protocollato al Senato”. La relazione arriva in commissione solo il 29 luglio 2015. Il voto degli emendamenti comincia così ad una settimana dalla pausa estiva del Parlamento, troppo tardi per rispettare la promessa di andare in aula prima dell’estate.

Tutto rinviato a settembre

Eppure dal Pd insistono: si può andare in aula prima che le Camere vadano in vacanza. Comincia a farsi concreta l’ipotesi di portare il testo al voto dell’aula senza relatrice saltando, dunque, la discussione in commissione (che pure si potrebbe accelerare, come aveva spiegato Antonio Rotelli, avvocato di Rete Lenford e profondo conoscitore di regolamenti parlamentari). Per farlo, occorre forzare la calendarizzazione, ma anche questa data slitta e arriva la lunga pausa estiva. E l’ennesima promessa: a settembre si va al voto dell’aula, anche senza relatrice.

Nuova scadenza: voto in Senato entro il 15 ottobre, legge entro l’anno

Durante l’assemblea del Pd tentuasi ad Expo il 19 luglio 2015, il premier detta di nuovo l’agenda: le unioni civili arriveranno in aula dopo la riforma del Senato e saranno votate a Palazzo Madama entro il 15 ottobre, prima della legge di stabilità, per essere approvate definitivamente entro fine anno. La promessa fa interrompere il digiuno che il sottosegretario Ivan Scalfarotto aveva cominciato all’inizio del mese per “sensibilizzare” sull’urgenza della legge.

Alla riapertura dei lavori il testo è ancora impantanato in commissione e subisce un’altra modifica. Nella seduta del 2 settembre, un emendamento definisce le unioni civili “formazioni sociali specifiche“, andando incontro alle richieste dell’ala cattolica del Pd. Una modifica che appare come un ulteriore compromesso.

La polemica tiene banco per giorni, Monica Cirinnà promette “mai più ribassi” e intanto i lavori proseguono al ritmo di appena dieci emendamenti a seduta. Troppo pochi. L’M5S chiede più volte la calendarizzazione, ma il capogruppo del Pd in Senato Zanda lascia il testo in calendario con la clausola “ove concluso il lavoro in commissione” che impedisce di fissare una data certa.

Prima la riforma del Senato: è ancora rinvio

Una forzatura, quella della calendarizzazione senza aver terminato l’iter in commissione, che il governo ha già voluto per altre leggi, non ultima la riforma del Senato. Ed è proprio l’arrivo in aula del testo Boschi a lasciare intuire che ci si prepara all’ennesimo rinvio.

Il resto, è cronaca di questi giorni. Da una parte M5S e Sel chiedono che si fissi una data, dall’altra, il Pd accusa le opposizioni di voler dare priorità alla riforma del Senato a scapito delle unioni civili per via degli emendamenti presentati alla modifica costituzionale. Il M5S risponde che il Pd ha ridotto le unioni civili a merce di scambio.

Nei giorni scorsi, infine, ricostruzioni di stampa hanno parlato di un rallentamento, voluto dal premier e dalla ministra Boschi per trovare un accordo con i cattolici che vorrebbero stralciare le stepchild adoption.

Sempre più difficile l’approvazione definitiva entro l’anno

La sostanza è che è ormai certo che il testo non sarà votato in Senato entro il 15 ottobre. Potrebbe arrivare in aula dopo il 13, data prevista per il voto definitivo sulla riforma del Senato. Ma non ci sono più i tempi per il voto né tantomeno per l’approvazione definitiva entro l’anno. Iniziata la discussione sulla legge di stabilità, che deve essere approvata entro l’anno, non si potranno approvare leggi che prevedono spese per lo Stato.

Tutto questo appare incomprensibile alla comunità LGBT che attende una legge (già obsoleta) da ormai vent’anni e vive in uno degli ultimi paesi, insieme alla Grecia, che non riconosce in alcun modo le coppie gay e lesbiche e le loro famiglie.

Appare incomprensibile soprattutto se si considera che quello di Renzi è un governo che ha saputo accelerare gli iter di leggi anche controverse come la Buona Scuola, la legge elettorale e anche la riforma del Senato.

Appare incomprensibile, infine, se si pensa che i numeri per approvare il DDL Cirinnà, nella sua stesura attuale, ci sono. Ma, certo, fuori dalla maggioranza di governo. E forse, il nodo, è tutto qui.

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