Unioni civili senza decreto ponte: nessun rispetto per i diritti e le istituzioni

Decreto ponte per le unioni civili: due giovani donne di spalle abbracciate con il vestito da nozze guardano il tramontoDevo confessare che me l’aspettavo che Angelino Alfano, ministro degli Interni, avrebbe fatto quanto in suo potere per boicottare la legge sulle unioni civili. Che avrebbe fatto di tutto per differenziarle dal matrimonio, sminuendole. E che, non emanando il decreto ponte  avrebbe reso più difficile l’applicazione della legge.

E così è stato, non sono sorpresa.

Riepiloghiamo in breve la questione. La legge sulle unioni civili (la 76 del 2016), ex ddl Cirinnà, che regola le unioni tra persone dello stesso sesso e le convivenze di fatto, è stata emanata il 5 giugno scorso. Perché la legge entri in vigore devono passare 30 giorni: in teoria, quindi, ci si potrebbe unire civilmente (o registrare la propria convivenza) a partire dal 6 luglio.

La legge, però, delega a tre decreti attutativi le modalità di svolgimento della cerimonia, di registrazione da parte dei comuni, di trascrizione di matrimoni e unioni civili tra persone dello stesso sesso e altre questioni tecniche necessarie. I decreti attuativi sono responsabilità del ministro della Giustizia che ha sei mesi di tempo per emanarli: nell’attesa è previsto un decreto ponte, cioè un documento contenente le disposizioni provvisorie, che il ministro degli Interni avrebbe dovuto emanare entro 30 giorni (termine consigliato, ma non perentorio) dalla pubblicazione della legge.

Senza il decreto ponte i comuni vengono così gettati nel caos: teoricamente chiunque abbia i requisiti può pretendere che si celebri un’unione civile, ma i funzionari comunali non hanno idea di cosa debbano fare (ed è probabile e comprensibile che molti di loro cercheranno di temporeggiare).

Evidentemente non ero la sola a pensare che il leader di Ncd avrebbe fatto di tutto per ostacolare l’applicazione di una legge a cui si è sempre opposto (con il beneplacito del Pd, dove l’unica voce che si è levate finora, quasi per dovere di firma, è stata quella della senatrice Monica Cirinnà): grazie a un’iniziativa di Gaypost si è presto diffuso in rete l’hashtag #Angelinomollaildecreto, per sollecitare risposte da Alfano e dal governo, compreso il premier Matteo Renzi, sulla sparizione del decreto ponte.

Dura anche la reazione di Arcigay che ha sollecitato non solo il ministro Alfano, ma anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando a fare presto.

A oggi tutto tace.

Quello che non deve tacere, è invece lo sdegno di una comunità, quella Lgbti, ma anche di tutte le persone che hanno sostenuto questa legge, di fronte all’ennesimo pasticcio all’italiana. Siamo di nuovo trattati senza alcun rispetto, come un fastidio, come merce di scambio, privati della nostra dignità. Passata la tornata elettorale, il sostegno alla causa si è intiepidito… vogliono tenere in ostaggio i decreti definitivi con la scusa del referendum costituzionale?

Non è etico da parte di un rappresentante delle istituzioni, da parte di chi rappresenta lo Stato, tenere in ostaggio dei diritti (già troppo a lungo negati) votati a maggioranza dal parlamento. Non è solo questione di rispetto per una minoranza (che già si è accontentata di umilianti compromessi), ma è una questione di rispetto per la democrazia e le sue forme, la sovranità del Parlamento.

Non è con il boicottaggio silente da parte di chi detiene il potere che, in un paese democratico, si combatte una legge a cui si è contrari: significa non aver alcun rispetto né per le cittadine e i cittadini che si dovrebbero rappresentare né per le istituzioni stesse.

I diritti dovrebbero essere questione di giustizia ed equità, prima che slogan elettorali.

Intanto i giuristi di Articolo 29 hanno redatto una guida dedicata a chi non voglia aspettare i decreti e giustamente reclami i diritti garantiti per legge. Un utile vademecum per fare quello che siamo abituati a fare: arrangiarci.

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