Un canto per quelle bambine usate come armi

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Dal 2009 è in corso una guerra sanguinosissima nel nord della Nigeria, iniziata dal movimento jihadista Boko Haram (“l’educazione occidentale è peccato”), che combatte allo scopo di instaurare un califfato islamico nel paese e che ha lasciato finora una scia di morti del cui numero abbiamo solo stime approssimative.

Quest’organizzazione terroristica si scaglia con particolare violenza contro le donne e proprio il rapimento di un gruppo di studentesse per la prima volta ha portato la situazione drammatica della Nigeria alla ribalta dei media convenzionali occidentali, grazie all’hashtag twitter e alla campagna Bring Back Our Girls (che suscitò molte polemiche).

È degli ultimi giorni la notizia che Boko Haram ha adottato un violentissimo nuovo modo di portare il terrore nel paese: quello di usare come arma bambine e preadolescenti imbottite di esplosivo e costrette a farsi esplodere in luoghi pubblici molto affollati: è successo due giorni fa a Potiskumsabato a Maiduguri, come sarebbe successo il 10 dicembre a Kano, se la giovanissima non si fosse rifiutata di farsi esplodere.

Una strategia di guerriglia inedita e crudele, che ricorda gli eserciti di bambini (e bambine) soldato, tristi protagonisti di molte dimenticate guerre africane.

Non ci sono parole per esprimere l’orrore di questo gesto, l’orrore di costringere delle bambine con la violenza e con il plagio a sacrificare la propria vita per una battaglia che altri hanno deciso e che è anche contro i loro corpi e il loro essere donne, l’orrore di vittime costrette a farsi al contempo carnefici.

A questo orrore contribuiscono anche i media italiani che parlano senza distinzione di bambine-kamikaze, quasi come se lo avessero liberamente scelto.

Noi di Pasionaria abbiamo deciso di provare a esprimere i nostri sentimenti con una poesia:


Piango i vostri occhi:

Che avete visto? Cos’avete pensato?

Quale pena avete mai conosciuto?

Dal caldo della mia casa, io donna

privilegiata, al sicuro, complice

ho paura dei giochi che non avete avuto

della vostra vita, del vostro dolore

di quest’orrore che non riesco a

partorire, che non posso fermare.

Dilaniati anche i nomi da cantare

rimarrete Ifigenie d’Africa.

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