Transgender: arriva la depatologizzazione

Foto di torbakhopper su Flickr

Il 18 maggio 2018 è stata una giornata storica per la comunità trans: è infatti arrivata la tanto attesa depatologizzazione.

Nella pubblicazione del nuovo ICD-11 (sigla che sta per International Classification of Diseases 11th Revision, cioè l’11esima revisione della Classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) è stata rimossa l’incongruenza di genere (diagnosi che viene fatta alle persone trans se accedono ai servizi sanitari) dal capitolo relativo ai disturbi mentali, spostandola in un capitolo creato ad hoc e denominato “Condizioni relative alla salute sessuale”.

Perché è così importante?

Perché avere manuali diagnostici che indicano che essere trans non è una patologia e soprattutto non è un problema psichiatrico fa sì che sia la società che i professionisti si pongano in modo più rispettoso e meno stigmatizzante nei confronti delle persone trans.

Cos’è l’ICD?

È un manuale diagnostico che riporta tutte le patologie, le cause di morte e i problemi sanitari correlati conosciuti. Nasce a scopo statistico ed epidemiologico e viene in seguito usato per fornire diagnosi standard in vari paesi. Esistono due manuali diagnostici per professionisti nel mondo: il DSM e l’ICD che vengono revisionati ad intervalli regolari e a seconda delle edizioni presentano un numero (romano per il DSM e arabo per l’ICD) che ne segnala l’edizione più aggiornata. Le versioni più aggiornate sono il DSM-V e l’ICD-11.

Nell’ICD la diagnosi relativa alle persone trans medicalizzate è di “incongruenza di genere” a segnalare che il sesso assegnato alla nascita non è in linea con la percezione del proprio genere. Nel DSM invece si usa la diagnosi di “disforia di genere” a segnalare che l’incongruenza può (ma non necessariamente deve) causare disagio (a causa della transfobia). In nessuno dei due manuali si considera più essere trans una patologia.

Perché serve una diagnosi se non è una patologia?

Perché sia l’ICD che il DSM vengono utilizzati in tutto il mondo in paesi in cui il sistema sanitario non è nazionale come nel nostro e dipende dalla sottoscrizione di un’assicurazione personale e le polizze non coprono le spese mediche almeno che non ci sia modo di provare con una diagnosi che esiste un bisogno di cure legato alla salute. Eliminare la diagnosi del tutto avrebbe significato privare la parte della popolazione di quei paesi che può permettersi una polizza dell’accesso alla cura.

Quali sono le nuove diagnosi dell’ICD-11?

Le nuove diagnosi, associate ad un codice sono 3:

  • H60 – Incongruenza di genere in età adolescenziale e adulta
  • HA61 – Incongruenza di genere nell’infanzia
  • HA6Z – Incongruenza di genere non specifica (residuale)

Si può considerare completa la depatologizzazione?

No, al di là della necessità di una diagnosi (che non è stata rimossa) la forma più completa di depatologizzazione consiste nel permettere alle persone trans di autodeterminarsi e nell’offrire servizi per la salute mirati e calibrati sui bisogni specifici di ognun* mantenendo standard di qualità elevati e tempi massimi di fornitura dei servizi garantiti (oltre alla gratuità degli stessi, specie per chi ha redditi bassi) e togliendo qualsiasi forma di condizionalità e gatekeeping (cioè di necessità di valutazione da parte di terzi per accedere ai servizi e ai percorsi di transizione).

Cosa comporta nel concreto questo tipo di depatologizzazione?

Dal punto di vista del percorso di transizione legale e chirurgica, in Italia, poco e niente. Dipendono entrambi sia da una legge datata 1982 (che era avvenieristica all’epoca) che dai protocolli istituiti da associazioni di professionisti che presentano alcuni problemi.

Dal punto di vista culturale invece, sia in Italia che nel mondo, è un cambio di paradigma come lo è stata la depatologizzazione dell’omosessualità (rimossa tardivamente con l’ICD-10 solo nel 1992) e può avere un effetto importante su come vengono percepite e trattate le persone trans, specie in paesi nei quali la transfobia impera a tutti i livelli.

Uno degli effetti più immediati che il cambiamento spero che abbia, è far luce su quanto le cosiddette “terapie” riparative creino danni perché non c’è nulla da “riparare” se non la mentalità di chi ci vede “difettos*” e mi auguro che porti molti più paesi a vietarle per legge.

Di seguito la traduzione del video della Dott.ssa Lale Say, coordinatrice dellOms che spiega questo cambiamento dal punto di vista dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Cosa cambia nella classificazione dell’incongruenza di genere nella Classificazione Internazionale delle malattie, incidenti e cause di morte?

L’incongruenza di genere è una persistente e marcata incongruenza tra il genere esperito dalla persona e il sesso assegnato alla nascita. Storicamente nell’ICD, questo concetto veniva inserito nel capitolo riguardante i disturbi mentali ma nell’ICD-11 viene spostato in un capitolo creato appositamente: il capitolo della salute sessuale. Questo capitolo è stato creato per permettere alle condizioni relative alla salute sessuale che non rientrano necessariamente in altri capitoli di avere un loro posto nell’ICD-11.

Perché toglierla dal capitolo dei disturbi mentali?

Perché abbiamo capito che non si trattava di una condizione relativa alla salute mentale e che lasciarcela causava stigma. È stata inserita in un altro capitolo nel nuovo ICD per ridurre lo stigma mantenendo allo stesso tempo l’accesso ai servizi per la salute.

Cosa implica questo cambio di categorizzazione?

Ci aspettiamo che l’aver rimosso l’incongruenza di genere dal capitolo sui disturbi mentali riduca lo stigma e promuova l’accettazione sociale delle persone che ci convivono. In termini di offerta di servizi per la salute non ci aspettiamo grandi cambiamenti perché questa categoria si trova ancora all’interno dell’ICD ma la riduzione dello stigma potrebbe aumentare l’accesso aiutando le persone a richiedere assistenza più di quanto non facessero prima.

La decisione è stata presa basandosi principalmente sul dialogo con i gruppi dei pazienti?

Chiaramente è cruciale ascoltare e confrontarsi con le istanze dei gruppi di pazienti e lo facciamo spesso nel nostro lavoro ma in questo caso la decisione non si è basata solo sull’input o sul feedback delle comunità con le quali ci confrontavamo. All’inizio tutte le prove e i dati disponibili sono stati discussi e valutati da un gruppo di consulenti esterni e una volta stabilite le basi scientifiche di questa condizione, la decisione è stata presa tenendo conto anche del feedback sia della comunità dei professionisti che di quello della comunità interessata. La decisione è stata presa con la stessa metodologia usata nel rimuovere del tutto l’omosessualità dall’ICD basandoci sulla comprensione scientifica che non c’erano prove sufficienti e chiare che richiamassero un effettivo bisogno di medicalizzarla.

3 COMMENTI

  1. Grazie a te per tutta la conoscenza con cui arricchisci me ad ogni tuo articolo che leggo (intendevo numero arabo, mea culpa)!

  2. Bell’articolo, ma mi sento di riportare (per quanto di poco conto ai fini dell’articolo) un’mprecisione: a partire dalla quinta edizione, anche il DSM ha adottato il numero romano (si parla quindi di DSM-5, non DSM-V).

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