Contro le terapie riparative: l’omosessualità non è una malattia

Terapie riparative: una donna con un cartello con su scritto "Non puoi mettermi a posto, non ho niente di sbagliato"
Terapie riparative: “Non puoi mettermi a posto, non ho niente di sbagliato”

Pochi giorni fa Sergio Lo Giudice, senatore del Pd, ha presentato un disegno di legge sulle “norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori”. Di che cosa si tratta? Di una proposta per vietare per legge di infliggere a persone minori di diciotto anni le cosiddette terapie riparative, cioè quei trattamenti psicologici che sarebbero volti a cambiare l’orientamento sessuale di una persona.

Che cosa sono le terapie riparative?

Sono esattamente quella serie di protocolli pseudo-scientifici (l’American Psychological Association e la World Psychiatric Association, le maggiori autorità in campo psicologico e psichiatrico, ne negano le basi scientifiche e anzi ne sottolineano la pericolosità) che dovrebbero “curare” l’omosessualità, la bisessualità e gli altri orientamenti non eterosessuali e che (accostando per altro impropriamente orientamento sessuale e identità di genere) vengono usate ai danni delle persone transgender, transessuali e intersessuali per “farle guarire” dalla loro condizione.

Bisogna inoltre precisare due cose. La prima, che queste terapie non hanno nulla a che vedere con la diagnosi di disforia di genere, un disturbo che può affliggere quelle persone il cui sesso biologico non corrisponde all’identità di genere. La seconda che gli orientamenti sessuali diversi dall’eterosessualità non sono più considerati una malattia dal 17 maggio 1990, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Come funzionano?

Nella pratica, se sono stati abbandonati mezzi più apertamente violenti come l’elettroshock e la castrazione chimica, oggi le terapie riparative si concentrano su tecniche come il cosiddetto condizionamento operante avversivo.

Una tecnica per cui a un determinato stimolo (per esempio mostrare immagini omoerotiche) corrisponde una punizione (l’induzione del vomito ad esempio o la somministrazione di piccole scariche elettriche) per far sì che il o la paziente associ alla visione delle immagini una reazione negativa, come il disgusto. A tecniche di questo tipo si affianca spesso l’uso della preghiera.

Il promotore più famoso di queste “cure” è Joseph Nicolosi, psicologo clinico, che classifica l’omosessualità come una malattia mentale.

E in Italia?

I casi più eclatanti di terapie riparative, è vero, vengono dagli Stati Uniti e sono noti perché molto spesso chi è vittima di queste ciarlatanerie tenta il suicidio e spesso ci riesce.

Ha commosso il mondo intero il caso di Leelah Alcorn, la giovanissima ragazza transessuale che nel 2014, costretta dai propri genitori a sottoporsi a tali terapie, si è suicidata, lasciando uno straziante biglietto d’addio su Tumblr.

E in Italia? Le terapie riparative, come precisa lo psichiatra e psicanalista Vittorio Lingiardi, esistono anche nel nostro paese, se pur in forme più nascoste e più subdole. Di solito chi le esercita si difende dicendo che viene incontro al desiderio della o del paziente di voler cambiare il proprio orientamento perché causa di sofferenza, quando una o un professionista dovrebbe invece accompagnare chi si rivolge a lei o a lui nell’accettazione del proprio orientamento.

Oltre alle terapie riparative operate da professionisti del settore, in Italia sono presenti anche vari gruppi di ispirazione cattolica che sostengono di poter “guarire” dall’omosessualità attraverso la preghiera (il più famoso è il caso di Luca di Tolve).

Una buona parte della comunità scientifica italiana, tuttavia, si è più volte schierata contro queste terapie: nel 2010, in occasione dell’intervento di Nicolosi a un convegno a Roma, un gruppo di professionisti ha scritto un documento contro queste pratiche.

In tempi più recenti vari Ordini regionali degli Psicologi, in Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna, hanno più recentemente preso posizione contro queste tecniche.

Che cosa prevede la proposta di legge?

Il DDL n. 2402 vuole mettere al riparo le persone minorenni dalle terapie riparative, spesso seguite per consiglio o imposizione dei genitori.

Il disegno di legge prevede la reclusione fino a due anni e una multa da un minimo di 10mila a una massimo di 50mila euro per tutti coloro che applichino le terapie riparative su una persona che abbia meno di diciotto anni e che rivestano un ruolo di supporto psicologico o psichiatrico (“psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico”) o educativo (“assistente sociale, educatore o pedagogista”).

Già dalla sua presentazione, la proposta ha incontrato aspre critiche da destra. La più feroce è giunta da un articolo de Il Giornale a firma di Francesca Angeli che titolava: “La sinistra vuole punire chi convince i bambini a non diventare gay”.

È dunque il segno che questa legge agisce nella giusta direzione, unendosi alla battaglia più generale che la parte più progressista della società italiana sta combattendo per tutelare la dignità e il pieno godimento dei diritti delle persone LGBTI.
Ci auguriamo che questa legge possa essere presto approvata.

1 COMMENTO

  1. […] la reclusione fino a due anni; una multa da un minimo di 10mila a una massimo di 50mila euro per coloro che applicano le terapie riparative su un individuo che ha meno di diciotto anni, che rivestono un ruolo di supporto psicologico o psichiatrico (“psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico”) o educativo (“assistente sociale, educatore o pedagogista”) come scrive Beatrice de Vela. […]

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