Iran: My Stealthy Freedom per il diritto di scegliere se indossare il velo

Il sito della campagna My Stealthy Freedom
Il sito della campagna My Stealthy Freedom

“Svelarsi per liberarsi”: è questo il messaggio promosso dal movimento My Stealthy Freedom (alla lettera “la mia libertà clandestina”), nato online nel 2014 da un’idea di Masih Alinejad, giornalista, attivista e scrittrice iraniana, nota da sempre per l’aspra critica alle autorità del suo paese e attualmente in esilio a New York.

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Come nasce My Stealthy Freedom

Masih Alinejad, mentre si trovava a Londra, pubblicò una sua foto in cui si mostrava senza velo. La reazione fu immediata. Moltissime sue connazionali le chiesero di toglierla.
La ragazza allora ci riprovò. Pubblicò, poco dopo, un’altra sua foto mentre guidava nelle strade di Teheran svelata, invitando le donne iraniane a fare lo stesso.

A poco, a poco Masih ricevette moltissime foto di donne che si mostravano senza velo nella loro quotidianità. Erano studentesse, madri, lavoratrici, erano donne comuni non militanti che rivendicavano il loro diritto di scegliere.

Nacque così My Stealthy Freedom: movimento, iniziato come gruppo su Facebook, che invita le donne a diffondere le loro foto senza velo. La campagna ha raggiunto in poco tempo un enorme consenso a livello locale e internazionale e molte donne hanno deciso di aderirvi.

Nel 2015 è nato anche un sito web che raccoglie e racconta le storie di queste donne e si propone di mostrare al mondo il peso di una scelta.

My Stealthy Freedom è anche una battaglia supportata da moltissimi uomini che dal 2016 hanno deciso di collaborare attivamente, spronati dalla stessa Masih, realizzando e postando scatti che li ritraggono col velo accanto a sorelle, madri, mogli svelate, sotto l’hashtag #ManInHijab , cioè “uomini con l’hijiab”.

Ma da dove nasce il bisogno di svelarsi?

Il velo islamico è da tempo divenuto sinonimo di identità, di appartenenza, non solo religiosa, ma anche politica. È quell’oggetto che permette, a chi lo indossa, di esser vista ancor prima di vedere, di esser conosciuta ancora prima di conoscere.

Un velo che ti mostra, che ti avvolge, un velo che nasconde.
Un velo pregiudizievole, come i giudizi che lo accompagnano.
Un velo che può liberarti, un velo che può opprimerti.
Un velo che protegge la tua fede, un velo che ti priva della libertà quando non è una scelta personale, ma un obbligo.

In particolare, in Iran il velo ha una storia recente e alquanto travagliata. Bandito in quanto simbolo di arretratezza, nella “rivoluzione bianca” dello Scià finalizzata a una modernizzazione dell’Iran, venne riesumato, sotto forma di chador (quel tipo di velo pesante e nero che avvolge la testa della donna e parte della figura, tipico della tradizione musulmana sciita) per opporsi proprio allo Scià, che obbligava il paese a una occidentalizzazione non voluta da tutti, divenendo uno dei simboli di appropriazione dell’identità iraniana in opposizione netta ai modelli occidentali. Venne definitivamente imposto dal fondamentalismo post-rivoluzionario di Khomeini che vede le donne come l’incarnazione della seduzione sessuale e del vizio.

Attualmente è l’emblema del conflitto culturale e ideologico che l’Iran sta vivendo, caratterizzato da una profonda contraddizione tra libertà sognata e realtà coattivamente imposta.

Ed è questa la libertà portata avanti dal movimento My Stealthy Freedom, una libertà che permetta alle donne di autodeterminarsi, di decidere sul proprio corpo, una libertà che ha portato in carcere Vida Movahed, arrestata il 27 dicembre, per essersi svelata pubblicamente in una delle principali strade di Teheran e scarcerata lo scorso 29 gennaio, complice la campagna di sensibilizzazione mediatica e internazionale #WhereIsShe.

Una libertà rivoluzionaria e inarrestabile che non condanna l’uso del velo, ma la sua imposizione, una libertà che ha portato, pochi giorni fa, altre donne a sfidare la “polizia morale” (organo preposto al rispetto dei canoni estetici in materia di decoro e abbigliamento) e a salire su una centralina elettrica di Teheran, togliersi il velo, legarlo ad un ramo e assaporare quella libertà da sempre negata.

Una libertà che fa tremare, ma rende orgogliose e potenti.
Una libertà che pretende l’uguaglianza, una libertà che ambisce alla vita.
Una libertà dibattuta e voluta.
Una libertà svelata.

«Ciò che in Iran avevamo in comune con Fitzgerald era proprio il sogno, che divenne la nostra ossessione e finì per prendere il sopravvento sulla realtà, un sogno bello e terribile, impossibile da realizzare. […]
«I sogni» dissi rivolta a Nyazi «sono ideali perfetti, compiuti in se stessi. Come si può sovrapporli ad una realtà imperfetta, incompleta, in perenne mutamento?».

(Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran)

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