Stupri scambiati per raptus, sport omofobo e marce contro la libertà di scelta

Rassegna stampa dall’8 al 14 maggio

Un'immagine dell'illustratrice Anarkikka
Un’immagine dell’illustratrice Anarkikka

Di stupri, raptus e ragazzi “normali”

La nostra rassegna stampa della settimana apre purtroppo con un tragico caso di violenza: lo stupro di una tassista a Roma da parte di un 30enne, Simone Borgese, che in questura ha confessato: “È stato un raptus”. Questa frase è stata riportata nei titoli di quasi tutti i giornali, una scelta editoriale duramente attaccata da molti siti femministi, come Narrazioni Differenti, che su Facebook ha scritto: “La parola raptus viene usata per coprire e giustificare qualsiasi azione criminale”. Criticati anche i cronisti che hanno scavato nella vita dello stupratore e intervistato sua madre, la quale, ovviamente, ha fatto sapere a tutti che suo figlio “non è un mostro”. Un approccio morboso che, secondo molte, ha l’intento di sminuire la gravità dell’accaduto (anche se in realtà in cronaca nera è comune in ogni caso di violenza, omicidi compresi): “Questa insistenza sull’apparente normalità della vita di Simone Borgese serva a sostenere la sua tesi, cioè che si sia trattato di un raptus”, scrive Soft Revolution, che invoca “un codice deontologico” ad hoc.

In questo caso però, a differenza di molti altri, sono state riportate anche le presunte dichiarazioni della vittima: “Non possiamo stare mai sicure, potrebbe accadere ovunque e a qualunque orario”, avrebbe dichiarato la donna in un’intervista a Repubblica, poi smentita dal suo legale. Unico segnale positivo, l’iniziativa di Federtaxi, che il giorno dopo l’aggressione ha invitato tutti i tassisti a legare un nastro rosa sull’antenna della propria vettura come segno di solidarietà.

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Quando sessismo e omofobia vanno a braccetto

“Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche”. Così si sarebbe espresso Felice Belolli, presidente della Lega nazionale dilettanti durante una riunione del Consiglio del Dipartimento Calcio Femminile. Il commento, messo a verbale, sembra sia stato proferito dopo aver ascoltato una richiesta di fondi, ma – secondo quanto riporta Repubblica – l’accusato nega di aver pronunciato l’insulto.

La frase è inaccettabile sotto tutti i punti di vista. Lo sarebbe anche se fosse stato un discorso fatto al bar, figuriamoci se si parla di una persona che ricopre un ruolo di responsabilità e che dovrebbe rappresentare un’intera categoria. È inaccettabile che un personaggio pubblico usi l’orientamento sessuale per sminuire un gruppo di persone, ma anche che l’orientamento sessuale sia determinato da stereotipi di genere (“il calcio è cosa da uomini, se una donna gioca a calcio allora è lesbica”). Chi ha pronunciato quelle parole dovrebbe dimettersi immediatamente.

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Pro-vita, o dell’odio per le donne

Domenica scorsa era la festa della mamma e gli antiabortisti hanno pensato bene di celebrare questo anniversario consumistico organizzando a Roma una “marcia per la vita”. Anche se più che difendere la vita, questo movimento prova ad impedire alle donne di compiere scelte sulla loro riproduzione, come ha ben spiegato Chiara Lalli su Internazionale. Anche Dario Accolla sul Fatto Quotidiano pone l’accento sulla incoerente e macabra retorica dei manifestanti, che distribuiscono gadget a forma di feto, mettono in mostra “figlie degli stupri” (ma delle loro madri non si parla…), per poi distinguere fra bambini di serie A, con un genitore maschio e un genitore femmina, e di serie B, con genitori dello stesso sesso, che, secondo loro, sarebbe meglio non nascessero proprio.

La tentazione sarebbe quella di bollare queste iniziative come folklore, come “colpi di coda della reazione” contro un assicurato progresso. Purtroppo l’esperienza quotidiana ci dà un’altra prospettiva: in un paese in cui la legge 194 rischia di essere svuotata di significato grazie all’obiezione di coscienza e si cerca in ogni modo di impedire alle donne una sessualità consapevole, queste manifestazioni integraliste non vanno sottovalutate. Dobbiamo essere vigili, essere informate e informare: solo così facendo potremmo mantenere il diritto a disporre del nostro corpo.

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Lotta senza quartiere alla prostituzione

Annientare la prostituzione: sembra questa l’intenzione del Partito Democratico, che per bocca di Matteo Orfini ha presentato un progetto di legge in materia. Nessuna legalizzazione e pene più severe: secondo la prima firmataria Pina Maturani, questo è il modo migliore per combattere il fenomeno e lo sfruttamento. Siamo ben lontani dai principi del progetto Spillabotte, che auspica un “superamento” della legge Merlin facendo pagare i contributi ai sex worker, e dalla proposta-scandalo di istituire un quartiere a luci rosse a Roma. Attenderemo di leggere il progetto in dettaglio per valutarlo e ci auguriamo che non abbia lo stesso effetto delle gride di manzoniana memoria. Quello che noi pensiamo della prostituzione e di chi vorrebbe abolirla per legge potete leggerlo qua.

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“Mano morta” sul bus? Non accettiamo in silenzio

Un mano sul sedere nella calca della metropolitana. Volgarità sessuali alla fermata dell’autobus. Cose da niente? Chi lo pensa non si è mai trovato in situazioni simili. La “mano morta” sui mezzi pubblici, così come i commenti indesiderati sul proprio aspetto in mezzo alla gente, sono dei veri propri abusi, che fanno spesso sentire le donne impotenti e vulnerabili. Per far fronte a queste situazioni che tante subiscono quasi quotidianamente, è stata indetta una petizione rivolta ad Atm ed Atac, le aziende dei trasporti pubblici di Milano e Roma, perché prendano provvedimenti per contrastare il fenomeno. Come? Con una campagna di sensibilizzazione, esattamente come ha fatto la polizia inglese, che ha messo in piedi un progetto diffuso e articolato per far sentire più sicure le donne che tutti i giorni prendono i mezzi pubblici.

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