Irma, Carla, Norma e le altre: storie di partigiane per la festa d’Aprile

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Da bambini tutti e tutte, o quasi, abbiamo una nostra idea dell’entità mitica del Partigiano. Almeno la nostra generazione, almeno in quei luoghi dove la Resistenza è ancora un valore forte, un fatto vero, che ha coinvolto i nostri nonni e magari abbiamo avuto anche la fortuna di ascoltar raccontare le loro avventure.

“Il bersagliere ha cento penne, l’alpino ne ha una sola, il partigiano ne ha nessuna e sta sui monti a guerreggiar”, da bambini ci siamo tutti immaginati i partigiani come una sorta di eroi belli e indomiti, tra Superman e i principi delle favole.

Poi si cresce, ci si informa, si comincia a cercare di capire cosa è stata davvero la lotta partigiana, cosa vuol dire Resistenza, che i partigiani erano uomini, molto spesso giovani e giovanissimi, ognuno con una storia propria, un’identità e un’idea. Coi pregi e coi difetti di tutti gli esseri umani. Se ne cominciano a conoscere i nomi, i volti, magari le voci.

Di solito il partigiano è declinato al maschile, delle partigiane non si parla mai molto. Canzoni sulle partigiane non ne ho in mente, nessuno a scuola mi ha mai parlato di loro come combattenti. Al massimo come staffette. Comunque in un ruolo di supporto. C’è più attenzione, però, negli ultimi anni (tanti gli eventi previsti per oggi che riguardano le donne nella Resistenza).

Magari a qualche partigiana è intitolata una strada, una scuola. Come a Irma “Mimma” (Bandiera), di cui quest’anno è ricorso il centenario.

Di Carla (Capponi) si dice che, arrabbiata coi compagni del Gap (Gruppo di azione patriottica) che non volevano darle una pistola perché donna, se la prese da sé, perché non voleva essere di meno degli uomini che combattevano a Roma.

Di Norma (Pratelli Parenti) dalle mie parti, in Maremma, ci si lamenta che se ne parli ancora troppo poco, lei che quel 25 aprile non lo vide mai.

La storia di Modesta (Rossi) ve la lascio scoprire dalla canzone de La Casa del Vento.

Maria Assunta “Tina” (Lorenzoni), che mise in salvo tante vite di ebrei e perseguitati politici e morì senza vedere la Firenze in cui combatteva finalmente libera.

Ci sono le staffette, che portano armi, messaggi, rifornimento alle formazioni degli uomini, come Clorinda detta “Veglia” (Menguzzato) e Ancilla “Ora” (Marighetto), come Ines “Bruna” (Bedeschi), che tiene i contatti con gli alleati. Come fa Vera (Vassalle), che dalla Versilia si reca a Taranto e ritorno, o come Gina (Borellini), che sarà poi tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane.

Era staffetta anche Paola “Renata” (Del Din) per la Osoppo, su in Friuli. Nella Osoppo militava anche Cecilia (Deganutti), morta nel lager della Risiera di San Sabba. Da quei camini passò anche Virginia “Luisa” (Tonelli), dopo aver diffuso materiali e messaggi per la Resistenza.

Anna Maria (Enriques Agnoletti) faceva parte di Radio Cora, l’organizzazione di spionaggio che doveva trasmettere informazioni agli Alleati.

Irma “Anty” (Marchiani) divenne vice-comandante del Battaglione “Matteotti”, nel territorio di Modena.

Gabriella “Balella” (Degli Esposti) fu una delle promotrici dei Gruppi di Difesa della Donna, a Castelfranco Emilia. In sua memoria nacque una formazione, forse l’unica formazione partigiana composta di sole donne.

Livia “Franca” (Bianchi) rifiutò che le fosse risparmiata la vita perché donna, quando lei e i suoi compagni furono rastrellati.

Iris (Versari), come un’eroina dell’antichità, decise di suicidarsi perché, ferita, non ostacolasse la fuga dei compagni.

Rita (Rosani), perseguitata dalle leggi razziali, reagì mettendo in piedi la formazione “L’Aquila”.

Questi sono i frammenti delle storie delle diciannove medaglie d’oro, ma tanti sono i nomi delle partigiane che si celano nelle testimonianze, nei libri di storia, nei ricordi. Troppe per coprirle in questa sorta di piccola Spoon River di chi c’è ancora e di chi non c’è più.

Regalatevi un momento, per questo venticinque aprile: sceglietene una (o due o cento), cercate la sua storia sul sito dell’Anpi (l’Associazione nazionale dei partigiani), su un libro o fatevela raccontare. E poi ballate o cantate.

È un buon modo per celebrare questa Festa d’Aprile.

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