Siamo femministe ma non siamo contro la prostituzione, ecco perché

kinopoisk.ru
Giulietta Masina in “Le notti di Cabiria” di Federico Fellini

 

La recente proposta del sindaco di Roma di creare nella capitale un “quartiere a luci rosse” dove far lavorare le prostitute, ha scatenato un putiferio. Tra lodi e polemiche, di sicuro un merito l’ha avuto: quello di aver riaperto un dibattito mirato sulla prostituzione, di cui da queste parti non si discuteva seriamente da qualche decina d’anni.

Non c’è giornale, sito di informazione e opinionista che in questi giorni non ne abbia parlato. Noi, lo confessiamo, ci siamo sentite un po’ isolate, perché – facciamo coming out – non siamo abolizioniste. Che significa? Che a differenza di gran parte del mondo femminista italiano e non solo (con le dovute eccezioni, s’intende) non siamo contrarie alla prostituzione (e già lo avevamo accennato qui).

Partiamo da un principio: essere per l’autodeterminazione significa rispettare le scelte degli altri anche quando queste non ci piacciono, anche quando queste feriscono il nostro sistema etico o ci sembrano pericolose. È così anche per il tema difficilissimo della prostituzione. Nel nostro mondo ideale una persona che voglia vendere il proprio corpo, stabilendone il prezzo, è libera di farlo.

Dovremmo poi essere tutti d’accordo che parlare di prostituzione come un fenomeno monolitico sia un’astrazione che genera soltanto slogan pro/contro e alimenta l’ignoranza. Si tratta di un mondo complesso ed eterogeneo: da una parte ci sono piaghe come la tratta delle donne e lo sfruttamento di minorenni, dall’altra sex workers (cioè chi si prostituisce per scelta, che è comunque una minoranza) di entrambi i sessi e non solo. C’è chi batte sui marciapiedi, chi fa la escort o il gigolò, chi si prostituisce on line, ci sono i night. Insomma, parlare di prostituzione pensando esclusivamente alla donna in minigonna che batte agli angoli delle strade in stile Pretty Woman è tanto riduttivo quanto ingenuo.

Il problema principale sta nel fatto che la prostituzione più visibile, quella che “offende il pubblico decoro” non è prostituzione volontaria, ma prostituzione da tratta. Parliamo di  “decoro” perché proprio una questione di “dignità” dell’agglomerato urbano ha spinto il IX municipio di Roma a fare la tanto discussa proposta di dedicare alcune strade alla prostituzione, legalizzando l’attività e facendola “sorvegliare” da assistenti socio sanitari anti-sfruttamento.

Ci sono molte cose che non ci convincono di questa proposta (comunque già dichiarata illegale dal Prefetto). In primis, la maggiore preoccupazione non sembra essere l’incolumità e la salute delle prostitute, ma una mera questione di degrado urbano. Insomma, la solita ipocrisia borghese che preferisce relegare in un ghetto ciò di cui si serve, ma di cui si vergogna. I ghetti, la storia insegna, difficilmente sono una buona idea: disumanizzano chi è costretto a rinchiudervisi, aumentando il rischio di alienazione, disagio e dunque crimine.

“Eh, ma il modello Amsterdam“. Forse i nostri amministratori dovrebbero sapere che da anni il modello deWallen è in crisi e che il mito delle “splendide ragazze in vetrina” è, appunto, un mito (basta farci un giro per rendersene conto).

Un altro punto interrogativo è per gli operatori “anti-sfruttamento”: di che metodi disporranno per prevenire e arginare le infiltrazioni della malavita? Si è detto anche che dovrebbero distribuire preservativi e controllare lo stato di salute delle donne. Non so a voi, ma a noi sembra l’immagine di un allevamento in batteria. Il diritto alla salute si garantisce non soltanto con la presenza di personale (con che qualifiche?), quanto con il libero accesso alle cure mediche.

Se qualcosa di buono da questa iniziativa può venire è aprire la strada a una discussione seria sulla legge Merlin. Che è stata una buona legge, necessaria nel contesto in cui fu approvata (che forse dovrebbero studiare meglio quelli che hanno un’idea romantica dei bordelli), ma che ha lasciato un vuoto legislativo per quanto riguarda lo stato giuridico delle prostitute e che non poteva tener conto del fenomeno della tratta delle immigrate, che è diventato fenomeno di massa soltanto dagli anni Novanta.

Una discussione sulla legge dovrebbe partire, però, da una comprensione vera del fenomeno, che vada al di là dei soliti schieramenti “moralisti” contro “anticonformisti”, dando voce sì alle sex-workers, ma cercando di raccogliere le storie e le esigenze anche delle vittime, che, come lo scandalo dei Parioli ci ricorda, non sono soltanto le immigrate clandestine.

E’ dovere di una società responsabile offrire delle alternative. Se ti prostituisci non perché ti piace, ma per bisogno, la tua non è una scelta di autodeterminazione: è la società, che, mettendoti ai margini, negandoti i mezzi di sussistenza, ti costringe a una scelta che magari non faresti.

Insomma, servirebbe una discussione senza dogmatismi.

Bisognerebbe allargare il discorso a tutta la prostituzione: se c’è una pecca dei femminismi che si occupano di questo argomento, è che si prende in considerazione quasi sempre e soltanto la prostituzione femminile, poco quella di transessuali o di travestiti, meno ancora di prostituzione maschile, che di certo sono minoritarie, ma ben presenti e radicate sul nostro territorio: al compratore si offre “merce” divisa per corsie.

Bisognerebbe smettere di raccontarsi favole sessiste (oh, ma come rassicuranti!) sull’uomo cacciatore che non riesce – proprio non può – tenerselo dentro ai pantaloni, e sulla donna che anche se non è sempre casta e pura, almeno non è una deviata. Smettiamo di pensare che i clienti siano esclusivamente persone sole, frustrate, represse o maniache. Il sesso mercenario è una delle declinazioni della sessualità umana e non solo una devianza sociale: ci sono persone a cui piace usufruirne perché lo ritengono un modo di esprimere la propria sessualità. Anche donne, seppur in modo meno visibile e meno socialmente accettato.

Dunque, ogni proposta di abolizione completa, che passi per leggi più severe o per un fumoso “rinnovamento culturale”, non sarà mai attualizzabile. Un cambiamento, che sia prima di tutto a tutela delle donne e delle ragazzine sfruttate, è necessario, ma bisognerebbe affrontare l’argomento in modo più consapevole, aperto e maturo.

4 COMMENTI

  1. Intanto, la legge Merlin, non abolisce la prostituzione, ma lo sfruttamento della prostituzione. Lina Merlin, diceva: “Io voglio vivere in un Paese di gente libera: libera anche di prostituirsi, purtroppo. Ma libera.” E il sistema abolizionista è l’unico che permette questa libertà, cioè quella di prostituirsi. Sul vuoto legislativo hai ragione, ma non sulla prostituzione, ma sullo sfruttamento. Da non dimenticare che la Merlin, presenta la legge nel 1949, e passa nel 58, lei aveva preparato dei disegni di legge, a sostegno, ma non rientreranno mai nella discussione in senato, tanto che nel 1961, la Merlin, strappa la tessera del partito socialista e si dimette da senatrice, dichiarando: “..le idee sono sì importanti, ma camminano con i piedi degli uomini.” Mia opinione: non ha fallito la legge Merlin, ma la politica che non ha mai voluto combattere lo sfruttamento della prostituzione. Anche la tratta, esisteva anche allora, ai tempi “nostalgici” e “romantici” dei bordelli, c’erano i “procacciatori”, che facevano il giro dell’Italia, soprattutto in Sardegna e nei paesi del sud, nelle zone più povere e compravano le bambine, se non addirittura le rapivano. Con il fascismo fu messo un limite di età, minimo 16 anni, massimo 21. C’è un libro: “Venditrici di sesso” di Adriana Gallistru. Molto ben documentato e racconta un po di queste storie. Oggi la tratta non è più locale, ma internazionale, perché il capitalismo si è internazionalizzato ed è molto più cinico e spietato di quello che era ai primi del 900, quindi non si può risolvere con leggi locali. Non voglio fare un romanzo, quindi ora sarò sintetica:
    Secondo me, quando si parla di prostituzione non si dovrebbe mai parlare di libera scelta delle prostitute, perché è un concetto sessista, perché parte dal principio che la prostituzione esiste perché c’è la prostituta, esiste la domanda perché c’è l’offerta. Come non si dovrebbe mai parlare di decoro urbano, perché è ipocrita e moralistico. Non si dovrebbe mai dire: la prostituzione esiste e esisterà sempre, perché è una posizione reazionaria, tende all’immobilismo, io che mi considero rivoluzionaria, voglio usare il presente per cambiare il futuro. La diseguaglianza sessuale e il predominio maschile sono gli elementi fondanti della prostituzione e non bisognerebbe mai perderli di vista.
    Penso che un uomo o donna sia libera/o di prostituirsi, ma tendo ad una società in cui l’uomo e la donna siano liberi dalla prostituzione. Il sesso non è un diritto, perché se uno ha il diritto di ricevere sesso, vuol dire che c’è qualcuno che ha il dovere di fornirlo. Il sesso è come giocare a carte, se non hai un buon partner, puoi sempre contare in una buona mano.

  2. Premetto: sulla questione ho più dubbi che certezze.
    Come marxista, depreco qualunque sfruttamento. Come razionalista, riconosco che è sfruttamento usare anche la creatività di una persona e non solo il corpo. Come liberatario, riconosco che ogni persona ha pieno diritto all’autodeterminazione.
    Per ciu d’accordo con voi praticamente su tutto, sopratutto su un punto: l’antidogmatismo.
    Credo che la nostra epoca sia involuta rispetto a secolo scorso perché al tramonto delle ideologie classiche sono sono sorti nuovi assolutismi dogmatici, ognuno con una propria sintassi delle emozioni e un proprio lessico.
    Cerco, nel mio piccolo, di non essere banale.

    Sulla questione, è credo abbastanza condivisibile, il problema è prettamente moralistico. Non sanitario, non economico, non sociale inteso come dinamiche sociali tra uomini e donne, tra clienti e professionisti (dove è scritto che la prostituzione è solo femminile?).

    Riflessione uno. Il diritto alla sessualità di un disabile. Siamo così certi che etichettare un’operatrice del sesso come “prostituta” se aiuta un disabile (psichico o fisico) ad avere una sessualità che sia degna di questa definizione sia opportuno?
    Siamo così certi che sia moralmente riprovevole pensare a un mondo in cui, insieme a un’educazione sentimentale, si possa avere anche un’educazione sessuale che non sia solo teorica e bacchettona che prepari a vivere l’ars amatoria con consapevolezza del proprio sé e del proprio corpo e con cognizione di causa?
    Siamo così certi che sia opportuno criminalizzare chi, per qualsivoglia motivo, abbia difficoltà a sostenere una relazione sessuale stabile ma abbia comunque dei desideri da soddisfare?
    Solo chi è dogmatico non riconosce che, biologicamente, siamo animali.
    Solo chi è dogmatico vede un problema morale in quello che è, in effetti, un problema biologico prima e sociale poi: chi non ha la fortuna di essere sessualmente attraente (fisicamente o caratterialmente), deve scontare la propria condizione ad aeternum?
    Castità come punizione della timidezza?
    Castità come punizione della deformità?
    Castità come punizione dell’anaffettività?

    Ecco, io non ho certezze se non che questo è un argomento in cui devono poter intervenire tutti purché lo facciano con rispetto e con apertura mentale.
    La criminalizzazione del cliente, la criminalizzazione della professione, il giudizio morale (religioso o laico) non aiutano.

    E’ esattamente per questo che non sono molto ottimista. Come tutti gli argomenti controversi, ci sono ragioni in entrambe le posizioni (assumendo che sia possibile una dicotomia pro/contro) ma poca disposizione a riconoscere le ragioni altrui.

    Nel mio mondo ideale ci sono uomini e donne che liberamente scelgono di vendere dei servizi (vendere i propri genitali o le proprie braccia è così diverso?), con professionalità, con standard qualitativi (che significa banalmente controlli sanitari, accesso alle cure mediche, contraccezione d’emergenza, etc etc etc) e rispetto. Soprattutto rispetto.
    Con quello credo che si risolverebbero buona parte dei conflitti umani.

    • D’accordissimo con tutto quello che dici, credo che vorremmo un mondo ideale molto simile.
      Bisognerebbe comunque giungere a una sintesi attiva e perfettibile delle diverse posizioni per riuscire ad affrontare il problema nell’hic et nunc: ragionare a livello politico solo in termini di decoro non mi dà molte speranze che ci sia anche solo la volontà di un dialogo.

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