Uccisa a 16 anni al gay pride: Shira, il femminismo e la laicità dello stato

Ragazzi alla veglia per Shira Banki Fonte: JSonline

Si chiamava Shira Banki. Era una donna, un’attivista. Era giovanissima (sedici anni). Shira Banki è morta per le ferite infertele da un fanatico religioso, Yshai Shlissel al Gay Pride di Gerusalemme.

Non è la prma volta che in nome della religione Shlissel attacca la comunità lgbti: aveva già colpito nella medesima occasione nel 2005. Shlissel è un charedi, un ultra-ortodosso, un fanatico per cui la religione non è solo spiritualità e condotta individuale, ma violenza e sopraffazione dell’altro.

Attacchi del genere non sono una novità: nonostante Israele abbia la più avanzata legislazione lgbti dell’area mediorientale, episodi di violenza ai danni delle persone lgbti non sono nuovi: ad esempio nel 2009 in una sparatoria nel gay center Bar Noar di Tel-Aviv persero la vita due persone e più di dieci rimasero ferite.

La tragedia di Gerusalemme non è solo il lutto della comunità lgbti e della parte più progressista della società israeliana, è un simbolo. Un simbolo terribile.

Shira era una donna libera che stava compiendo un atto politico a favore di una parte della popolazione che nella maggior parte del mondo è discriminata: è il simbolo di tutto ciò che i fanatismi religiosi hanno in odio. Certo, qui si è arrivati all’omicidio, all’estrema violenza, ma il principio di un modo assoluto di intendere la religione, è il solito: disciplinare le vite e i corpi degli altri in nome della religione.

È seguendo questa stessa logica che i guerriglieri dell’ISIS stuprano e lapidano le donne che non ubbidiscono alle loro regole o che Boko Haram ha rapito le studentesse israeliane.

Ma l’integralismo e il fanatismo religioso non è un fenomeno lontano e distante da noi. Certo forse nella “civile” Italia, nessuno prende un coltello. Ma chi in nome della propria religione impedisce alle donne il diritto all’aborto, chi sostiene che il posto della donna sia in casa sottomessa, chi si inventa la “ideologia del gender” che corromperebbe gli italici virgulti e diffonde il terrorismo contro l’educazione al rispetto, chi tenta di boicottare i provvedimenti per terminare la discriminazione delle persone omosessuali e transessuali ubbidisce a quella stessa logica: ledere i diritti degli altri, condizionarne la vita, in nome di una superiorità religiosa e morale, di una autoconferita autorità nel nome di un dio (quale esso sia).

Un dio che non è un’entità spirituale, ma un altro nome del Potere, dunque oppressione. Un Potere fondato sul Terrore, sulla logica del noi contro loro, espresso con la violenza, ma anche con la persuasione, facendo leva sul dubbio e sulle paure che ci rendono umani.

Per questo il femminismo deve essere laico e razionale, un femminismo che si batta, soprattutto, per far crescere nella nostra società, nazionale e internazionale, quegli anticorpi che non permettano al fanatismo di averla vinta.

Perché non ci possono essere libertà e autodeterminazione per nessuno se non liberiamo le istituzioni dal Potere della religione. Perché ci sarà sempre qualcuno che in nome di un qualcosa calato dall’alto, per sete di Potere, opprimerà chi è più debole. Noi donne lo abbiamo sperimentato per secoli, lo sperimentiamo sempre, sulla nostra pelle.

Per tutto questo dobbiamo combattere e continuare a farlo. Perché il nostro femminismo non si limita solo a elevare le donne agli stessi privilegi di chi le opprime, a conquistare una parte di quel Potere che opprime. Il nostro femminismo si batte per una società dove tutte le persone siano più libere.

Femministe, rivendichiamo la laicità dello stato. Anche per Shira, che quella battaglia l’ha combattuta, forse con la gioia e l’inconsapevolezza dei suoi sedici anni.

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