Se Samantha Cristoforetti viene usata per attaccare le donne

Le donne che in Italia vanno oltre gli stereotipi e diventano importanti grazie ai loro successi sono sempre scomode. E non manca occasione in cui la loro figura non venga in qualche modo stropicciata e strumentalizzata a uso e consumo degli immancabili opinionisti o aspiranti tali.

Ne è un esempio lampante Samantha Cristoforetti.

Già quando era in missione, è servita suo malgrado a regalare un po’ di visibilità al semi-sconosciuto Camillo Langone, irriducibile nostalgico dell’ormai estinta massaia tutta casa e chiesa, secondo il quale l’astronauta non era un esempio da seguire perché si trovava nello spazio invece che a crescere dei figli (che peraltro non ha).

Ora che è tornata sulla Terra, gli avvoltoi non hanno mancato di contendersi la preda per vincere la gara a chi fa più parlare di sé a prescindere da quello che dice.

Vorrei sorvolare sulla già dibattuta e infelice uscita su Facebook di Selvaggia Lucarelli, che ci informava di quanto poco le importasse del ritorno di Samantha, confermandosi la regina della polemica inutile sui social.

Ma non riesco in alcun modo a ignorare l’articolo uscito su La Stampa dal titolo “Il mito #astrosamantha che seppellirà botox e tacco 12“, a firma di Gianluca Nicoletti. Un uomo che, come spesso accade, si arroga il diritto di spiegarci quali donne valgano davvero e quali siano invece da disprezzare, convinto che i suoi personalissimi criteri abbiano valenza universale (non è il primo e non sarà l’ultimo).

Già dalla prima occhiata si intuisce dove si vuole andare a parare: mettere le donne contro le donne. A una foto di Samantha Cristoforetti al lavoro sull’astronave ne viene infatti affiancata una di Belen Rodriguez piegata in avanti e con la lingua fuori, che puzza vagamente di slut-shaming.

Qual è il senso di accostare due persone così diverse che appartengono a due mondi lontanissimi e fanno due mestieri completamente differenti? Semplice: quello di stabilire chi è brava e chi no.

Samantha ha vinto la battaglia contro una legione di super femmine costruite sul tavolo chirurgico“, scrive l’autore, come se la chirurgia plastica fosse una pratica demoniaca da combattere con incenso e acqua santa.

Evita, però, di ricordare che queste “super femmine” esistono per compiacere l’immaginario erotico dell’italiano eterosessuale medio, che si scortica le mani applaudendo Samantha, ma anche fantasticando su Belen.

Si dimentica che queste “super femmine” sono figlie di una cultura che chiede alle donne di essere non solo belle ma perfette, una società dove ribellarsi a questo immaginario posticcio è un peccato che viene quasi sempre punito con la marginalizzazione e un profondo senso di inadeguatezza.

Ma l’autore si scorda anche di considerare che il ricorso al bisturi non sempre insegue i corpi levigati da Photoshop ma può essere anche una libera e insindacabile scelta fatta per assomigliare di più all’idea che si ha di se stesse.

In opposizione alle “super femmine”, il signor Nicoletti introduce un altro termine coniato per l’occasione, definendo Samantha – tenetevi forte – una “ragazza ipercazzuta“. Nel caso non fosse ancora chiaro che per lui le donne da disprezzare sono coloro che “eccedono” in femminilità, mentre quelle considerate in gamba vengono “premiate” con ipertrofici organi sessuali maschili di freudiana memoria.

Della serie: per far parte dei vincenti devi essere necessariamente una persona munita di pene. Nel caso ne fossi sprovvista ma, contro ogni logica fallocentrica, ti dimostrassi lo stesso eccezionalmente brava, allora ti concederanno di essere una di loro. Non sia mai che rimanga intrappolata dall’altra parte della barricata, quella delle “femmine”. Che orrore!

La nostra astronauta – sentenzia Nicoletti – è riuscita a oscurare gigantesse del consenso come Belen Rodriguez, senza necessariamente contrapporre alla bellezza smagliante l’esser solo bella dentro, o inguardabile”. E ancora: In lei si è riflessa quella parte del paese che non ha mai accettato come unità di misura del successo femminile i centimetri di tacco, ma nemmeno la fierezza dei baffi e il rogo dei reggiseni”, insiste Nicoletti, concentrando in poche righe tanti stereotipi sulle donne come nessuno mai.

Forse si è perso qualche passaggio sugli sviluppi del femminismo negli ultimi due o tre decenni e ci tengo a rassicurarlo: noi femministe non bruciamo più i reggiseni dagli anni Settanta e i nostri baffi, più che un trofeo da esibire, sono solo affar nostro e delle nostre estetiste. E poi, sai la novità? Molte di noi si mettono pure i tacchi!

Lo so, ha dell’incredibile, ma le donne, proprio grazie al femminismo, sono riuscite a liberarsi da un bel pezzo da questi stupidi preconcetti che le etichettavano in base al loro aspetto.

O almeno, così speravano.

 

[in apertura un video in cui Samantha Cristoforetti sottolinea l’importanza della collaborazione tra donne, in questo caso con una donna di spettacolo, l’attrice Susan Sarandon]

Benedetta Pintus
Sarda, giornalista, fondatrice e amministratrice di Pasionaria.it. Femminista da quando, a sette anni, il parroco le disse che le bambine non potevano fare il chierichetto.

7 COMMENTI

  1. Non ho letto gli articoli originali che critichi, quindi non sarò per forza di cose puntuale.

    Tuttavia non condivido quello che hai scritto nell’articolo, e mi meraviglio del fatto che molte persone che si considerano “femministe” esprimono idee paragonabili.

    Benedetta, stai facendo gli stessi errori di chi si considera più o meno involontariamente “maschilista”, e cioè di suddividere gli esseri umani in uomini e donne prima ancora di considerarli individui.

    Se i personaggi coinvolti fossero uomini, non ci sarebbe nessun problema a sottolineare le qualità di uno (tecnico, scienziato o medico) , rispetto a quelle dell’altro (modello o showman) .

    La scienza è più importante dello showbusiness, andare nello spazio è più importante che andare a San Remo.

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