Scuola, “Abbiamo creato un sistema che non funziona e diamo la colpa agli alunni”

Si parla sempre di quanto sia importante l’educazione delle giovani generazioni, ma cosa significa insegnare oggi? Pubblichiamo lo sfogo di fine anno scolastico di una giovane insegnante delle scuole medie, che apre riflessioni oltre ogni retorica sul suo ruolo di docente

Scuola: sedie e banchi vuoti in una classe

Sono invidiosa quando leggo i post su Facebook di amic* e collegh*, che parlano di tempo speso a insegnare alle giovani generazioni, commozione, insegnamenti di vita. Io invece, alla fine di questo mio primo anno da prof, non sono commossa né orgogliosa. Sono incazzata.

Perché mi sono resa conto che già a 12 anni alcuni ragazzi hanno un destino segnato; perché io posso fargli leggere i libri più rivoluzionari, insegnare con i metodi più straordinari, lavorarci fino alle tre di notte, ma se a casa non hai nemmeno un tavolo su cui studiare, dormi nello stesso letto con i tuoi fratelli e i pomeriggi li passi a stirare e a cucinare, a scuola ci vieni per rilassarti; perché ci sono famiglie che non rispondono al telefono se le chiami; perché c’è chi ha l’opportunità di viaggiare tutti i weekend e chi gli unici posti nuovi che vede in un anno sono quelli delle gite; perché ancora ci sono ragazzine che si riferiscono a se stesse e alle altre con le parole “brutta merda obesa”; perché nessuno ha chiaro il concetto di “consenso”; perché nessuno ha chiaro il concetto di “razzismo”.

Io sento di non aver fatto abbastanza. Sento di non aver compreso completamente cosa significa essere adolescenti oggi, o di essermelo in parte dimenticato. Sento di aver dato per scontate delle cose.

Vogliamo insegnargli l’analisi del periodo, vogliamo che leggano i classici, i giornali, gli approfondimenti, che non ascoltino la trap, che non guardino Amici, che siano profondi. E se non lo sono: “Le scuole medie sono una schifezza, non capiscono nulla, sono troppo emotivi, sono apatici, sono patetici, sono inutili”.

La realtà è che noi adulti non abbiamo rispetto per queste persone. Abbiamo creato un sistema di merda (scolastico, educativo, sociale, economico) e stiamo dando la colpa a dei dodicenni perché non sta funzionando. Poi a fine anno cerchiamo di tirare le somme e dirci che tutto sommato la nostra parte l’abbiamo fatta. La verità è che la nostra parte non la possiamo fare perché 18 ore a settimana non sono abbastanza.

E quindi? Quindi dovremmo fare anche qualcos’altro, ma in questo sistema ci sguazziamo anche noi e quando torniamo a casa ridiventiamo superficiali e apatici, serie tv, Facebook, aperitivo.

Ci indigniamo perché ascoltano Bello Figo e vogliamo che comprendano la musica tramite un flauto di plastica. Ma dove vogliamo andare? Gli diciamo di non stare sui social e noi siamo i peggio commentatori della merda, gli diciamo di essere critici e guardiamo le Iene su Mediaset.

Abbiamo tutti perso in coerenza: spiego il colonialismo vestita H&M dalla testa ai piedi, ho una terza media che non si sa spiegare la rivoluzione bolscevica e c’è uno strano, inquietante distacco tra la persona che sono realmente e quella che sono in classe.

E penso tutte queste cose mentre annaspo per far capire a venti tredicenni dei complementi, che per alcuni la differenza non la so nemmeno io. E guai se non hanno voglia di venire a scuola.

Rosita Pederzolli

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