Ricomincia la scuola: hai paura del “gender”? Ecco 5 cose che devi sapere

Cartolina de Il gioco del Rispetto
Il gioco del rispetto, una delle iniziative didattiche per contrastare la disuguaglianza di genere, bollato come “ideologia gender”

Molti di noi sono diventati come Catone il Censore, che finiva ogni discorso in Senato con “Cartagine deve essere distrutta”. Speriamo prima o poi di ottenere lo stesso risultato ripetendo allo sfinimento che l’ideologia del gender non esiste (l’ha detto a mezzo Facebook anche il sottosegretario al MIUR, Davide Faraone). Sarebbe bene che tutti voi preoccupati per la “omosessualizzazione dei vostri ragazzi” ve lo metteste in testa. Ma visto che ricomincia la scuola e le segreterie rischiano di trovarsi sui tavoli i famosi moduli “anti-gender” o inviti a non firmare il “patto di corresponsabilità”, fornisco un piccolo vademecum in cinque punti a uso soprattutto di colleghi e genitori, per spiegarvi come stanno le cose.

 

1) Non esiste un “insegnamento della teoria del gender”.

La legge 107/15 (“Buona Scuola”) prevede semplicemente (all’art.16) una lotta alla discriminazione, l’educazione all’uguaglianza e al rispetto tra i generi e tra i diversi orientamenti sessuali (“il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’art. 5, comma 2 del decreto-legge del 14 agosto 2013. n.93 “Piano d’azione straordinario contro a violenza sessuale e di genere”).

In soldoni, significa creare una cultura dove non ci sia più sessismo, dove una bambina non debba per forza amare il rosa e possa aspirare a fare l’ingegnere e anzi venga incoraggiata, dove un bambino che gioca con le pentoline non sia considerato un omosessuale in fieri (e questo si collega al punto 2).

 

2) L’omosessualità è una variabile del comportamento umano (e animale), non è una malattia né una devianza (è stata depennata nel 1973 anche dal DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali).

Non si attacca per contagio e non si insegna. L’unica cosa che si può insegnare è il rispetto per tutte le persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Che dovrebbe essere una cosa scontata, ma, come ci ricorda costantemente la cronaca, non lo è: la scuola serve anche a rafforzare il principio che siamo tutte e tutti uguali.

 

3) Nessuno insegna alle vostre figlie e ai vostri figli a masturbarsi o a fare sesso.

La masturbazione è un atto naturale, a cui l’essere umano ricorre senza bisogno di insegnamenti. Quello che a volte è necessario fare, è insegnare ai bambini quando sia appropriato farlo, senza però colpevolizzarli o farli sentire sporchi, in sostanza questo insegnano le famose direttive dell’Organizzazione mondiale della sanità che sono rivolte alle e ai docenti.

È bene che, invece, gli adolescenti, che al sesso ci si affacciano da soli per le prime volte, siano informati sulle dinamiche tra i generi (ad esempio, di cosa si parla quando si nomina la parola “consenso“) e anche sui comportamenti da adottare per evitare conseguenze indesiderate (in primis l’uso corretto della contraccezione) qualsiasi sia il loro orientamento.

 

4) La transessualità esiste ed è bene parlarne.

Non si tratta di “insegnare ai maschi a essere femmine e alle femmine a essere maschi”, ma è bene che le studentesse e gli studenti sappiano che ci sono persone (che possono essere anche affette da una condizione chiamata “disforia di genere”) il cui sesso biologico (quello determinato dai cromosomi) non corrisponde al loro genere (cioè a quello che si sentono realmente di essere). Così come ci sono persone che non nascono con una sola coppia di cromosomi sessuali, ma con più e dunque il cui sesso biologico non rientra nella combinazione più usale xx o xy. Quello che si insegna è la conoscenza e il rispetto per queste persone.

 

5) Gender studies, queer studies, queer theory… ma non a scuola.

Gli studi di genere e gli studi queer, questi sì, esistono davvero, ma non si insegnano a scuola (e molto poco anche nelle nostre università). Come ogni bufala costruita ad arte, “l’ideologia del gender” prende la terminologia da campi di ricerca realmente esistenti e li distorce.

I gender studies (o women studies) sono un campo di ricerca teorico e pratico nel quale si studia come le differenze sia sociali che biologiche tra i generi abbiano influenzato le società e le loro sovrastrutture culturali (per fare un esempio banale, come si collega la netta differenza quantitativa di scrittrici prima del Novecento rispetto al ruolo della donna nella società?). I gender studies sono, essenzialmente, il corrispettivo accademico (e spesso la base teorica) del femminismo.

queer studies si intrecciano con i gender studies (se vogliamo, ne derivano in larga parte) e sono quel campo di studi che si occupa della cultura e della teoria lgbti. Infine la queer theory in buona sostanza dice (con buona pace dei suoi detrattori) che stante la differenza genetica tra i sessi, il modo in cui il genere (l’esser donna, l’esser uomo etc.) si esprime (la perfomance) è (in misura variabile a seconda dei teorici) prodotto della società (ritorniamo al punto 1: che alle bambine piaccia il rosa e ai maschi il blu è una costruzione sociale).

 

Spero di avervi rassicurate e rassicurati almeno un po’. Infine, un monito rivolto alle colleghe e ai colleghi di ogni ordine e grado: per favore non usate l’espressione ideologia del gender per indicare quanto contenuto negli articoli della Buona Scuola o si rafforza l’idea che l’ideologia gender esista davvero. Siamo insegnanti e abbiamo il dovere di esprimerci e informare nel modo più corretto.

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