Referendum costituzionale, tra quote rosa e sessismo strisciante

Chiariamoci subito: io voterò convintamente no al referendum sulla riforma costituzionale del prossimo 4 dicembre. È una decisione mia, ponderata dopo aver letto la riforma per intero, dopo essermi informata delle ragioni del sì o del no.

Non so cosa faranno le altre donne di Pasionaria né penso di rispecchiare necessariamente l’opinione di tutte noi. Questo per bloccare subito coloro che scambieranno l’articolo che segue come un pezzo di mera propaganda.

Questa campagna referendaria non sta brillando per comunicazione efficiente né dall’una né dall’altra parte, pare proprio che tra slogan apocalittici e tweet da bar, le opinioni articolate e fondate abbiano poca cittadinanza. Ma il fondo è stato toccato con un volantino creato e diffuso dal “Comitato donne Arezzo per il sì“.

Referendum: il volantino del Comitato Donne per il sì di Arezzo
Referendum: il volantino del Comitato Donne per il sì di Arezzo

La locandina, sui toni del rosa e del viola, reca tre sagome subito identificabili come femminili (quelle che si trovano sulle porte dei bagni pubblici) con lo slogan: “E’ importante per le donne dire sì.”

La prima volta che il manifesto è comparso sulla mia timeline di Facebook ho pensato a uno scherzo sessista: tutto quel rosa che fa tanto “femmina tradizionale”, quelle sagome da “voglio una donna con la gonna”. E soprattutto quello slogan terribile, che sa tanto di invito al sacro vincolo del matrimonio o invito alla sottomissione (“all’uomo non puoi dire di no, baby”).

Certo, sono convinta che chi ha creato la locandina fosse in buona fede (a meno che qualche grafico non abbia voluto fare uno scherzaccio alle attiviste per il sì), ma questo rende la cosa forse ancora più grave: questa locandina trasuda sessismo e stereotipi da ogni pixel.

La cosa peggiore è che il motivo per cui le donne “dovrebbero dire sì” al referendum (e ci vuole un po’ per capirlo) è altrettanto sessista: la proposta riforma, infatti, introduce le quote “protezione animale”, sì, insomma, le famose quote rosa (attraverso la modifica dell’art. 55).

Con buona pace di molte, Laura Puppato in testa, le quote rosa non sono un passo avanti verso l’uguaglianza, tutt’altro. È l’ammissione per legge che le donne, pur essendo uguali agli uomini (e questo ce lo dice la Costituzione), sono un po’ meno uguali, perciò hanno bisogno di un aiutino in più, di uno scivolo. Che male c’è, in fondo?

C’è di male che in questo modo, con fare paternalistico, si sancisce di nuovo per legge la minorità delle donne.

Non solo, si rinforza la divisione, tanto cara al femminismo della differenza, che il problema sia una guerra millenaria degli uomini contro le donne, del pene contro la vagina. Ma politicamente che valore ha eleggere una donna solo perché donna (perché questo è quello che succede con le quote rosa), che garanzie mi dà che sia migliore di un uomo?

Non solo, a livello di strutture di partito si rischia di acuire il fenomeno contrario, invece di promuovere chi se lo merita, uomo o donna che sia, di mandare avanti (ancora di più) persone incapaci o manovrabili solo per via del loro genere all’anagrafe.

Le quote rosa non servono a nulla, anzi sono dannose, se non vengono accompagnate da una capillare azione di educazione al rispetto, senza combattere la nostra cultura sessista e imbevuta di stereotipi, senza concentrarsi prima su quei servizi fondamentali che permettano alle donne (a tutte le donne) di potersi dedicare anche alla politica.

Nel volantino per il sì al referendum, quella frase, vaga e appesa, più che voler indicare una direzione concreta, sembra una perfetta operazione di facciata, fatta per tentare di catturare consensi su una riforma controversa, per dimostrare ancora una volta che (a parole) questo è il “governo del fare”.

Ma slogan e confuse dichiarazioni d’intento di certo non aiutano l’uguaglianza di genere.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here