Quella transfobia di Grillo che parla alla pancia: denunciare non basta

Screenshot dal trailer dello spettacolo Grillo vs Grillo
Screenshot dal trailer dello spettacolo Grillo vs Grillo

La storia è ormai nota: nel suo spettacolo “Grillo vs Grillo”, disponibile su Netflix, Beppe Grillo, comico genovese e leader del Movimento 5 Stelle, dedica una serie di battute transfobe, cioè discriminanti nei confronti delle persone transgender.

“Donna col belino” oppure “uomo che parla troppo”, le frasi più offensive in un contesto dove transessualità, travestitismo, omosessualità vengono mischiate insieme e impacchettate con la trita polemica di quanto fossero belli i tempi in cui si poteva dire tutto di tutti senza polemiche.

Immediate sono state le giuste e indignate reazioni di attiviste e attivisti trans e del movimento Lgbti, che hanno denunciato a gran voce la gravità di parole che ledono profondamente la dignità delle persone. Si è riacceso anche il dibattito sulla legittimità di far passare per satira qualsiasi cosa, come se suscitare la risata equivalesse alla licenza di offesa.

Ora, personalmente penso che sia sempre pericoloso stabilire cosa sia satira e cosa no, ma credo che chi utilizza certi linguaggi violenti e lesivi debba poi rispondere sul piano morale, ma anche – se un giudice stabilisce che sia il caso – di fronte alla legge.

Ma quello che più mi preoccupa è un altro aspetto della questione, che la rende ancora più grave. Qui non si tratta di un’uscita privata di un cittadino o di una frase detta senza pensare, ma di frasi ben calcolate da parte di una persona come Beppe Grillo, che con le parole e la comunicazione ci lavora e sulle quali ha costruito la sua carriera.

E questo è preoccupante per almeno due motivi.

Il primo è che le parole di Grillo raggiungono inevitabilmente una diffusione larghissima, divenendo di pubblico dominio. Inoltre Grillo è anche il leader di un partito e per quanto egli possa cercare di scindere le due attività quando gli fa comodo, rimane il fatto che la sua figura è carica di significati inevitabilmente politici (e i politici, soprattutto quelli che fanno della moralità il loro presunto tratto distintivo, dovrebbero essere ancora più corretti nel linguaggio che usano).

Il secondo è che se è stato scelto uno scenario e delle battute di questo tipo è perché queste offensive volgarità fanno presa sul pubblico a cui Grillo intende parlare. Perché denigrare le persone transgender solletica un certo tipo di immaginario collettivo, suscita la risata facile anche in chi non è attivamente transfobo, ma solo palesemente ignorante (e, permettetemi, superficiale).

D’altronde è più facile e conveniente – nella comicità come in politica – parlare alla pancia e a un certo basso senso comune per aver consenso, piuttosto che cercare di scuotere le coscienze e far riflettere.

E allora la nostra sfida più grossa, come attiviste e attivisti, non è soltanto denunciare i singoli casi con tutte le nostre forze, ma cercare di sradicare proprio quel senso comune che rende l’altro oggetto di ridicolo, che lo priva di dignità e di esistenza.

Insomma, quella mentalità che ride di battute come quelle senza neanche fermarsi a pensare che costituisce la zona grigia dei sistemi di oppressione.

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