Non una di meno: “Io, uomo, ero in corteo al fianco delle donne”

Pubblichiamo la riflessione di un nostro lettore sulla presenza degli uomini a Non una di meno, la manifestazione contro la violenza maschile sulle donne che si è tenuta a Roma il 26 novembre

Non una di meno, Un gruppo di giovani donne regge uno striscione con su scritto: "Non sono le donne a dover imparare a difendersi, ma gli uomini a dover imparare ad amare"
Non una di meno: foto dalla manifestazione di Francesca Zorretta

Nonostante le polemiche che hanno infuocato i giorni precedenti alla manifestazione Non Una Di Meno, che invocavano alla non partecipazione degli uomini, il 26 novembre scorso ero in corteo insieme a centinaia di migliaia di altre persone per dire basta alla violenza sulle donne.

Non era per nulla scontato che così tante donne e uomini decidessero di scendere in piazza e inondare le vie di Roma, tanto meno che in quel corteo ci fossero le associazioni LGBTQI* e un numero più che considerevole di giovani, a testimonianza che le nuove generazioni hanno tanto da dire e troppo spesso non hanno gli spazi o la giusta rappresentanza per poter partecipare fino in fondo alla vita democratica del nostro Paese.

Da tempo è emersa chiaramente l’esistenza di una questione maschile nel nostro Paese, dominato da una cultura maschile e patriarcale che ancora troppo spesso vede l’uomo considerare la donna come un oggetto di cui disporre secondo il proprio piacimento, anche attraverso la violenza, fisica e psicologica.

E se da un lato i numeri delle violenze sulle donne e dei femminicidi hanno raggiunto quelli di una vera e propria emergenza, dall’altro la drammaticità del quadro si aggrava se si considera il progressivo e drastico taglio a tutti quei servizi che servono ad arginare qualsivoglia forma di violenza e che offrono sostegno alle donne, primi tra tutti i centri antiviolenza.

In questo contesto la manifestazione indetta dalla rete Non Una Di Meno per lo scorso 26 novembre è sembrata come un momento di liberazione collettiva in cui i femminismi così come altre realtà associative che per anni avevano percorso sentieri diversi si sono ritrovati riscoprendo l’importanza, e la bellezza, di essere comunità, unita nella diversità.

Donne e uomini, di diverse generazioni, hanno scelto di essere insieme in piazza per rivendicare libertà e autodeterminazione e per condannare ogni forma di violenza e discriminazione.

Grazie ad un grande lavoro di mediazione delle realtà organizzatrici si è riusciti a superare l’impasse permettendo l’incontro tra i generi, che poi è l’elemento fondamentale per scrivere una nuova pagina di storia del femminismo nel nostro Paese.

Per raggiungere l’obiettivo di realizzare una democrazia paritaria non si può più pensare che a metterci la faccia siano solo le donne. Servono anche gli uomini, specialmente quelli che da tempo si sono schierati al loro fianco in una battaglia che non è solo politica ma anche culturale e sociale.

Per rompere il soffitto di cristallo servono le forze di tutt* mettendo da parte la logica discriminante che vorrebbe che sulle questione di genere si mobilitassero solo le donne.

Sabato 26 novembre in piazza c’era uno spaccato dell’Italia che ha scelto di schierarsi apertamente per un Paese che fosse non solo a misura di donna ma più in generale di essere umano. Una sfida non da poco conto per una realtà come la nostra che non se la passa per niente bene con riguardo ai fenomeni di violenza, discriminazione e bullismo.

Io, uomo, il 26 novembre ero in corteo al fianco delle donne.

C’ero felice di condividere con una comunità il mio impegno costante sui temi del contrasto alla violenza di genere, per la promozione della libertà e dell’autodeterminazione. C’ero emozionato da tutte quelle persone e in particolare dagli altri uomini pronti a manifestare insieme alle loro madri, alle compagne, alle amiche.

Ho intravisto un Paese per donne il 26 novembre ed è stata una bellissima sensazione. I femminismi sono tornati in piazza come ai tempi delle grandi manifestazioni. Qualcosa, anche in Italia, ha ripreso a muoversi.

Ed è merito di ognuno di noi: di chi ha scritto le pagine più importanti della storia del femminismo italiano, delle nuove generazioni che hanno scelto di esserci.

Gianmarco Capogna

pasionarialogo

Caro Gianmarco,

innanzitutto grazie per esserti esposto e averci mandato questa testimonianza: non è affatto scontato che un uomo scelga di parlare di femminismo attraverso una piattaforma femminista.

Ci fa piacere poter ospitare il tuo intervento perché siamo convinte che sia arrivato il momento per questo Paese di farsi carico delle proprie responsabilità nella lotta contro la violenza sulle donne. Citando il manifesto di Non una di meno: “Il femminicidio è solo l’estrema conseguenza della cultura che lo alimenta e lo giustifica. E’ una fenomenologia strutturale che come tale va affrontata”. In poche parole: siamo tutti coinvolti, nessuno escluso.

Per cui ci fa piacere accogliere tra le nostre fila gli uomini che vogliono finalmente metterci la faccia e sporcarsi le mani con noi femministe per una società più equa e libera.

L’importante è che sia ben presente, a chiunque si unisca in buona fede a questa lotta, che la prima voce ad essere ascoltata dev’essere quella di chi le violenze – di ogni tipo – le vive e le subisce in prima persona.

In questa lotta gli uomini, anche quelli con le migliori intenzioni, devono camminare accanto alle donne, mai davanti a loro. Devono ascoltarle, mai farsene portavoce. Appoggiarle e rispettarle, mettendo da parte i protagonismi e sovvertendo le dinamiche che sono invece proprie della cultura patriarcale che si vuole combattere.

Solo così ci muoveremo in avanti e non rischieremo di sprecare questa importante occasione di darci da fare insieme contro violenze e discriminazioni di genere.

Un abbraccio

1 COMMENTO

  1. fisicamente non ero presente alla manifestazione “non una di meno” ma idealmente si! E condivido ciò che ha scritto , con civiltà, il dott. G. Capogna: da Uomo e da essere Umano! Con simpatia
    r.m.

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