Non una di meno: il femminismo riparte da qui, verso l’8 marzo

La manifestazione “Non una di meno” è il nuovo punto di partenza per un percorso il più possibile comune e partecipato dei femminismi italiani. Noi c’eravamo e qua vi raccontiamo di cosa si è parlato. Prossima tappa l’8 marzo per lo sciopero delle donne

Npn una di meno: foto del corteo con su scritto "Ci rivediamo l'8 marzo"

Sabato 26 novembre eravamo a Non una di meno, tra le duecentomila persone che hanno sfilato a Roma contro la violenza di genere.

Anche se la maggior parte delle testate giornalistiche ha fatto finta di non accorgersene, siamo state davvero marea. Una marea colorata e rumorosa, composta da gente di tutte le età e di tutte le sfumature, unita dalla volontà di dire basta alla cultura della violenza patriarcale, che non colpisce solo le donne ma si impone su tutta la società, a ogni livello.

Dalla grande partecipazione al corteo e dai tavoli di lavoro dell’assemblea nazionale che si è tenuta il giorno seguente, è emerso che la direzione del femminismo è sempre più intersezionale.

La grande presenza di uomini, persone queer e realtà transfemministe alla manifestazione (in rigoroso ordine sparso) è stata la risposta migliore a quelle voci che alla vigilia di Non una di meno hanno creato tensioni e scontri, con la richiesta di escludere o relegare in fondo al corteo coloro che – secondo alcune – non rientravano nella categoria “donne”.

La realtà dell’attivismo sceso in piazza il 26 novembre ha dimostrato, invece, che il lavoro portato avanti da gran parte del femminismo negli ultimi anni ha iniziato a dare i suoi frutti: la violenza maschile sulle donne non viene più considerata un problema esclusivamente femminile, di cui solo le donne devono farsi carico, ma un problema culturale ben più ampio, di cui l’intera società deve ritenersi responsabile.

In assemblea le esponenti delle nuove generazioni femministe non hanno mancato di parlare di aspetti legati all’omosessualità, alla disabilità, al superamento del binarismo di genere, troppo spesso ignorati dal femminismo mainstream.

Noi abbiamo partecipato a diversi tavoli e abbiamo deciso di riportarvi i dibattiti più significativi.

Educazione alle differenze

Beatrice era al tavolo sull’educazione alle differenze, che è stato molto partecipato. Le moderatrici avevano individuato quattro temi di lavoro: che cos’è l’educazione di genere e l’educazione alle differenze, chi ne sono i destinatari e chi i formatori, qual è il quadro normativo e istituzionale attuale e cosa si possa fare per migliorarlo.

Gli interventi sono stati ricchi e variegati, riportando dubbi, esperienze e buone pratiche, dimostrando come in questo campo i femminismi italiani abbiano già grandi competenze da mettere in gioco. La maggioranza delle persone presenti provenivano dal mondo della scuola (docenti di ogni ordine e grado), dai centri antiviolenza e dalle associazioni che si occupano di educazione e formazione.

È emersa una differenza (grossomodo generazionale) nel modo di intendere l’educazione alle differenze e nel linguaggio a essa relativa, tanto che si è ritenuto opportuno specificare nel rapporto finale che questo tipo di educazione ha tra i suoi punti fondativi il superamento del binarismo di genere.

Tra i tanti temi emersi sicuramente i più ricorrenti sono stati la creazione di un lessico di base chiaro e comune, la necessità di momenti di formazione e autoformazione che siano organizzati capillarmente, un quadro legislativo più certo che aiuti soprattutto le e i docenti a lavorare al meglio, fornendo strumenti anche per coloro che sono precari e offrendo tutela nei confronti dei gruppi cattolici e conservatori.

Infine è emersa chiara la visione dell’educazione alle differenze come educazione permanente che parta da bambini, ma ci accompagni per tutto l’arco della vita

Narrazione della violenza

Benedetta ha partecipato al tavolo sulla narrazione della violenza attraverso i media.

Il dibattito è partito dall’analisi di come la violenza di genere viene normalizzata ed estetizzata – soprattutto in film, pubblicità e canzoni – rimandando sempre a un immaginario maschile e maschilista e confermando gli stereotipi sulla violenza.

Ad esempio l’idea che l’amore violento sia dovuto alla passione e alle emozioni intense, così come la gelosia, che viene interpretata come indice d’amore in una relazione. Un concetto che si ritrova molto spesso negli articoli di giornale che riportano i femminicidi e tende a spostare la responsabilità dall’omicida all’intera dinamica di coppia.

Si è parlato della necessità, invece, di focalizzare l’attenzione non sulla vittima ma sull’aggressore, mettendo in primo piano nella comunicazione l’uomo violento e non solo le donne maltrattate.

E’ emersa quindi la necessità di avere punti di riferimento istituzionali a cui rivolgersi quando la narrazione dei media diventa sessista e alimenta la cultura della violenza, perché gli strumenti attuali, come lo Iap (Istituto autodisciplina pubblicitaria), si sono dimostrati più volte inefficaci.

Linda Laura Sabbadini ha proposto di richiedere una commissione di esperte che vigilino sulla comunicazione governativa, visto che gli ultimi esempi – come le campagne per il Fertility Day o lo spot Rai contro la violenza sulle donne – sono stati dannosi.

Percorsi di fuoriuscita dalla violenza

Chiara era presente al tavolo sui percorsi di fuoriuscita dalla violenza, dove i centri antiviolenza sono stati definiti come i luoghi in cui il femminismo non è mai morto: le operatrici hanno tenuto a sottolineare come il loro non sia solo un servizio, ma anche e soprattutto un agire politico e un lavoro di prevenzione.

Si è parlato di come, nell’assistere chi ha subito violenza, sia essenziale mettere al centro la donna che chiede aiuto, come “protagonista e regista della propria vita”, ma anche in merito alle scelte che vuole compiere, come ad esempio quella di non denunciare. La denuncia del maltrattante, infatti, non deve essere obbligatoria: per molte donne decidere di denunciare non è scontato, perché per loro la priorità è proteggere se stesse o i propri figli.

Per quanto riguarda il ruolo dello Stato si è ricordato che i centri antiviolenza hanno competenze regionali, ma il governo non ha mai dato un profilo guida alle regioni, oltre che non aver mai eseguito nessun controllo sui centri antiviolenza pubblici, che spesso e volentieri sono portati avanti da persone non qualificate. Basti pensare che nella provincia di Reggio Calabria non esiste un centro antiviolenza laico. Si è insistito anche sul ruolo dell’operatrice, che ancora oggi spesso non è riconosciuto.

Durante il confronto sono emersi anche alcuni problemi specifici e spesso “invisibili”, ad esempio gli abusi sulle donne disabili, che nella società hanno già il ruolo di “vittima” per la loro condizione, e spesso, o per la difficoltà di esprimersi o perché si pensa che vogliano solo “attirare l’attenzione”, non vengono ascoltate o prese sul serio quando denunciano.

Un altro aspetto meno conosciuto è quello della violenza tra donne omosessuali. Si parla quasi esclusivamente di violenza maschile nei confronti delle donne, ma si dimentica che spesso i ruoli abusanti possono essere anche all’interno di un rapporto lesbico: nei centri antiviolenza dovrebbero esserci anche delle figure specializzate per affrontare questo tipo di abusi.

Sessismo nei movimenti

Alessia ha partecipato al tavolo sul sessismo nei movimenti, il cui punto focale è stata una riflessione importante: come è possibile che in spazi che teoricamente dovrebbero essere “sicuri” e dove si sarebbero dovuti superare determinati stereotipi discriminatori, si ricalchino le dinamiche della cultura della violenza?

I punti emersi sono stati: episodi di violenza (verbale e a volte fisica) nelle assemblee o in altri spazi organizzati, mancanza di spazi per le donne, privilegi maschili, disparità di trattamento (il parere di una donna in secondo piano rispetto a quello di un uomo), difficoltà delle donne di essere parte dei processi decisionali, mancanza di priorità verso i problemi legati alle donne, come il sessismo e la violenza, messi sempre in secondo piano perché “ci sono altre priorità da affrontare”.

Dopo aver sintetizzato i vari punti in tre macro aree, sono stati formati tre tavoli, che dopo aver dibattuto hanno proposto alcune pratiche concrete. Ad esempio, porre all’ordine del giorno nelle riunioni il sessismo e decostruire i ruoli dell’assemblea, facendo provare a chi è sempre stato in un ruolo privilegiato il disagio di non essere ascoltato, così che possa capire meglio il problema.

E, naturalmente, imparare ad adottare un approccio femminista intersezionale.

Tutte insieme verso l’8 marzo

Gli sforzi per trovare punti d’incontro e percorsi comuni tra le tante facce del femminismo italiano sono appena iniziati, ma la prossima tappa è già stata fissata: in questi mesi si lavorerà insieme verso l’8 marzo, per uno sciopero generale delle donne.

Il punto di vista è sempre più transnazionale perché il nostro cammino si incrocia con quello delle sorelle polacche, irlandesi, turche, sudamericane e di tutte le altre che stanno lottando per i propri diritti in ogni parte del mondo. Al grido di NON UNA DI MENO!

2 COMMENTI

  1. Vi riporto la mia esperienza di partecipante al tavolo:

    Lavoro e accesso al welfare

    Si è partiti dal concetto della femminilizzazione del mercato del lavoro intesa non come maggiore presenza delle donne, quanto piuttosto come riduzione del lavoro nel suo complesso alle condizioni di precarietà, gratuità e natura suppletiva a quello maschile.

    È vero che, come recita lo slogan: “La famiglia patriarcale può fare tanto male”, e dopo decenni di partecipazione significativa al mercato del lavoro possiamo aggiungere che anche: “Il lavoro patriarcale può fare tanto male”, pertanto nasce la necessità di abbattere le roccaforti su cui si fonda:
    -eliminare le differenze salariali. Non esiste una sola ragione accettabile per cui una donna debba guadagnare nel nostro paese in media il 10% in meno del collega maschio;
    -abbattere gli ostacoli agli scatti di carriera e consentire alle donne di occupare posizioni di vera leadership secondo modelli di potere femminile che non scimmiottino quelli maschili. Negli interventi si è parlato di come il sistema delle carriere delle donne in molte realtà professionali sia fortemente limitante della libertà personale o che proponga una sostituzione di oneri dalle “ricche” alle “povere”. Si è fatto l’esempio dell’America in cui alcuni grandi studi legali stanno pagando i benefit alle professioniste con ovuli congelati e madri surrogate;
    – sradicamento del concetto di maternità come esclusione dalla vita lavorativa e rivendicazione di una legge sulla paternità obbligatoria;
    -lotta al mobbing. Si è parlato del dato sconcertante che vede in Italia 1,2 milioni di donne che hanno denunciato ricatti e/o violenze sessuali sul lavoro;
    -riforma del welfare che si fonda oggi sul pilastro del familismo;
    -erogazione di un reddito di autodeterminazione universale e possibilmente europeo che possa garantire indipendenza e dignità anche in ottica lungimirante, partendo dall’assunto che la domanda di lavoro è destinata a diminuire come risultato del processo di robotizzazione (rivoluzione 4.0).

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