Unioni civili, “Noi, coppia lesbica: ci protegga la legge, non la fortuna”

Coppia lesbica

Due settimane fa io e mia moglie (siamo sposate in Inghilterra e il nostro matrimonio è riconosciuto in tutti i paesi dell’Europa occidentale tranne il nostro) abbiamo avuto un grosso incidente di macchina.

Una fatalità: abbiamo incontrato una lastra di ghiaccio piuttosto estesa in una curva all’ombra dove non era stato sparso il sale (è una strada trafficata, ma secondaria). Si sono bloccate entrambe le ruote motrici, non ho potuto fare nulla per correggere il tiro, ma solo mollare tutto. La macchina è finita contro le protezioni di cemento, rimbalzando tipo pallina da ping pong.

Per fortuna non passava nessuno.

Lei per fortuna non si è fatta nulla, io sto abbastanza bene (qualche lesione, ma nulla di particolarmente grave).

Per fortuna è andata bene.

Per fortuna.

Perché per me il primo pensiero quando ho sentito Margi che si lamentava è che se lei fosse finita in ospedale, io non avrei potuto fare nulla. Se fosse successo qualcosa di grave, se ci fosse stata qualche decisione da prendere io avrei potuto solo aspettare che arrivassero i suoi genitori (che abitano lontano). Per la legge, io sono NULLA.

E se fosse successo qualcosa a me?

La casa dove viviamo non è nostra, è di un mio parente, che si presta volentieri perché c’è un legame di sangue. Ma solo con me. E se io non ci fossi stata più?

È vero, sono una precaria con uno stipendio da fame, che la pensione non vedrà mai. Ma che ha qualche risparmio in banca. E vorrei, se io non dovessi esserci più, che quei soldi andassero alla persona più importante della mia vita. Alla persona che è la mia vita.

Io ho una malattia cronica. Malattia che sta progressivamente e lentamente peggiorando. È molto probabile che, nel corso degli anni, io finisca in ospedale, anche per periodi lunghi. È una possibilità anche che possano capitare situazioni estreme.

Voglio che ci sia lei al mio fianco. Voglio che, se mai ce ne sarà bisogno, sia lei a decidere.

Per questo mi danno tanto l’anima quando in queste ore sento parlare di “libertà di coscienza”, di “riflettere bene”. 

Non voglio lasciare alla fortuna, quello che la legge potrebbe regolare. Non voglio che sia la fortuna di trovare personale comprensivo, a decidere se mia moglie potrà assistermi in ospedale. Non voglio che sia la fortuna a far sì che, se ce ne fosse mai bisogno, i miei genitori permettessero a mia moglie di prendere decisioni sulla mia salute e la mia vita.

Non voglio che sia per fortuna (per buona volontà) che lei potrà avere la mia eredità. Non voglio che, se mai avremo una figlia o un figlio, sia la fortuna a decidere se a scuola, in ospedale o in qualsiasi situazione della vita chi di noi due non l’ha portata o portato in grembo non sia riconosciuta come madre.

Sarebbe così semplice, basterebbe votare almeno quella spregiata legge sulle unioni civili, che rappresenta il minimo sindacale.

Voglio che sia la legge a proteggere il nostro rapporto, il nostro amore, non la fortuna.

Ma cosa c’è da capire, da votare in coscienza, quando è tutto così dannatamente evidente?

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