No, non sono solo parole: #anchequestaèviolenza

Violenza verbale

Avete presente quel proverbio in cui si chiede di contare fino a dieci prima di parlare?

Solo da adulta mi rendo conto della sua importanza. Sì, perchè le parole sono importanti, anzi di vitale importanza, le parole colpiscono, possono guarire o lenire un dispiacere oppure possono buttarti nel più cupo incubo.

Spesso non ce ne accorgiamo, tralasciamo il reale significato che possono avere. Il web, poi, è un non luogo, in cui le parole non hanno più nessun filtro, sono assolutamente libere, ma anche libere di ferire.

Sarà una deviazione professionale: io con le parole ci lavoro e sono quindi consapevole di tutta la loro importanza.

Sono reduce da un workshop in cui splendide donne hanno raccontato la loro sofferenza con un coraggio e un’audacia che mi ha riempito il cuore. Sapete il motivo di questa sofferenza?

Vi sorprenderà, ma non hanno raccontato di lividi esterni, che sono terribili ma assolutamente più semplici da giustificare, hanno parlato di quanto siano state ferite, lacerate, colpevolizzate da parole pronunciate senza nessuna consapevolezza.

Vittime della sottile arte della manipolazione o di vere e proprie violenze psicologiche, cui sono state o sono tuttora sottoposte. Manipolazioni assolutamente verbali.

Ora, non è che le parole si muovono da sole in anarchia,  dietro ogni parola c’è sempre una bocca da cui vengono fuori, una penna che le agita o una tastiera con dei tasti che si muovono.

Mentre ascoltavo queste donne, mi sono resa conto di quanto sia importante la percezione della violenza.

Spesso queste donne hanno affrontato anni di soprusi perché in realtà non comprendevano di essere vittime di violenza. La violenza psicologica purtroppo ha questo terribile cono d’ombra, non lascia intravedere nulla fisicamente, logora dentro, come se una goccia d’acqua scavasse senza sosta nella roccia.

La violenza non è univoca, ha mille sfaccettature, alcune di assoluta difficile interpretazione.

Sono sicura però di una cosa: la violenza per essere tale, genera malessere, stride magari inavvertitamente con i nostri bisogni, lascia sospeso il nostro diritto alla felicità.

La campagna #anchequestaèviolenza di Pasionaria è davvero importante per questo motivo: permette a chiunque di partecipare con un hashtag con la propria libera interpretazione di violenza.

Il passo che hanno richiesto è proprio questo: sdoganare la parola “violenza” dalla fisicità, per permettere di poter esprimere in maniera libera il proprio vissuto personale di violenza, magari non comprensibile immediatamente, ma assolutamente bisognoso di rispetto perché espressione di un disagio personale.

Perciò la prossima volta che useremo la nostra di libertà per commentare testimonianze di violenza, pesiamo anche noi le parole: soffermiamoci solo un attimo per cercare di capire se stiamo rispettando la diversità del nostro punto di vista o se stiamo procedendo come un bulldozer lasciando unicamente spazio alla nostra voce, ignorando tutto il resto.

2 COMMENTI

  1. Ti assicuro che la parola anarchia non la tratto mai con leggerezza, e ancora meno con una connotazione negativa. Credo fortissimamente in chi va in direzione ostinata e contraria, in chi si pone delle domande, in chi cerca sempre di cambiare prospettiva e non da mai nulla per scontato o perfettamente immutabile.

  2. Concordo pienamente sul peso delle parole, quindi chiedo di non usare la parola anrchia in un’accezione tanto impropria e implicitamente negativa. “Non è che le parole si muovono da sole in anarchia”. Se si muovessero in anarchia non sarebbero sicuramente sessiste perché anarchia vuol dire libertà per tutt*.Non stigmatizzare un’idea e non banalizzarla, anarchiche e anarchici si battono da sempre contro il sessismo e il patriarcato.
    Un’altra cosa che mi permetto di notare è relativa all’immagine. La scelta delle parole scritte dietro la donna, spesso termini patologizzanti è, secondo me, molto pertinente, perché la medicalizzazione è tradizionalmente uno degli strumenti di delegittimazione più usati contro le donne, condivido meno la scelta di inserire una ragazza rannicchiata, che distoglie lo sguardo con gli occhi socchiusi. Nonostante lo stop sulla mano, è indifesa, non guarda l’interlocutore o l’aggressore,non sarebbe in condizione di reagire fisicamente. Il cambiamento inizia nella misura in cui ci difendiamo e rispondiamo colpo su colpo alla violenza, sia pure verbale, invece di limitarci a chiedere rispetto

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