Mondiali di calcio: giornaliste molestate. Come rispondere ai sessisti da stadio

I mondiali di calcio in Russia sono in dirittura d’arrivo e per quello che è uno degli eventi sportivi più seguiti, attesi e amati al mondo, i collegamenti diretti con le televisioni delle varie nazioni sono tanti. Capita di assistere a scene di euforia, cori da stadio o incursioni di disturbatori di vario tipo.

Capita anche ai giornalisti uomini di essere molestati, ma nel caso in cui sia una donna a fare il collegamento, la molestia è quasi sempre di carattere sessuale. E per quanto riguarda questo mondiale, sono stati diversi gli episodi segnalati.

Molti ricorderanno la reazione del giornalista Paolo Frajese quando, durante un collegamento in diretta da Parigi, reagì scalciando contro un celebre disturbatore. Nel suo caso, cori unanimi di solidarietà per aver reagito. Stessa solidarietà la ricevette un altro giornalista, Mario Mattioli, sempre contro lo stesso famoso disturbatore.

E per le donne? Anche noi siamo capite allo stesso modo?

Non esattamente.

Per noi partono distinzioni, giustificazioni, considerazioni e, manco a dirlo, mansplaining. Perché certi uomini spiegano pure cosa sia e cosa non sia molestia sulle donne, quando una donna deve sentirsi lusingata e quando invece deve reagire.

Un collegamento televisivo può essere scambiato per un momento in cui si può toccare, baciare, palpeggiare una giornalista? Un’intervista può essere l’occasione per flirtare? A quanto pare per molti sì. E non solo per chi lo fa, ma anche per chi assiste alla scena. E il fatto o viene sminuito e considerato uno scherzo, o viene visto come una cosa normale da clima euforico o, addirittura, viene accusata la giornalista nel caso in cui non reagisca perché, se non reagisce, vuol dire che in fondo queste cose le gradisce.

Il concetto di consenso, in tutti questi casi, non è proprio preso in considerazione.

Julieta Gonzales Theran, giornalista colombiana, stava facendo il collegamento in diretta tv dalla Russia quando un uomo le è piombato addosso, l’ha baciata sulla guancia afferrandole, già che c’era, il seno. Poi si è dileguato mentre lei finiva il collegamento. La cosa non si è conclusa lì, la giornalista ne ha parlato sui social e il tizio è stato rintracciato, finendo per scusarsi e dicendo che voleva toccarle la spalla non il seno. Come se fosse tutto comunque normale. Una goliardata.

Malin Wahlberg, giornalista svedese, poco prima della partita Svezia – Corea del Sud, sempre durante i mondiali, è stata baciata da un tifoso.

Julia Guimaraes, giornalista brasiliana, ha invece avuto la prontezza di riflessi di evitare il bacio non richiesto, rimettendo in riga chi si era permesso di provarci a suon di “non farlo mai più, non è rispettoso”.

Proprio in Brasile lo scorso marzo è partita la campagna #DeixaElaTrabalhar (lasciatela lavorare), un’iniziativa lanciata dalle giornaliste sportive brasiliane per denunciare le molestie subite durante il lavoro:

“Siamo donne, siamo professioniste, chiediamo di lavorare in pace, chiediamo rispetto”.

E non sono casi isolati.

Maria Fernanda Mora di Fox Sports, mentre era in diretta da Guadalajara in Messico, ha dato una microfonata al suo molestatore.

Il no me toques (non mi toccare) di Marina Lorenzo, giornalista di Canal+ che attendeva il collegamento in mezzo ai tifosi del Barcellona, è ormai diventato storia, mentre Esmeralda Labye, giornalista della tv belga RTBF, a Colonia è stata deliziata con una patetica gag sessuale non richiesta, a cui ne è seguita un’altra.

Per fortuna non tutte queste azioni finiscono impunite. Lo sa bene il giovane tennista Maxime Hamou che lo scorso anno, ha tentato ripetutamente di baciare la giornalista di Eurosport Maly Thomas, mentre quest’ultima provava a intervistarlo. Atteggiamento che non è passato inosservato e che è costato al tennista l’esclusione dal prestigioso Roland Garros. A nulla sono valse le scuse tardive di Hamou.

A completare il quadro già preoccupante, si aggiunge la mancanza di solidarietà e le narrazioni distorte di questi episodi di molestie.

Ad esempio quando vengono commentati sminuendo l’accaduto, considerandolo normale o accusando la persona che lo ha subito (dicasi slut shaming). Commenti come quelli che seguono a cui, nel 2018, bisogna ancora rispondere con quelle che dovrebbero essere ormai ovvietà.

“Che vuoi che sia un bacio sulla guancia! Ora non si può fare più niente?”

No, se una persona non ti autorizza, non lo puoi fare. Si chiama consenso, hai presente? Il nostro corpo non è a vostra disposizione.

“Fanno tanto le sostenute e poi invece gli piace”.

Qui abbiamo l’esperto che sa cosa piace alle donne. Mansplaining livello master. Anche qui, come sopra, leggasi alla voce consenso. E nun te sbaji.

“Vabbè, ma pure lei se voleva poteva ribellarsi”.

Qualcuna lo fa, qualcuna no. Dipende dalla persona, ognuna reagisce a modo suo, ma il punto è un altro: indipendentemente dalla reazione, è una cosa da non fare. Nessuna ve lo ha chiesto. Nessuna vi ha detto “sì, ok, fai pure come ti pare”. Per cui, torniamo sempre lì. Non c’è consenso, non vi è dovuto, non va fatto. Tanto difficile da capire?

“Se lo fa un uomo a una donna è molestia, ma se lo fa una donna a un uomo va bene?”

No, vale lo stesso identico discorso. Se non c’è consenso, è una molestia. Tatuatevela ‘sta parola!

“Il giorno in cui vedrò una cessa arrivare a certi livelli professionali crederò che sia per meriti suoi e non grazie a favori sessuali”.

Questo è il commento jolly, il capolavoro di sessismo. Qui non conta il curriculum, non contano le competenze, conta il parere del giudice supremo da divano che darà valore alla carriera di una donna in base ai suoi gusti estetici. Non è meraviglioso?

“Ormai vedete molestie ovunque. Siete isteriche, paranoiche”

No, non è che noi vediamo molestie ovunque, siete voi che siete cresciuti credendo che tutto vi sia dovuto. È diverso. Ora che finalmente le donne (e non solo) hanno trovato il coraggio di raccontare tutti quei comportamenti subdoli, viscidi e striscianti, fatti di allusioni, toccatine, battute volgari e altre delizie, vi infastidite. Perché per voi tutto questo è la normalità e invece no, non lo è, non è bello, non è gradito e non vogliamo subirlo mai più.

Ora reagite con astio e disprezzo perché avete sempre agito così e non volete che vi tolgano il giocattolino. Quel giocattolino però sono i nostri corpi, le nostre vite, la nostra dignità. E no, non siamo isteriche noi, siete voi che fate finta di non capire.

Pare che se ne stia accorgendo anche la Fifa stessa, che ha recentemente chiesto alle emittenti e agli operatori televisivi di darci un taglio con le riprese insistenti di tifose sexy, definendo questa pratica con il suo nome: “sessismo“.

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