Molestie: sotto accusa gli abusi sul lavoro, non la sessualità. Ma in Italia non se ne parla

Molestie: una donna e un uomo discutono di lavoro

Che cosa c’è di romantico in un uomo che si masturba di fronte a te, senza che tu gli abbia dato il consenso, in una stanza dove si sarebbe dovuto parlare di lavoro?

Quanto è seducente un capo che ti chiede di andare a letto con lui e se non ci stai non ti assume, ti demansiona, ti licenzia?

Cosa c’entrano le avances non richieste e i ricatti con il corteggiamento e la seduzione?

Il dibattito sulle molestie cominciato dopo il caso Weinstein, il produttore di Hollywood accusato di abusi, ricatti e stupri da più di cento donne, sta diventando un’arena caotica. Non ci sono soltanto Catherine Deneuve e le altre novantanove firmatarie della lettera pubblicata a creare confusione, ma chiunque si senta autorizzato e autorizzata a commentare a casaccio, usando termini come vittimismo, caccia alle streghe, neomaccartismo.

Il problema di fondo, come fanno notare opinioniste e attiviste inglesi e americane (Jessica Valenti, per citarne una), è che nel dibattito non ci si basa (volutamente) sui fatti. Infatti, in causa, in questa vicenda, non ci sono innocui flirt, seduzioni consenzienti, corteggiamenti, ma abusi. Di questo si sta discutendo.

Negli Stati Uniti, stanno saltando fuori altri nomi dal mondo dello spettacolo, della moda, del giornalismo, abusatori seriali e sistematici, di donne e uomini. Per quanto riguarda il mondo dei media, in rete gira da mesi The Shitty Media Men, una lista, ancora non pubblicata dai giornali, con nomi e cognomi di caporedattori e direttori molestatori, con accuse, testimonianze e prove.

Si raccontano episodi di violenza anche nelle migliaia di #metoo che sono circolati in rete. Me too, anche a me, scrivono donne di diverse età, provenienza sociale, origine geografica, sui social. Il centro del dibattito resta il lavoro, quel mezzo che serve a chiunque non abbia una rendita familiare o non abbia vinto alla lotteria o a qualche altro premio, per vivere. Quel mezzo che, nel sistema in cui viviamo, serve anche per affermarsi. È facile e comodo distruggere a parole, dall’alto di pulpiti protetti, quanto sta succedendo.

L’hastag #metoo è circolato soprattutto in inglese. In italiano c’è stata l’iniziativa di Giulia Blasi con #quellavoltache, campagna a cui ha aderito anche Pasionaria. In pochi giorni dal lancio sono arrivate migliaia di adesioni. In Italia, però, per il momento, si è persa l’occasione per un dibattito serio, che entri nel merito.

Le accuse di “vittimismo”

Vittima è la parola critica(ta) quando si parla di molestie, usata spesso con disprezzo, come se fosse sinonimo di debolezza. Non mi sembrano però deboli le donne che raccontano quello che subiscono. Come scrive l’etnologa Paola Tabet nel saggio Le dita tagliate (Ediesse), la violenza non è un fatto individuale, ma è un prodotto della società, è uno dei meccanismi sociali decisivi per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini.

Negare l’esistenza dell’oppressione, significa negare l’evidenza, gli abusi che le donne subiscono e che si traduce, in numeri, con gli indici della disparità di genere: guadagnano meno degli uomini, faticano a fare carriera, a ricoprire incarichi istituzionali, ad avere un lavoro.

Raccontare quello che si è subito, come stanno facendo e faranno molte donne che chiedono un cambio di sistema, che la “giustizia” funzioni, che non si taccia più, non significa essere una vittima passiva. È forse una vittima Virginie Despentes, scrittrice, regista, femminista e lesbica militante, citata a casaccio in un articolo recente, quando racconta in tv e nei suoi libri lo stupro subito?

Lei dice che parlare dello stupro e scriverne l’ha salvata. Lei non accetta di “essere stata rovinata a vita” dalla violenza e lo fa riconoscendola, nominandola, raccontandola, per poi riflettere su come avrebbe potuto reagire, o come reagirebbe adesso: ribellandosi, ferendo l’aggressore e spingendosi anche oltre? Nel suo libro-manifesto King Kong Girl (Einaudi, fuori ristampa), spiega che “agli uomini piace pensare che quello che le donne preferiscono è sedurli ed eccitarli”, e che, però, “non tutte le donne hanno un’anima da cortigiana. Certe, per esempio, hanno il gusto del potere diretto, quello che permette di arrivare da qualche parte senza dovere sorridere a tre vecchi arnesi sperando di essere assunte con il tal ruolo, o che venga affidato loro tale incarico”.

Dai pulpiti viene anche detto alle donne: se volete una cosa sul lavoro, prendetevela, smettetela con le lamentele. Mi chiedo se chi parla conosca il sistema del mercato del lavoro italiano, con i regali (in termini di precarietà, insicurezza, bassi redditi) che ci sono stati fatti negli ultimi vent’anni, dal Pacchetto Treu di Prodi per arrivare al Jobs Act di Renzi e la difficoltà di denunciare, quando succede un’ingiustizia. Secondo l’Istat, il 99% dei ricatti sessuali non viene denunciato dal milione e 403 mila donne che subiscono avances, battute, palpeggiamenti, ricatti e violenze. Stupri e tentati stupri sul lavoro sono stati subiti da 76mila donne, l’equivalente numerico della popolazione di Asti. Molte delle vittime, abbandonano il lavoro.

L’accusa di opportunismo

Oltre alla denigrata categoria di vittima, in Italia va alla grande anche quella di esibizionista. Così è stata messa in croce l’attrice Asia Argento, che ha raccontato il supplizio causato da Weinstein quando era agli inizi della sua carriera. «Io ero una ragazzina. Questa è una cosa che ricordo ancora oggi. Una visione che mi perseguita. Non c’è bisogno di legare le donne, come dice qualcuno, perché ci sia violenza». È stata invitata a parlare nei salotti televisivi con persone quasi mai preparate sul tema, che hanno fatto di tutto per buttare la discussione in vacca, per fare chiacchiere da bar. Eppure ci sono ricercatrici, docenti, attiviste, scrittrici, registe che sarebbero potute entrare nel merito con rispetto, portando il discorso a un livello costruttivo, senza restare in questo perenne circolo di victim blaming, la colpevolizzazione della vittima, sport nazionale.

Caccia alle streghe?

Si grida alla caccia alle streghe. Anche in questo caso si tratta di affermazioni non basate sui fatti. Intanto, per le ricadute pratiche: non ci sono schiere di uomini che stanno rischiando il posto di lavoro, come invece è sempre successo a molte donne. Inoltre, non c’è alcun intento persecutorio: in atto c’è il tentativo, come ha sottolineato in diverse occasioni la scrittrice Rebecca Solnit (da qualche mese è arrivata anche nelle librerie italiane la sua raccolta di saggi Gli uomini mi spiegano le cose, pubblicata da Ponte Alle Grazie), di scoperchiare un sistema che si è autotutelato per troppo tempo.

Sotto accusa c’è un sistema di potere, non il genere maschile.

Il dibattito sulle molestie sul lavoro non è nuovo in ambito accademico. Da trent’anni nelle università anglosassoni, americane e del nord Europa ci sono analisi e pubblicazioni che dicono che la sessualità nelle organizzazioni lavorative di ogni ambito è un aspetto che diventa problematico quando si combina con l’abuso di potere. E infatti le grandi società internazionali si sono dotate da anni di codici interni, proprio per tenere sotto controllo l’esercizio del potere, per spiegare a boss e manager che non si può andare a cena con la segretaria, con la stagista, con chi sta sotto. Anche su giornali come Forbes si discute della questione, incitando i leader delle aziende ad affrontare il problema.

Sarebbe ora che anche in Italia, come succede negli Stati Uniti, con le inchieste del New York Times, gli articoli di opinione di femministe studiose dell’argomento, il movimento Time’s up – formato da attrici e donne di potere che copre le spese legali di chi decide di denunciare – la Commissione sulle molestie sessuali sul lavoro centrata su Hollywood, diretta da Anita Hill, si lasciassero da parte le polemiche sterili per entrare nel merito del discorso, individuando le soluzioni di come eliminare le molestie sul lavoro, facilitando le denunce, la raccolte di prove, i processi. Sarebbe il caso che si esaminassero le implicazioni e le conseguenze del “dominio maschile”, e non ci si limitasse a liquidare quello che sta succedendo come una guerra.

Tutto questo non avrà nessuna conseguenza per quelle che vogliono continuare ad andare, di loro spontanea volontà, a letto con i potenti. È chiaro che è sempre esistito e sempre esisterà il rapporto consenziente. Bisogna però che sia una scelta e non una forzatura. Perché in questo secondo caso, si chiama violenza.

Stefania Prandi
Giornalista professionista e fotografa, ha realizzato reportage in India, Marocco, Etiopia, Argentina, Albania, Spagna, Grecia, Portogallo, Italia. Si occupa di questioni di genere, lavoro, diritti umani, società, ambiente. Lavora e ha lavorato per media nazionali e internazionali come Azione, RSI (Radiotelevisione svizzera), Correctiv, Vice, El País, Open Society Foundations, ELLE, Danwatch, Il Corriere del Ticino, Il Fatto Quotidiano, Pagina 99, Gli Stati Generali. Ha ricevuto il Volkart Stiftung Grant, The Pollination Project Grant, menzioni speciali a diversi premi fotografici. Dal 2011 al 2014 ha approfondito lo studio delle questioni di genere con corsi in Svezia, Norvegia e Stati Uniti

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