Maternità surrogata, Arcilesbica riapre lo scontro: ma a chi serve davvero?

Maternità surrogata
Phoebe, in Friends, fece la madre surrogata per il fratello nel lontano 1997

L’avvio della nuova stagione dei Pride è diventato il nuovo pretesto per strumentalizzare il dibattito sulla gestazione per altri (Gpa), ovvero la maternità surrogata, chiamata anche, da chi la contrasta, “utero in affitto”.

Lo scontro su questa pratica (per ora vietata in Italia) si era intensificato pochi mesi fa dopo un incontro a Montecitorio in cui la ministra della Salute Lorenzin l’aveva definita “un reato universale”, sostenuta dalle femministe di “Se non ora quando libere”. Le stesse che nel 2015 lanciarono un appello contro la gpa proprio nel pieno del dibattito per l’approvazione delle unioni civili, regalando un assist decisivo a chi si opponeva alla stepchild adoption, che fu poi stralciata dalla proposta di legge.

Pochi giorni fa lo stesso gruppo di Snoq Libere ha firmato un comunicato ufficiale di Arcilesbica nazionale, insieme con altri detrattori della gpa come Marina Terragni (fondatrice della rete “Resistenza all’utero in affitto”).

Non è la prima volta che Arcilesbica si esprime criticamente sulla pratica della gpa, per cui il contenuto del comunicato non ci stupisce. Ciò che ci colpisce sono il tono e la tempistica di questo appello, rivolto ai comitati organizzatori dei Pride per “evitare la propaganda sull’utero in affitto”.

Dialogo o accuse?

L’intento di aprire un dibattito informato sulla gpa è sicuramente lodevole, ma non sembra questa la reale intenzione del comunicato, che ha invece centrato l’obiettivo di rinfocolare una polemica che inasprisce le posizioni favorevoli e contrarie.

Lo si evince già dall’uso nel titolo dell’espressione dispregiativa “utero in affitto“, ma soprattutto dalle accuse a chi la pensa diversamente di aver precluso ogni dialogo, screditando quel processo di partecipazione e mediazione che avviene nella stragrande maggioranza dei comitati organizzativi dei Pride.

Non solo, il richiamo a valori quali l’autodeterminazione e l’anticapitalismo e il ribadirsi “parte integrante della comunità lgbtiqa e/o del movimento delle donne”, suggerisce che gli estensori del documento si autodefiniscano come custodi e detentori di quei valori e di quella storia, come se parlassero a nome di tutta la comunità lgbti e di tutti i movimenti femministi, rappresentati falsamente come blocchi monolitici.

Il dogma della maternità

Perché queste forti prese di posizione contro la gpa si scatenano quando si parla di famiglie omogenitorali con due padri? Eppure sappiamo bene che in Italia sono le coppie eterosessuali in maggioranza a ricorrere a questa pratica, ma questo non suscita lo stesso interesse.

Il sospetto, che già avevamo espresso, è che il problema sia un altro e cioè che la gpa esercitata fuori dalla coppia tradizionale uomo-donna costringe a ripensare il concetto di maternità.

Un certo femminismo – in particolare il femminismo della differenza, basato sulla differenza sessuale maschile/femminile – continua a portare avanti un’idea mistico-sacrale dell’essere madre e sembra non poter accettare che esista una famiglia senza madre o che una donna possa rinunciare liberamente alla sua prerogativa materna dopo aver portato avanti una gravidanza.

Ma c’è un’altra questione riguardo ai tempi di uscita del comunicato: sembrerebbe, come è stato per il comunicato di Snoq Libere durante la fase più delicata del ddl Cirinnà in parlamento, l’ennesimo tentativo di provocare una spaccatura nel movimento lgbti italiano (che già non gode di ottima salute) e di affossarne le rivendicazioni.

Infatti tra i punti programmatici di quest’anno, fra gli altri, c’è proprio il diritto al riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, precluso dall’attuale legge sulle unioni civili. Non solo, quest’anno per la prima volta si affacciano le istanze di tutte quelle persone che non si riconoscono nel sistema binario dei generi e che, con la loro stessa esistenza, mettono in discussione i fondamenti del femminismo della differenza.

A chi serve lo scontro?

Come femministe e attiviste lgbti prendiamo le distanze da questo comunicato di Arcilesbica.

Innanzitutto perché per porre queste criticità si è scelto di diffondere un comunicato a nome di alcuni e non, piuttosto, un confronto nelle sedi deputate, cioè le associazioni, le assemblee e i comitati che hanno dato vita al Pride.

Si è forse cercata la via più facile e mediaticamente più efficace, attraverso i social network, per inasprire la polemica e cercare visibilità?

Siamo convinte che avanzare dubbi e discutere degli aspetti problematici della gpa, non solo sia lecito, ma doveroso.

Da tempo sosteniamo che sia necessario un dibattito onesto e informato sulla maternità surrogata, che faccia chiarezza su questa pratica e sulle sue complesse implicazioni, tanto sul piano legislativo, quanto etico e filosofico-ideologico.

Ma la realtà è che oggi come oggi non esiste alcun vero dibattito. Continuare a screditare chi la pensa diversamente ergendosi a detentori e detentrici della verità o del “vero femminismo”, non fa altro che polarizzare le posizioni e radicalizzare lo scontro.

Il rischio è che il messaggio che arriva alle persone non “addette ai lavori” – la maggior parte – sia esclusivamente quello di chi fa la voce più grossa. Quella dei gruppi di potere o di chi, grazie alla fama e alle amicizie, può permettersi di finire sulle pagine dei quotidiani nazionali e organizzare convegni nella sede della Camera dei deputati senza alcun contraddittorio.

Insomma, si sta sprecando un’ottima occasione per pensare insieme misure efficaci contro lo sfruttamento delle donne ma a favore della loro libera scelta e autodeterminazione.

Strumentalizzare quello che potrebbe e dovrebbe essere un dibattito per affossare “la fazione” opposta, non serve alle donne: è un gioco di potere, sui loro corpi.

Beatrice da Vela e Benedetta Pintus

5 COMMENTI

  1. https://noteinappunto.wordpress.com/corpi-di-servizio/
    “… Per quanto mi riguarda, questo commercio è una delle versioni contemporanee della riduzione dei corpi delle donne a corpi di servizio, intendendo il servizio nei due aspetti che possono essere svolti da un corpo sessuato femminile: il servizio sessuale e quello generativo. E del resto, è questo il doppio compito che è sempre stato assegnato alle donne, congiunto che esso fosse in una stessa persona, anzi, in un unico corpo femminile, o disgiunto che fosse, nell’assegnazione dei due compiti distinti a due donne diverse, o a due categorie di donne allo scopo istituite…. Aggiungo che, quando a usufruire di questa “formula” è una coppia omosessuale maschile, il fatto dimostra come non basti essere gay per essersi liberati dai presupposti della cultura maschiocratica….”

  2. […] In questi giorni su facebook impazza la polemica attorno ad un comunicato stampa di Arcilesbica Nazionale, accusato di “sostenere chi predica odio” (come si può leggere qui) e di aver scelto “la via più facile e mediaticamente più efficace, attraverso i social network, per inasprire la polemica e cercare visibilità“, screditando così “chi la pensa diversamente” ed “ergendosi a detentori e detentrici della verità o del vero femminismo” (scrivono Beatrice da Vela e Benedetta Pintus). […]

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