“Liberi e uguali”: ecco perché questo nome ci ha deluso

Liberi e uguali: da sinistra Fratoianni, Grasso, Civati e Speranza (screenshot da un video di Repubblica)

Domenica è nata ufficialmente una nuova lista unitaria di sinistra, “Liberi e uguali“, che raggruppa Sinistra Italiana (sorta dalle ceneri di SEL), Articolo1- Movimento democratico e progressista (Mdp) e Possibile, il partito di Civati. A guidare questa variegata compagine è l’ex magistrato Pietro Grasso, presidente uscente del Senato.

Questo raggruppamento vuole porsi alle prossime politiche come collettore di tutti i voti di sinistra che non confluiranno nel Pd renziano e che non sono convinti dall’operazione di Campo Progressista, a guida Pisapia.

Il programma ancora non è stato reso noto e forse è tutto da scrivere, ma un paio di elementi di criticità sono emersi subito domenica, in primis riguardo alla scelta del nome.

Liberi e uguali” è una citazione dal primo articolo della Dichiarazione universale dell’uomo (1948): “Art.1 Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”.

Una formulazione che cita e riprende volutamente la prima carta dei diritti della storia occidentale, La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) nata dalla Rivoluzione Francese. Il primo articolo di questa recita “Tutti gli uomini nascono liberi e uguali nei diritti”.

Nella stesura della Dichiarazione del ’48 con il termine “esseri umani” si è cercato di ovviare a un problema del testo del 1789, cioè l’esclusione delle donne con l’uso del solo termine “uomini”, come fece notare già Olympe de Gouges.

Perché dunque il nome ci sembra problematico?

Perché utilizzando soltanto la coppia di aggettivi “liberi e uguali” senza un nome che li accompagni, la percezione è quella di una coppia di sostantivi soltanto maschili, un linguaggio, dunque, che esclude tutte le persone per le quali il genere grammaticale maschile non è rappresentativo (quindi non solo le donne, ricordiamo che esiste anche il genere non binario).

Quello che scolasticamente si dice, che il maschile plurale è un “neutro collettivo”, non corrisponde infatti alla realtà sulla lingua: l’italiano è una lingua fortemente sessuata, che prevede due generi soltanto (femminile e maschile), che hanno un diverso peso gerarchico. Dunque il maschile è utilizzato come generico rispetto al femminile, percepito come più specifico: per questo è corrente l’uso del maschile anche per un gruppo misto.

Ma questo non significa che grammaticalmente la terminazione maschile perda il suo genere grammaticale, che resta maschile.

Inoltre, la citazione vaga (credo volutamente vaga, per richiamare entrambe le dichiarazioni, l’una perché estende a tutta l’umanità due principi fondamentali di democrazia, l’altra perché simboleggia la nascita della sinistra moderna) non rende chiaro che il riferimento è agli “esseri umani”.

Ritengo che sia esagerato parlare di una scelta deliberatamente sessista, ma sicuramente è una scelta infelice.

È una scelta che deriva da una cultura, molto radicata nella sinistra, per cui i diritti delle donne (e in generale delle minoranze per identità di genere) è sempre qualcosa che ha un’importanza secondaria, che è un di più (e alle quali sono le donne, spesso, a dover dar voce). Sono fioccate, infatti, in questi giorni le esternazioni di “benaltrismo” di fronte a chi ha osato criticare il maschile universale di “Liberi e uguali”, giudicata una polemica sterile e di poco conto di fronte a “ben altri” problemi.

Ma questa disattenzione è ancora più colpevole per chi viene dalle esperienze di Possibile e di SEL nelle quali compagne e compagni si sono spese e spesi su aspetti della questione di genere e Lgbti. A testimonianza che si tratta di un brutto scivolone, Civati è intervenuto per correggere il tiro.

Si poteva fare diversamente, si poteva fare meglio.

Senza dover immaginare asterischi o segni forse ancora riservati soprattutto a chi si occupa di questi temi e poco funzionali a una comunicazione allargata, si potevano usare i nomi astratti “libertà” e “uguaglianza” (mantenendo comunque un richiamo forte alla storia della democrazia e dei diritti), magari osando “uguaglianza e libertà” (come del resto già avevano fatto i rivoluzionari francesi nel 1793) oppure usare formule più contemporanee e creative o ancora utilizzare anche un sostantivo.

Si è preferita la strada più facile, che, accompagnata dalla foto dei quattro leader (tutti uomini) non dà certo l’idea di un partito di sinistra attento a quanto sta succedendo nelle piazze.

Anche quella foto non è solo una questione di rappresentazione o, come qualcuno potrebbe obiettare, di voler votare le donne in quanto donne, solo in base al loro genere. È che è davvero difficile credere, soprattutto da parte di chi ha militato in quei partiti, che non ci siano state mai (o molto raramente) donne pronte alla leadership di un partito o a ricoprire un ruolo principale.

Il sospetto fortissimo è che si tratti, piuttosto, dell’ennesima manifestazione del “soffitto di cristallo” (glass ceiling), che ostacola o impedisce alle donne di ricoprire posti di rilievo.

Nomina sunt consequentia rerum?* In questo caso, speriamo davvero di no, ma c’è ancora molta strada da fare.

*per chi non ha studiato latino al liceo: “i nomi sono conseguenti alle cose”.

1 COMMENTO

  1. Faccio notare che l’aggettivo “uguale” non distingue il genere in italiano. Non e’ ugualo > uguali.
    uguale uguali e’ la forma per entrambi i generi.
    E naturalmente “tutti gli uomini” non significa “tutti i maschi”. “Uomo” significa “essere umano”.
    Analogamente, guarda caso, a nessun movimento maschilista e’ mai venuto in mente di imporre
    “il guardio”, “lo spio”, “il guido” ed “il vittimo” quando si parla di uomini (di sesso maschile).

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