Annie Leibovitz: in mostra le identità delle donne

Annie Leibovitz: le espressioni di Cate Blanchette
Uno scatto della mostra di @marty_lacroix su Instagram

Sta facendo tappa a Milano, nel corso di un tour mondiale, il progetto fotografico Women: New Portraits di Annie Leibovitz, in mostra a Milano dal 9 settembre al 2 ottobre alla Fabbrica Orobia.

Quando la banca svizzera Ubs ha contattato Leibovitz (fotografa nota per le sue collaborazioni con Vogue, Vanity Fair e Rolling Stone) per una commissione, lei ha deciso di (ri)proporre un progetto fotografico di ritratti di donne iniziato nel 1999 su suggerimento della sua partner Susan Sontag (deceduta nel 2004).

E’ nato così Women: New Portraits, che include una serie di volti e corpi femminili con l’intento di riconoscerli attraverso lo scatto fotografico. Questa collezione di immagini spazia da Hillary Clinton ad Aung San Suu Kyi, dalla ballerina Misty Copeland alla cantante Adele, dalla militante femminista Gloria Steinem alla nuotatrice Natalie Coughlin. Ma anche donne comuni.

Troviamo, infatti, una accanto all’altra, alcune donne di grande fama e altre meno note e dalle professioni più ordinarie: una scelta “democratica“, come Leibovitz stessa la definisce, per non imporre gerarchie o criteri che le definiscano “degne di nota”.

Questa iniziativa artistica, ha detto l’artista, “si domanda come le donne appaiono e chi siamo, qualcosa di estremamente importante”. Leibovitz vuole quindi sviluppare un discorso sul modo di rappresentare la donna, proprio perché non adeguatamente elaborato, soprattutto a livello di immagini, oltre gli stereotipi e ruoli tradizionali, come l’angelo del focolare, la santa, la prostituta o l’essere fragile ed emotivo che ha bisogno di protezione.

Tutto questo con uno sguardo innovativo e anticonvenzionale, che gioca sulla fluidità delle definizioni di genere. Dal corpo muscoloso di un’atleta alla poliziotta in divisa, che sfoggia capelli corti e braccia forzute, si mette in discussione la percezione di questi attributi come esclusivamente “mascolini”.

Corpi rotondi, visibilmente grassi, compaiono in primo piano, volti anziani sono immortalati senza censura dei segni del tempo. Questa rappresentazione comprensiva dei “difetti” trapassa meravigliosamente e prepotentemente nella rivendicazione della propria unicità come individuo: i “difetti” come parti di una storia e di un modo di essere, tracce del tempo trascorso e di scelte di vita.

Sono quindi valorizzati aspetti e tratti che in genere il marketing cerca sistematicamente di rimuovere dal nostro immaginario. Pensiamo solo alla maniera tipica di caratterizzare la vecchiaia nella donna: qualcosa in qualche modo di ridicolo, da nascondere, vista sempre come un decadimento e allontanamento da uno stato ideale, quello della bellezza giovanile, senza sottolinearne gli aspetti compensativi di saggezza ed acquisita esperienza.

Annie Leibovitz, seduta, sorridente, guardando l'obiettivo di tre quarti
La fotografa Annie Leibovitz

Ogni soggetto, prima che incarnare un canone, vuole essere un’affermazione forte di presenza, con le peculiarità della propria persona. Ecco, ad esempio, come Leibovitz parla della partecipazione della trans Caytlin Jenner al progetto: ‘Bruce è ancora lì ma Caitlyn è emersa. In qualche modo il progetto non era la foto in sé ma aiutare Caytlin ad emergere”.

C’è un lavoro, prezioso, sul senso di identità. La foto di Meryl Streep, scattata a New York nel 1981, la ritrae nell’atto di sfilarsi una maschera che è soltanto dipinta sul volto: allude così simbolicamente proprio alle questioni delle identità con cui le donne sono socialmente, culturalmente e psicologicamente chiamate a confrontarsi.

In questo modo si può meglio capire l’importanza degli spazi in cui i soggetti posano, arrangiati con cura per ogni dettaglio: dal luogo di lavoro, che ospita i vari strumenti del mestiere, ad ambientazioni domestiche, che rivelano stili di vita e modi di essere. La ricerca è rivolta a quello che potremmo dire un habitat “naturale” per il soggetto, con cui è in atto un processo di identificazione e che contribuisce alla sua realizzazione personale.

C’è, dunque, una costruzione di identità attraverso l’obiettivo fotografico estremamente incentrata sull’autonomia personale, in contrasto con quel definirsi solamente in relazione all’altro che la tradizione patriarcale ha riservato alla figura femminile.

Grazie a questo progetto, possiamo osservare le donne attraverso la prospettiva di un’altra donna che ne esalta l’unicità e la diversità: la fotografia diventa così uno spazio per reclamare nuove forme di autodeterminazione.

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