“Il lavoro nobilita l’uomo, ma non le madri: ho dovuto rinunciare a me stessa”

In Italia non si perde occasione per esaltare la figura materna, ma nei fatti le donne sono spesso ancora costrette a scegliere tra maternità e autorealizzazione. Ecco una testimonianza, se vuoi raccontarci la tua scrivici qua o su Facebook

Maternità e lavoro: una donna davanti al computer, esausta, si porta le mani al volto

A me nessuno venga a raccontare che le donne hanno raggiunto la parità di diritti con gli uomini. Se anche fosse così formalmente, sarà vero nei fatti solo quando raggiungeremo la parità di doveri, quella vera.

Quanti uomini conoscete che hanno lasciato il lavoro, la carriera, per fare il padre?

Se per caso ne esiste qualcuno, si tratta di un dato statisticamente irrilevante. Molto diversa la sorte delle donne. Io, ad esempio, sono proprio una di quelle stolte creature che hanno rinunciato a se stesse per il sacro fuoco della maternità.

Ho cominciato a lavorare che avevo 20 anni e 3 mesi, gli studi universitari non facevano per me. Sono nata con il senso dei colori e delle forme, e la mia propensione a ricercare la bellezza ovunque ha fatto il resto: sono stata una make-up artist per 23 anni, cioè fino a quando ho potuto, e intendo proprio fisicamente.

Sono state migliaia le donne, sconosciute e famose, alcune anche famosissime, che ho reso entusiaste della loro immagine. Una gratificazione impagabile, superiore al guadagno che me ne derivava.

Poi mi sono tagliata le ali da sola, sacrificando me stessa a causa di un uomo e di quella convenzione sociale che chiamiamo famiglia.

Mi sono sposata a soli 26 anni. Davo per scontato che avendo scelto un uomo intelligente e colto, un uomo che mi aveva conosciuta come donna lavoratrice, lavoratrice autonoma per giunta, tutto sarebbe andato liscio: ci saremmo aiutati, ci saremmo rispettati e saremmo venuti incontro entrambi alle naturali esigenze di chi lavora, collaborando.

Le mie illusioni si sono infrante: subito ho capito che la gestione di questa nuova famiglia sarebbe stata totalmente, esclusivamente, sulle mie spalle. Nulla da discutere, niente da chiarire: era così e basta. O così o niente.

Ma io sono una che tiene duro, una determinata. Non ho mollato, ma non sono riuscita a gestire bene un’impresa commerciale e una famiglia. Nessuna tutela reale per le donne e madri lavoratrici autonome e non mi pare che oggi le cose siano diverse.

Quando è nata la mia prima, desideratissima figlia ha cominciato a scricchiolare tutto: tutto ciò che c’era da fare era affar mio, e quando ho capito che verso prendeva la storia ho preferito mandarla immediatamente all’asilo nido. Aveva solo 6 mesi, la lasciavo, arrivavo al lavoro e piangevo.

Le cose non sono andate più molto bene: in quel lavoro non ci sono ferie, non ci sono periodi di riposo, non ci sono giorni di malattia pagati, non ci sono aiuti, nulla di nulla. Se lavori, bene, guadagni e vai avanti, se stai a casa peggio per te, un altro truccatore ti sostituirà. Ecchissenefrega, dice lo Stato…

È arrivato – non programmato – il secondo figlio e la situazione non è cambiata, anzi, è diventata insostenibile. Questa volta avevo calcolato bene tutto, ma la commessa che avevo assunto a 12 ore dal parto ha cambiato idea. Così mi sono fatta dimettere il giorno stesso dall’ospedale e l’indomani ero già alla ricerca di una nuova commessa, con il neonato di 48 ore in braccio.

Dov’era lo Stato in quel frangente? Dov’erano le garanzie, il riconoscimento della maternità, la sua tutela? Dov’erano tutte quelle professionalità che parlano di allattamento, di tenere il bambino sempre con sé, dell’accudimento naturale che la famiglia mette in atto nei confronti delle neomamme e dei neonati? Per me non c’è stato nulla di tutto ciò. E quando dico nulla non esagero, è una semplice constatazione.

Il diritto al lavoro delle donne e la tutela di esso, quando il lavoro è autonomo, è pressoché inesistente.

Nessun uomo butta alle ortiche una carriera promettente perché gli nasce un figlio, io ho dovuto farlo, invece.

Il bambino sentiva il mio distacco, capiva che per me veniva prima il lavoro, le clienti, le trasferte, i festival di Sanremo. Ma poi ho iniziato a rinunciare agli impegni fuori città sempre più spesso. Tutti mi dicevano che una madre con due figli piccoli non può fare “certe cose”. Ed è vero, non ci si può umanamente dividere tra una carriera di truccatrice e due adorati e desideratissimi figli.

Allora ho deciso. Quando il più piccolo dei miei figli è andato in prima elementare ho smesso. Basta, così, dall’oggi al domani. Non entro nei dettagli, dico solo che avevo già programmato come ammazzarmi e quindi, in un momento di lucidità, ho deciso di chiuderla lì. Troppa fatica, troppa stanchezza, troppa confusione, troppo da gestire, seguire, ordinare, creare, nutrire, assecondare, decidere, scegliere, rischiare.

O l’uno o l’altro, o si lavora o si fa la madre.

L’uomo italiano troppo spesso non è all’altezza della situazione, non sa collaborare, non ancora, non oggi. Non al sud. Non quello che ho scelto io come marito.

Fare la madre è un lavoro: è il lavoro che permette al mondo e all’umanità di andare avanti, di esistere. È un lavoro e come tale uno Stato che si consideri di fatto e di diritto DEVE riconoscerlo. È un lavoro e dunque merita una retribuzione o almeno un aiuto economico.

Perché se il tuo compagno deciderà, ed è un suo diritto, che non vuole più stare con te, e se per quella famiglia che lui ripudia tu, donna, hai rinunciato a garantire te stessa, ebbene sappi che secondo la normativa vigente potrà dirti che “se vuoi 250 euro di mantenimento te li pigli e zitta, altrimenti ti alzi il culo e te ne vai a lavorare”.

Bella cazzata la parità di diritti, eh?

Lettera firmata

1 COMMENTO

  1. Buongiorno,
    mi spiace per questa donna che si è trovata in questa situazione cosí soffocante e ingiusta. Vivo in Emilia Romagna da sempre e anche quí la situazione è la stessa sopra descritta: dopo la laurea, quando non si è piú studenti, la disparitá di possibilitá tra uomo e donna emerge ed è molto evidente, in molti settori e professioni, sebbene forse un po’ meno che al centro e al sud Italia.
    Penso che il cambiamento culturale dipenda dai genitori che dovrebbere trasmettere ai bambini e alle bambine una educazione basata sull’ugualianza e sulla solidarietá, sulla comprensione della differenza di genere e non sulla castrazione dell’identitá.
    Credo anche che il cambiamento inizi dal quotidiano di ciascuno di noi, offrendo un esempio di comportamento nella comunitá in cui si vive: lo Stato, come un lento dinosauro, arriva sempre tardi e comunque siamo noi a farlo.

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